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Il futuro di Putin

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 02/12/2025

Il futuro di Putin Il futuro di Putin Marco Imarisio, Corriere della Sera
“La vita di ieri è finita. E non tornerà più. Così Nezavisimaya Gazeta, il più liberale dei quotidiani moscoviti – osserva Marco Imarisio sul Corriere della Sera - presenta l’ennesima settimana decisiva dei negoziati sulla possibile fine della guerra in Ucraina. Sono quasi quattro anni che tutto è cominciato: molte vite cambiate, molta stanchezza e polarizzazione ovunque. Ma fatichiamo a comprendere come l’essenza stessa della Russia sia mutata in modo radicale. «La normalizzazione è possibile, ma su altre basi», scrive l’articolo attribuibile al direttore Remchukov. «Putin può accettare oggi il rules based order occidentale? No. Questo ordine non è più un valore per la Russia. È un valore per l’Ue, ma non per noi». Da qui bisogna partire: dalla fine dell’illusione. Chi pensa che dopo un accordo tutto tornerà come prima si sbaglia. Anche se giovani, ceto medio e ricchi guardano ancora all’Europa, nessuno immagina un riavvicinamento. Quella era la vita di ieri. Ma in Russia a decidere è sempre stato un solo uomo. Putin si è spinto troppo oltre. La sua strategia, ridefinita dopo la mancata conquista lampo di Kiev, non tiene conto delle nostre esigenze. Per il Cremlino il rapporto con l’Occidente è solo questione di soldi e affari utili alla sua economia di guerra. Non cerca riammissioni né premi: vuole indipendenza da Europa e Usa. Intanto punta a rafforzare il peso globale a colpi di contratti energetici, entrando in un nuovo Ordine mondiale pur da socio di minoranza. La recente abolizione dei visti per i cinesi, promessa a Xi Jinping, non è cortesia ma segno della crescente dipendenza da Pechino. È il prezzo della nuova strategia che considera l’Occidente un nemico fungibile. E non c’è alcun vero indizio della volontà russa di fermare le ostilità. L’economia in affanno non cambierà la linea del Cremlino, semmai aumenterà l’autoritarismo. Questa non è la Cecenia né la Georgia: è la guerra esistenziale di Putin, quella per cui vorrà essere ricordato. E per vincere, non gli basta un trattato: gli servono territori”.
 
Massimo Recalcati, La Repubblica
“L’assalto alla redazione torinese della Stampa – scrive Massimo Recalcati sulla Repubblica -ha aperto un dibattito da non silenziare. Episodi di violenza politica, compiuti nel nome di una Verità unica che impedisce la pluralità, mostrano quanto il nostro tempo, ritenuto post-ideologico, sia in realtà attraversato da un fanatismo estremo. Minimizzarli e non riconoscerne il radicamento in una cultura comunista-bolscevica di stampo vetero-novecentesca sarebbe un errore. Il taglio etico promosso da Berlinguer negli anni Settanta non ha significato per una certa sinistra l’adozione piena della democrazia come orizzonte insuperabile. La cultura comunista, nelle sue radici marxiste più ortodosse, è strutturalmente allergica alla democrazia, vista come tutela dei privilegi di classe da spazzare via. Da qui la concezione del dissenso come illegittimo. Ne deriva il diritto di eliminare chi ha pensieri divergenti. Lo stalinismo è stato un’ideologia del terrore praticata nel nome della Verità. Ogni ideologia esercita la violenza come sua manifestazione, in contrasto con lo spirito plurale che dovrebbe segnare la democrazia. Pasolini ricordava che il “fascismo degli antifascisti” è l’espressione di una passione ideologica che mira a cancellare il dissenso. Oggi questa tentazione torna, non solo negli estremisti che aggrediscono un giornale, ma nei loro maestri, veri responsabili dell’odio. Einstein e Freud osservarono che l’odio non nasce dalle masse incolte ma dagli intellettuali che le guidano. Sono loro ad armare le mani degli estremisti, insegnando che chi non si allinea alla sola Verità deve tacere. Così suonano le parole di Francesca Albanese sull’aggressione alla Stampa: condanna sì, ma “i giornalisti imparino a fare bene il loro mestiere”. Conclusione tipicamente totalitaria: se non si allineano, meritano di essere colpiti. La violenza diventa rieducazione nel nome della Verità. È la logica delle Br: la violenza non è violenza ma difesa della Verità. Pannella ricordava che chi agisce nel nome di una Verità ideologica finisce per “ripetere contro i nemici i gesti per i quali è loro nemico: la rivoluzione ‘pugnocentrica’ non è altro che il sistema che si reincarna e prosegue.”
 
Alessandro De Angelis, La Stampa
“La vicenda di Atreju – fa notare Alessandro De Angelis sulla Stampa -aveva già scavato un solco tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Se al Nazareno l’hanno vissuta come uno sgarbo – «ha giocato di sponda con Meloni» – lui l’ha vista come uno sgarbo al cubo: «io ci vado da anni, anche quando mi fecero una manifestazione sotto Palazzo Chigi; ci andai quando Elly rifiutò, avevo già accettato quest’anno. E lei che fa? Va a maramaldeggiare in casa altrui per mostrare che la leader è lei». Ad aggravare il quadro sono arrivate le parole della segretaria da Formigli: «se deve venire Conte, porti Salvini». Effetto irritante, specie per chi non difetta di autostima: sentirsi messo sul piano di un comprimario di uno schieramento consolidato, mentre qui tutto è ancora da costruire. Montepulciano ha ampliato il solco. Conte ha ormai dimestichezza con le logiche del Pd e ha capito il nocciolo: uno scambio tra Schlein e i capicorrente – molti furono ministri con lui – che la sostengono in cambio di agibilità politica, cioè posti in lista. La segretaria è entrata nel “trip” di Palazzo Chigi: invece di fare la regista del campo, è protesa alla costruzione della propria leadership. Chi ha parlato con l’ex premier racconta che è infastidito dall’accelerazione: si discute di candidato a Palazzo Chigi senza sapere il sistema di voto, di primarie a un anno e mezzo dalle “secondarie” vere, si dà per scontata la coalizione senza un tema. «Elly sta anteponendo l’ambizione al progetto». Ad Atreju ha cercato la legittimazione mediatica, a Montepulciano quella interna; dopo le regionali quella nel Paese attribuendosi la vittoria. Lo si è visto quando si è precipitata a Napoli ad abbracciare Fico prima di Conte, che sente quel risultato molto suo. mPiù lei gioca per sé, più lui si irrigidisce. Conte non dà per scontato ciò che non lo è: ha ambizioni e un’esigenza vitale di mantenere autonomia. «Se vengo percepito come un cespuglio di un novello Ulivo siamo morti». Dire sì oggi a coalizione, primarie, candidato significherebbe consegnarsi al partito maggiore, pagando un prezzo elettorale. Da qui alla fine della sua campagna d’ascolto manterrà ambiguità sugli assetti e un profilo identitario: «ora mettiamo fieno in cascina, poi vedremo il consorzio». Alle regionali non disse mai «candidiamo quello del partito più votato», ma «quello più competitivo». Categoria in cui include anche sé stesso: sa che, se vuoi uscire Papa, i conclavi non si anticipano”.
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