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Uno scudo per Kiev
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 01/12/2025
“La caduta di Andrij Yermak è di quelle che fanno rumore”. Lo scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera parlando di ‘uno scudo per Kiev’: “Storico braccio destro del presidente Zelensky, il «secondo uomo più potente dell’Ucraina» è stato travolto dall’inchiesta sulla corruzione che terremota il governo di Kiev. Inutile nasconderne i contraccolpi, specie in un inverno che s’annuncia assai difficile per il Paese tanto sul fronte bellico che su quello diplomatico. E, tuttavia – osserva l’editorialista - questo scossone non può e non deve avere nulla a che fare con la nostra determinazione nel sostenere la resistenza degli ucraini all’aggressione russa. Per almeno due motivi. Primo: la società e le istituzioni ucraine hanno anticorpi potenti, prova ne sia che lo scandalo è stato svelato proprio dall’agenzia investigativa e dalla procura create ad hoc ai tempi di Euromaidan (e che Yermak voleva silenziare). Secondo: buona parte della popolazione, nonostante bombardamenti a tappeto e comprensibili defezioni, mostra di non voler tornare sotto la dittatura di Mosca e non può essere abbandonata. Gli ucraini stanno combattendo un loro Risorgimento nazionale. Se saltasse Zelensky arriverebbe un nazionalista persino più determinato, magari quel generale Zaluzhny eroe della prima parte del conflitto ed «esiliato» a Londra perché troppo amato dalla gente. La capacità dei russi di inquinare le nostre opinioni pubbliche è una raffinata eredità del Kgb. Ma, va detto, ha funzionato perché ha incrociato il declino senile del cosiddetto Occidente. Qualche settimana fa, la Commissione europea ha di conseguenza lanciato uno «scudo per la democrazia» onde proteggere il processo elettorale e il dibattito pubblico. Il piano prevede la creazione di un Centro per la resilienza democratica, sistemi di allerta rapida fra Stati membri, protocolli per gestire «incidenti informativi» e una cooperazione rafforzata con le grandi piattaforme digitali. Per ora si tratta di parole, che andranno recepite dagli Stati. Ma già hanno sollevato gli alti lai dei sovranisti, che denunciano la nascita di un orwelliano «ministero della verità», in difesa del free speech (mai che costoro s’inalberino per il free speech a Mosca...). Punti di vista. E, tuttavia, reagire, «scudando» il dibattito democratico, può essere sensato ma non sufficiente. Una volta disintossicato il messaggio – conclude - bisogna riempirlo con una visione che rammendi la famosa connessione sentimentale con i dimenticati. Decenni di libertà garantite e case ben riscaldate ci hanno intorpidito”.
Paolo Gentiloni, la Repubblica
Paolo Gentiloni su Repubblica parla ‘dell’inseguimento delle destre internazionali a Trump’: “Non è facile essere al tempo stesso patrioti e trumpiani nell’Europa di oggi: le affinità ideologiche e gli interessi nazionali non vanno di pari passo. Al contrario – sottolinea l’editorialista - la rotta di collisione è sempre dietro l’angolo come dimostra l’impaccio in cui si trova il governo italiano di fronte alle linee di frattura che incrinano l’Occidente. Sul piano ideologico, un lavoro di tessitura di obiettivi e principi comuni è in corso da oltre dieci anni nelle destre sovraniste delle due sponde dell’Atlantico. Per Trump le affinità ideologiche contano. La bussola resta sempre sugli interessi nazionali americani, le alleanze contano poco e la leadership del mondo libero è un’idea vecchia e superata. Al punto che il politologo bulgaro Ivan Krastev sulla rivista Foreign Affairs fa un audace paragone tra l’effetto negativo di Trump in Europa e l’effetto positivo che ebbe Gorbaciov sui Paesi dell’Est: se rinunci a tenere insieme il blocco con la tua leadership, finirai per perdere la tua sfera d’influenza. Finora il nostro governo ha scelto di non scegliere. L’Europa o Trump? Entrambi. Una posizione che un anno fa si presentava come privilegiata: saremo un ponte, noi italiani, si diceva. E questo ci darà ruolo in Europa e ci farà strappare un trattamento di favore a Washington. Un anno dopo possiamo dire che le cose non sono andate così. La presidente del consiglio tiene il punto (per fortuna) sull’Ucraina, ma guai ad aspettarsi una critica al Piano pro-Putin presentato dagli Usa. Dei dazi, una tassa rilevante per un’economia orientata alle esportazioni come la nostra, si parla il meno possibile, se non per incitare Bruxelles ad essere conciliante. Idem sulla pretesa di Trump di aiutare i giganti tech americani a spadroneggiare liberandosi dalle regole europee. Insomma, il ponte transatlantico non si vede. Da qualche settimana la presidente del consiglio appare piuttosto quasi in disparte, nonostante l’Italia sia l’Italia e il governo sia tra i più stabili in questa Europa dei governi precari. Capisco l’imbarazzo e la difficolta a prendere atto della necessità di una scelta autonoma da Donald Trump. Tuttavia, le cose in Europa si stanno muovendo e un’Italia in disparte, volenterosa a giorni alterni, rischia di fare da spettatrice all’ascesa del trio Francia-Germania-Regno Unito nella cabina di regia della nuova autonomia strategica europea”.
Barbara Carnevali, La Stampa
“L’elezione recente di Sanae Takaichi, prima donna premier del Giappone, ripropone una questione spinosa, che serpeggia nelle conversazioni private ma non viene affrontata in modo aperto nei dibattiti pubblici. Perché le donne al potere sono prevalentemente di destra?”. Così Barbara Carnevali sulla Stampa: “Non ho risposte sicure – scrive - ma solo un’ipotesi che propongo come spunto per la discussione: rimanda all’inconscio collettivo, in cui agiscono motivazioni psicologiche profonde, ignote a chi le prova, e in particolare al peso che in questa sfera hanno i fantasmi di rottura dell’ordine simbolico: le minacce contro i principi fondamentali che modellano il nostro modo di pensare e di vivere – doveri e norme primarie, distribuzioni di ruoli, totem e tabù. Criticare queste strutture è sempre disorientante e pericoloso, perché mette a rischio l’identità e il senso dello stare al mondo. Davanti ai fantasmi non si ragiona ma si reagisce irrazionalmente col diniego, sviluppando fobie: tutti aspetti con cui la politica deve necessariamente confrontarsi, perché, al momento di votare, le persone non si affidano solo alla razionalità, ma si lasciano trascinare dalle emozioni, e in primo luogo dalla paura. Uno dei fantasmi più inquietanti per l’inconscio collettivo è proprio il valore cardinale della sinistra: l’uguaglianza, per definizione, sovverte gerarchie consolidate e differenze spacciate per innate e intoccabili – ricchi e poveri, servi e padroni, dominanti e dominati. In questa luce, si capisce subito perché una leader di sinistra susciti più resistenze di un omologo maschile: perché scuote doppiamente il sistema, per quello che è e per quello che rivendica, risvegliando più fantasmi in uno. Una leader di destra, che non difende né l’uguaglianza sociale né quella di genere, non evoca altrettanto disordine e spaventa molto meno. Il suo è un femminismo individualistico, meritocratico e liberale. La sua politica non si distingue nei contenuti da quella dei colleghi uomini, e il suo successo personale è socialmente innocuo: viene cooptata dell’élite in virtù del suo merito, e da questa posizione agisce come individuo neutro e non come rappresentante del genere ‘donne’. La leader di sinistra, almeno in teoria, punta ai piani alti per appropriarsi degli strumenti di comando e, conservando memoria della sua differenza, ossia del percorso costellato di ingiustizie che l’ha condotta fin là, tende una mano solidale alle altre donne perché possano emanciparsi con lei. La leader di destra, al contrario, si getta la scala dietro le spalle proclamando la propria assimilazione”.
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