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L'Italia tra senso civico e declino

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 27/11/2025

L'Italia tra senso civico e declino L'Italia tra senso civico e declino Carlo Cottarelli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Carlo Cottarelli riflette sul crollo dei votanti alle elezioni Regionali dello scorso fine settimana, e di quelle che le hanno precedute nel 2025, e sul problema dunque dell’astensionismo, “il sintomo - osserva - di un disinteresse per la res publica e, se volete, anche per il futuro in senso più ampio del Paese”. Uno stato di apatia di cui “ci dobbiamo preoccupare per il danno che questa può creare alla società intera. In quest’ottica, l’astensionismo è solo una delle manifestazioni di questa apatia, di questa disaffezione al bene comune, di un rinchiudersi in sé stessi e di questa perdita di speranza per il futuro. Ne è manifestazione anche il crollo demografico che non è un fenomeno recente dovuto alla crisi economica dell’ultimo decennio, ma che ha origini più lontane: il tasso di fecondità, definito dai demografi come il numero medio di figli per donna, è crollato tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’80, periodo in cui scende da 2,4 figli a 1,4 figli, non molto sopra il livello del 2024 (1,2 figli). In fondo, è una manifestazione di questa apatia anche l’incapacità di uscire dalla sindrome dello zero virgola nel tasso di crescita della nostra economia. Per la prima volta nei piani del governo elaborati per la legge di bilancio il tasso di crescita del Pil rimane sotto l’1 per cento nel triennio seguente: abbiamo istituzionalizzato lo zero virgola. E la fuga dei giovani dall’Italia, se è causata principalmente dalla debole crescita economica, forse è anch’essa in parte una manifestazione di una disaffezione verso i destini del nostro Paese. Se tutto questo è vero, allora non credo che il problema dell’astensionismo trovi una semplice soluzione. Le maniere forti, tipo penalità per chi non va a votare, non servirebbero (arriverebbero ondate di certificati medici!). Quello che servirebbe sarebbe un rinnovamento morale del Paese, la riacquisizione di un senso civico perso nel corso dei decenni e da ritrovare se non vogliamo un continuo declino italiano in un’area del mondo (l’Europa) che pure di per sé affronta difficoltà, a dir poco, non trascurabili”.
 
Maurizio Molinari, la Repubblica
“Indebolito nei sondaggi, sfidato dagli alleati, abbandonato da alcuni fedelissimi e contestato dalla base elettorale ferita: a un anno dall’elezione - commenta su Repubblica Maurizio Molinari - il presidente Donald Trump appare per la prima volta in difficoltà sul fronte interno e studia il contrattacco. A descrivere l’indebolimento di Trump sono anzitutto i sondaggi perché una popolarità scesa al 38 per cento significa affrontare una campagna elettorale in salita verso il voto di Midterm per il rinnovo parziale del Congresso, nel novembre 2026, che potrebbe riconsegnare ai democratici almeno la Camera dei Rappresentanti, trasformandolo in ‘un’anatra zoppa’ negli ultimi due anni di mandato. Il motivo dell’arretramento è la disaffezione nel ‘movimento Trump’ del Make America Great Again (Maga), dovuta alla convergenza tra due fattori: le rivelazioni sul caso di Jeffrey Epstein, il defunto magnate regista di un giro di prostituzione minorile per clienti vip, e l’aumento dei prezzi accompagnato a una crescita che non decolla. È una morsa che mette in difficoltà Trump con la propria base perché le oscillazioni sul caso Epstein gettano su di lui l’ombra di possibili connivenze e le difficoltà sull’economia evidenziano il mancato impatto dei dazi. Come riassume Michael Goodwin sul conservatore New York Post si tratta di ‘ferite auto-inflitte’ che obbligano Trump a cercare in fretta un ‘reset’. Il termine ‘auto-inflitte’ è appropriato perché fu Trump, durante la campagna del 2024, a promettere la totale declassificazione dei documenti su Epstein - nella convinzione che avrebbero travolto la leadership del recente passato - per poi invece assumere, una volta alla Casa Bianca, un atteggiamento ambiguo che lo ha trasformato in obiettivo della stessa onda di disprezzo pubblico da lui creata. Così come è stato Trump a lanciare il Liberation Day dei dazi, assicurando che avrebbero portato al ceto medio vantaggi economici concreti che però non vengono ancora percepiti.
Il doppio boomerang investe la base Maga spingendo deputati e senatori repubblicani a prendere le distanze da Trump come mai avvenuto nel secondo mandato”.
 
Anna Zafesova, La Stampa
“L’intercettazione della telefonata tra l’inviato speciale del presidente americano Steve Witkoff e il consigliere diplomatico del dittatore russo Yuri Ushakov, pubblicata da Bloomberg e ottenuta da fonti sconosciute, più che un retroscena della geopolitica ai suoi livelli più alti”, scrive Anna Zafesova sulla Stampa, “sembra un intrigo tra burocrati fantozziani per conquistare i favori del megadirettore galattico: puoi dire per favore al tuo capo che telefoni al mio per convincerlo di un bel piano che abbiamo scritto, e ricordati che deve riempirlo di congratulazioni e complimenti senza badare al protocollo? Il piccolo particolare che Witkoff e Ushakov non solo non lavorano insieme, ma rappresentano semmai le controparti, appare quasi irrilevante. Del resto, le posizioni apertamente pro Cremlino dell’inviato americano erano ben note, se non altro perché le aveva espresse lui stesso, esponendo nelle interviste una visione della guerra in Ucraina estremamente simile a quella offerta dalla propaganda russa, e offrendo manifestazioni pubbliche della sua ammirazione e fiducia per Putin, con il quale conduceva colloqui privati senza l’assistenza di un interprete e di uno stenografo americani con i quali verificare eventualmente quello che gli veniva proposto di accettare. Il punto vero è che i due consiglieri non sembrano nemmeno ricordarsi di stare parlando di una guerra – Ushakov lo rammenta a un certo punto, con una risata – e di una possibile pace dalla quale dipenderà il futuro di un intero continente. L’obiettivo è compiacere il principale, e bypassare l’avversario, che in questo caso non è il regime russo, bensì quella parte dell’amministrazione americana che sembra stare per convincere (insieme agli europei) Trump a schierarsi con più decisione a fianco dell’Ucraina, una prospettiva che minaccia di far perdere a Witkoff e ai suoi soci russi il favore dei rispettivi presidenti, e i potenziali affari in Russia”.
 
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