-
Calenda: "L'Alleanza Atlantica è rotta e Putin ha fretta di attaccare" -
Altro parere -
Ecco come ci vedono gli altri -
Altro parere -
La tempesta d'Europa -
Altro parere -
L'Europa tra paure e paralisi -
Altro parere -
Il futuro di Putin -
Altro parere -
Uno scudo per Kiev -
Augusto Barbera: «Separazione delle carriere, ecco perché sono a favore. ... -
Lo storico Niall Ferguson: «Sul piano di pace per l'Ucraina Trump si sta ... -
Altro parere -
L'Italia tra senso civico e declino
Il rifiuto delle urne
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 26/11/2025
“La fuga dalle urne, un tempo marginale, è divenuta strutturale – osserva Sabino Cassese sul Corriere della Sera-. Per trent’anni ha votato il 93% degli aventi diritto, poi per quindici anni l’87, più tardi il 73; alle politiche del 2022 il 64; alle recenti Regionali solo il 42-45%. Ciò significa che milioni di elettori restano a casa, rinunciando a quello che la Costituzione definisce dovere civico. Si apre così un fossato tra società e politica, preoccupante perché la democrazia è una società che si autogoverna attraverso il suffragio universale, conquista costata tempo ed energie. Il calo quarantennale è grave per la salute della democrazia. Tocqueville temeva la tirannide della maggioranza; dobbiamo ora temere quella di una minoranza? Destra e sinistra hanno poco da festeggiare: il rifiuto delle urne cresce ovunque. Una prima spiegazione è la diminuzione della partecipazione politica, visibile e invisibile, soprattutto tra i 18-24enni. Tra 2003 e 2024 si osserva un calo generalizzato dell’informarsi e discutere di politica. Si informa almeno una volta a settimana una minoranza di giovani, mentre una quota ampia non lo fa mai. La politica interessa sempre meno. Seconda spiegazione: la drastica riduzione degli iscritti ai partiti, dall’8% degli elettori a meno del 2%. Un tempo i partiti avevano migliaia di sedi; oggi sono piccole organizzazioni oligarchiche. L’apatia dell’elettorato contrasta però con la forte partecipazione sociale, come dimostra il volontariato. La spiegazione va cercata nella qualità dell’offerta politica: quando non incontra domanda, non si forma consenso. Già Sturzo, nel 1922, scriveva che «la politica è diventata arte senza pensiero». Oggi il populismo, fondato su un’“ideologia leggera”, si accontenta di slogan e semplificazioni. Il dibattito si concentra su appigli quotidiani e non sui grandi problemi. Le classi dirigenti parlano d’altro rispetto all’elettorato; chi governa produce contenuti, mentre nell’opposizione resta il vuoto. La fuga dalle urne alimenta un circolo vizioso: le forze politiche governano rappresentando solo una parte degli elettori e moltiplicano l’attenzione per Regionali e sondaggi. Intanto l’autonomia regionale soffre la tendenza a nazionalizzare il dibattito, che finisce dominato da temi nazionali invece che dalla capacità amministrativa delle regioni”.
Massimo Adinolfi, La Repubblica
“I numeri – commenta Massimo Adinolfi su La Repubblica - dicono che la tornata delle regionali è finita in parità: al centrosinistra Puglia, Campania e Toscana; al centrodestra Veneto, Marche e Calabria, tutte già governate dagli stessi schieramenti. Si può raffinare l’analisi guardando ai voti di lista e ai voti assoluti, che mostrano la voragine tra Paese reale e rappresentanza (e l’arretramento del centrodestra), ma la sintesi resta: tre regioni a testa, maggioranze confermate, business as usual. Invece no. Le parole raccontano altro. Donzelli ha detto: «Se si votasse oggi non ci sarebbe la stessa stabilità che abbiamo ora». Il voto mostra che il centrodestra non ha la maggioranza: la partita è aperta. E il risultato mette fine all’idea che Giorgia Meloni possa arrivare in carrozza alle prossime politiche, vincerle e magari puntare al Quirinale. Non è uno scossone ma una scossa sì. Le cose sono andate peggio del previsto, al Nord e al Sud. In Veneto FdI puntava ad accorciare le distanze dalla Lega: non è successo, e il centrodestra cala rispetto a cinque anni fa nonostante il voto di preferenza a Zaia. In Puglia e soprattutto in Campania non c’è stata storia: l’uscita di scena dei governatori non ha riaperto la partita; anzi lo scarto è più ampio, nonostante a Napoli il governo sia sceso in forze per il comizio finale. Risultato: Giorgia Meloni esce azzoppata. Si materializza poi la madre di tutte le paure: che un centrosinistra unito possa prendersi larga parte dei collegi uninominali del Mezzogiorno, mettendo a rischio la maggioranza — soprattutto al Senato — anche con FdI intorno al 30%. Da qui l’urgenza di cambiare la legge elettorale: con un premio alla coalizione basterebbe arrivare davanti per mettere le mani sulla prossima legislatura. Fino a ieri due cose davano forza al governo: la durata (cioè la stabilità) e la sensazione che Meloni avesse la vittoria in pugno, sensazione che alimenta consensi come una profezia che si autoavvera. Con il voto ha perso entrambe: non il governo, ma la promessa di stabilità e la fiducia che riempie il carro dei vincitori. Se quella fiducia cala, qualcuno potrebbe scendere. A tutto ciò si aggiunge un’opposizione rinfrancata, una posizione internazionale complicata e una situazione economica tutt’altro che rosea. Non è ancora una luna nera nel cielo del governo, ma i primi sintomi di un malessere sì”.
Alessandro De Angelis, La Stampa
Scrive Alessandro De Angelis su La Stampa – “Prima foto, la Campania. Dice tutto il 10 per cento di FdI su Napoli. Il coordinatore cittadino è Marco Nonno, “camerata di sicura fede”: saluti romani, torta con la Buonanima, due anni di condanna per resistenza a pubblico ufficiale. Neanche eletto. Prima degli eletti è Ira Fele, moglie del deputato e coordinatore provinciale Michele Schiano. E Genny Sangiuliano? Giù il cappello “make Naples great again”: è capolista ma passa per trecento voti, nonostante la benedizione di Arianna, Lollobrigida e perfino del presidente del Senato La Russa. Una parola su Edmondo Cirielli: si è imposto a gomitate, perché si considera il padre padrone del partito laggiù. E patatrac ovunque. Compreso Caivano, elevato a modello di sicurezza: lì il primo partito sono i Cinque Stelle. E alle comunali, dove vince Azione, FdI non presenta nemmeno la lista. Seconda foto, la Puglia. Terra storicamente cara alla destra e a Giorgia Meloni. Anche qui dice tutto il 10 per cento su Bari. Come predicava Tatarella “se non vinci a Bari, ciao Puglia”. Da quelle parti è eletto un solo consigliere uscente. Di Bari è anche Gemmato, plenipotenziario di FdI, padre almirantiano, uno a cui “non si può dire di no”. Celebre la scena in mutande a Striscia e la frase da bar sui vaccini. Senza il Salento sarebbe andata peggio. Lì FdI supera il Pd col 26, grazie a Raffaele Fitto, ancora influente nonostante l’estromissione dalla gestione del partito. La faida interna, su queste basi, è annunciata. Terza foto, il Veneto. Caso di scuola. Lo scorso anno, con Meloni capolista, FdI prese il 38. Ora, contro Zaia, crolla: metà dei voti della Lega, un consigliere in meno del Pd, primo partito a Venezia. I dioscuri sono De Carlo (filiera Lollobrigida) e Speranzon. E ora si ballerà sulla giunta: forti delle Europee, i Fratelli avevano ceduto la presidenza in cambio di sei assessori su nove; con questi numeri diventa complicato. La storia vale un trattato. Meloni, ultima figlia del partito delle sezioni e della militanza, scivola proprio sul terreno del partito. Dopo tre anni di governo non trova figure che diano il senso di novità e di classe dirigente competitiva. FdI non guida una grande regione del Sud o del Nord, non governa nessuna grande città; già si intravedono i problemi su Roma e Milano, dove “non si può dire di no” a La Russa. Il limite è la mentalità: la logica del clan, il vincolo di fedeltà, la politica come rivincita minoritaria più che costruzione maggioritaria. E il paragone con Berlusconi è sconsigliato: una volta vinse nel Lazio perfino senza la lista del Pdl”.
Altre sull'argomento
Altro parere
Gli scambi di coccole alle feste di partito fotografano una felice anomalia
Gli scambi di coccole alle feste di partito fotografano una felice anomalia
Ecco come ci vedono gli altri
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
La tempesta d'Europa
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Contundente
Parare
Parare
Pubblica un commento






