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L'Italia tra senso civico e declino
Un paese che scorda la lettura
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 12/11/2025
“Oltre la finanziaria, oltre Landini e il «campo largo» abbiamo anche altri problemi, e forse persino più importanti, anche se ce ne occupiamo poco o nulla. Ad esempio che l’Italia è un Paese ignorante”. Così, sul Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia spiegando che “siamo infatti tra gli ultimi in Europa come numero di diplomati di scuola superiore, al penultimo posto per numero di laureati. Secondo il Censis sono sempre di più gli italiani che non capiscono un testo scritto e non sanno esporre ciò che vorrebbero dire: praticamente un popolo di semianalfabeti, incapaci di comprendere il contenuto di un qualunque avviso pubblico o di raccontare la trama di un film. Che razza di futuro può avere un Paese del genere? Quale luminoso sviluppo economico prepara una simile ignoranza? Premessa e conseguenza ovvia di quanto sopra, una sua misura oggettiva è il progressivo abbandono della lettura. Sempre di più l’Italia è un Paese che non legge. Secondo un recente rapporto dell’Associazione degli editori negli ultimi 12 mesi il 38 per cento degli italiani tra i 15 e i 74 anni non ha comprato neppure un libro e sempre in questa fascia di età solo il 73 per cento dichiara di aver letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi. In compenso il 77 per cento della popolazione fa uso di uno smartphone: praticamente quasi tutti coloro che hanno più di 15 anni (siamo il quinto Paese al mondo per diffusione di telefoni cellulari). Una catastrofe culturale in un Paese dove tuttavia esiste (ma da decenni, è opportuno precisare: giusto per non fare dell’ultimo arrivato il capro espiatorio di turno) un ministero e quindi un ministro della Cultura. Ciò di cui stiamo parlando è una realtà drammatica, una vera e propria «emergenza lettura» che sta davanti al Paese. Per affrontare la quale non bastano i pannicelli caldi di un paio di centinaia di migliaia di euro distribuiti a pioggia qua e là. Serve ben altro. Serve un vero e proprio Piano Nazionale per la Lettura, uno sforzo coordinato e continuo, su più livelli, utilizzando più strumenti, e cercando di far lavorare la fantasia. Il principale obiettivo dovrebbe essere, io credo, quello di togliere i libri dall’arca santa delle librerie (tra l’altro in numero sempre minore) e immaginare viceversa luoghi e modi i più diversi d’incontro tra la gente e l’oggetto libro. Insomma – conclude - inondare il Paese di libri in una grande campagna nazionale adeguatamente pubblicizzata, e se il costo è giudicato troppo alto si chieda l’aiuto di privati”.
Tito Boeri, la Repubblica
“La storia delle democrazie nel mondo è strettamente intrecciata a quella della produzione e disseminazione di statistiche condivise”. Lo scrive Tito Boeri su Repubblica spiegando che queste “permettono agli elettori di giudicare l’operato dei governi, obbligano chi è al potere a rispondere dei propri atti di fronte all’opinione pubblica. La storia delle democrazie nel mondo è strettamente intrecciata a quella della produzione e disseminazione di statistiche condivise. Permettono agli elettori di giudicare l’operato dei governi, obbligano chi è al potere a rispondere dei propri atti di fronte all’opinione pubblica. Non possiamo perciò volgere lo sguardo altrove di fronte a quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Molti gli episodi preoccupanti e purtroppo in gran parte passati inosservati. L’offensiva di Trump ha, infatti, non poco in comune con gli attacchi perpetrati da governi dittatoriali in Sudamerica contro i vertici degli istituti di statistica. Gli effetti di queste operazioni sono devastanti non solo perché possono alterare gli esiti di un voto. Il fatto è che mettono in moto circoli viziosi in cui gli uffici di statistica vengono privati di risorse in tempi in cui la raccolta di dati rappresentativi è particolarmente onerosa (il tasso di risposta a molte indagini telefoniche è attorno all’1-2%) e ci sono nuovi fronti impegnativi nel monitoraggio della salute e dell’ambiente. Ci condannano alla cecità o ci lasciano in balia di informazioni fornite (a pagamento e selettivamente) dalle grandi piattaforme private in un momento in cui avremmo tutti bisogno di strumenti per distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Gli istituti di statistica europei sono più resilienti alle pressioni della politica in virtù della supervisione fra pari esercitata tra i paesi dell’Unione e al controllo sovranazionale di Eurostat. Ma il rischio di contagio dagli Stati Uniti è forte. Nel nostro paese c’è poca cultura del dato statistico. Siamo perciò particolarmente vulnerabili al populismo che, in giro per il mondo, ha trovato negli uffici di statistica un facile bersaglio in quanto espressione dell’élite corrotta e manipolatrice. Nella retorica populista non c’è spazio per i tecnici, per i pareri indipendenti, tutto è schierato e politicizzato. Quanto sta accadendo nella rendicontazione del Pnrr – conclude - è perciò particolarmente preoccupante. A quattro anni e mezzo dal suo varo non esiste alcun sistema di monitoraggio della spesa effettivamente sostenuta”.
Serena Sileoni, La Stampa
Serena Sileoni sulla Stampa firma un editoriale in cui spiega ‘perché separare i pm aiuta toghe e politica’: “Sono quasi trent’anni – sottolinea l’editorialista - dalla Commissione D’Alema del 1997, che la separazione delle carriere dei magistrati è oggetto di attenzione politica e tentativi di riforma costituzionale. Mai come ora si è andati vicini allo scopo, anche se le riforme legislative che si sono succedute in questi anni, da quella Mastella a quella Cartabia, hanno reso più difficile il passaggio dalla funzione requirente e quella giudicante. Resta l’ultimo miglio, dall’esito non scontato. Per stare sul merito, la riforma introduce quattro punti essenziali: definitiva separazione delle carriere tra giudici e pubblici. ministeri; separazione del sistema di autogoverno in due Csm, formati – terzo punto – per sorteggio tra giudici, professori e avvocati in possesso dei requisiti richiesti; deferimento delle questioni disciplinari a un terzo organo distinto, l’Alta corte disciplinare. Chi non sostiene la bontà della riforma lo fa per due motivi: o la ritiene sbagliata o la ritiene inutile. Tra chi la ritiene sbagliata, la critica più fondata è quella per cui, se l’obiettivo è quello di correggere l’autocrazia della magistratura e in particolare il potere dei pubblici ministeri, andato negli anni al di là di quanto necessario a svolgere la loro funzione, la creazione di due Csm separati potrà avere l’esito non di dimezzare, ma di doppiare le degenerazioni dell’autonomia. Questo argomento però – osserva Sileoni - si può superare solo superando l’inquadramento dei Pm all’interno della magistratura. Chi ritiene invece inutile la riforma, poiché il passaggio di carriere è già ora difficile e raro, sottovaluta che la terzietà del giudice e l’equilibrio nello svolgimento del proprio ruolo non derivano solo dal fatto concreto, ma anche dal fatto percepito che la magistratura requirente svolge una funzione diversa da quella giudicante. Lo stesso vale per il sorteggio: è vero che le correnti possono crearsi o ad esse si può aderire anche dopo essere stati estratti. Tuttavia, l’introduzione di un sistema non elettivo aiuta ad allontanare quel fenomeno esiziale di un correntismo persino accreditato dentro e fuori la magistratura. Una separazione definitiva delle carriere, con un autogoverno meno politicizzato, può aiutare a distinguere le funzioni di chi esercita l’azione penale e di chi emette sentenza e restituire, dentro e fuori dall’ordine, la consapevolezza di una reale indipendenza anche dalle correnti interne. Può aiutare, quindi, ad uscire dalle ambiguità che hanno contribuito a un insano rapporto tra politica, magistratura e opinione pubblica”.
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