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Proviamo a crescere di più

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 12/11/2025

Proviamo a crescere di più Proviamo a crescere di più Nicola Saldutti, Corriere della Sera
 
A guardare il dibattito sulla manovra economica da 18,7 miliardi, in via di discussione in Parlamento, c’è la sensazione - osserva Nicola Saldutti sul Corriere della Sera - che il monopolio delle imposte come questione politica ci stia distraendo da altre priorità che il Paese dovrebbe affrontare con altrettanta urgenza. Partiamo dalla crescita: per l’Istat l’aumento del Prodotto interno lordo nel 2025 si fermerà allo 0,6 per cento mentre salirà allo 0,8 per cento nel 2026. Vuol dire che in due anni l’Italia riuscirà a realizzare appena la metà della crescita raggiunta dai nostri vicini spagnoli quest’anno. Decisamente troppo poco. Forse qualcosa, in tempi brevi, dovremmo fare, e non tanto per una questione di posti in classifica in Europa ma se vogliamo restare e consolidare la posizione di un Paese industrialmente significativo. È vero, le tasse non equamente o progressivamente applicate (come stabilisce la Costituzione) sono un potenziale freno allo svolgersi regolare dell’attività economica, ma lo sono ancora di più le infrastrutture materiali e immateriali, la sproporzione tra i documenti (qualche volta ancora cartacei) che le aziende devono produrre agli uffici pubblici e l’urgenza che hanno di essere competitive per conquistare mercati o spingere sugli investimenti. Una parola comincia a circolare, de-burocratizzare. Togliere almeno qualcosa, un documento inutile in meno e una connessione 5g veloce in più. Ecco, un po’ meno di tasse e un po’ più di investimenti si dovrebbe parlare. Il simbolo di questo è l’Ilva: il Paese ha bisogno del suo acciaio ma ormai Taranto, che una volta era l’impianto siderurgico più grande d’Europa, sembra finita in una situazione eternamente sospesa. Per non dire peggio. È vero, la distribuzione della ricchezza rappresenta la via maestra dell’equità, ma con lo 0,6 per cento di crescita del Pil si può fare proprio poco poco.
 
Michele Ainis, la Repubblica
Il tentativo — malevolo e maldestro — di mettere un bavaglio a Report - commenta Michele Ainis su Repubblica - non è che l’ultimo episodio. Ne è stato artefice il Garante della privacy, che a quanto pare si preoccupa di tutelare la propria privacy, anziché la nostra. Però la trasmissione di Ranucci è andata in onda, mentre il Garante è finito sotto un’onda. Recando un danno non soltanto alla libertà d’informazione, ma al suo stesso ruolo. Le autorità indipendenti sono altrettante sentinelle dei diritti, tuttavia possono riuscirci a condizione d’apparire davvero indipendenti dai potentati economici e politici. Non è questo il caso. E d’altronde l’assalto alla libertà di stampa registra ogni giorno una nuova puntata. Qualcuno dirà: nulla di nuovo. La volontà di reprimere il dissenso è antica quanto l’esperienza del potere, si ripete perciò lungo tutti gli itinerari della storia. Ne fu vittima Cristo, processato e ucciso per le sue parole; ma si può inoltre ricordare la persecuzione di Socrate, o più tardi di Giordano Bruno, o di mille altri martiri della libertà. Del resto la repressione delle voci antagoniste agisce in molte forme, non soltanto con la forca. E ha raccolto paladini autorevoli come Thomas Hobbes, che avallò il potere dello Stato di proibire la diffusione di opinioni pericolose per la pace sociale. Sennonché la circolazione di opinioni dissonanti giova a tutti, a chi è d’accordo e a chi non è d’accordo. Non foss’altro che per la ragione illustrata nell’Ottocento da Alexis De Tocqueville, dato che ciò frappone un argine alla «tirannia della maggioranza». È questo, infatti, il lascito del costituzionalismo, della cultura dei diritti che ha aperto l’età contemporanea. Ma questo lascito adesso si è appannato, benché sopravvivano — almeno sulla carta — le garanzie giuridiche che proteggono l’informazione nel suo duplice aspetto: la libertà d’informare, senza altri limiti che quelli dettati dalla deontologia dei giornalisti; la libertà d’essere informati. Se però si viaggia dal paradiso della Costituzione all’inferno della vita reale, il paesaggio è di tutt’altro stampo.
 
Assia Neumann Dayan, La Stampa
Sulla Stampa Assia Neuman Dayan racconta di aver letto da qualche parte che l’esistenza del reparto di oncologia pediatrica è la prova della non esistenza di Dio. Si è pensato a questo punto di sostituire Dio con una macchina in grado di eliminare i reparti di oncologia pediatrica; la crisi della religione e la crisi della scienza hanno quindi prodotto la Silicon Valley. Quella tecnologica è la nuova religione con i suoi dogmi, i suoi messia, i suoi atti di fede e con il suo Dio che non ha misericordia ma impulsi elettrici e complimenti insinceri. Il Wall Street Journal ha riportato la notizia dove sembrerebbe che una startup della Silicon Valley, la Preventive, stia sviluppando una tecnologia in grado di modificare gli embrioni, il che vuol dire la possibilità di avere bambini non solo geneticamente modificati, ma anche perfettamente sani. L’ossessione per il dare la vita e quella per sconfiggere la morte della tecnocrazia californiana, dalla genesi alla criogenesi, è quello che separa il mondo che conosciamo da quello che non vorremmo conoscere. Qualche tempo fa era circolata una notizia (falsa) sullo sviluppo di un robot perfettamente in grado di sostituire l’utero della donna durante la gravidanza, ma secondo me non manca poi molto alla produzione di una macchina perfettamente in grado di sostituire l’umano; quindi, è bene iniziare a pensarci ora. Qual è il limite che divide eugenetica e progresso? E soprattutto qual è il nostro di limite? Preventive si porrebbe come obiettivo quello di modificare l’embrione in modo da prevenire le malattie ereditarie. Il problema è quello che viene dopo, perché c’è sempre un dopo, e il dopo non è prevedibile. Quali sono i confini? Un tecnopazzo potrebbe pensare che sarebbe proprio bello avere un mondo solo di geni e sviluppare una tecnica per modificare il quoziente intellettivo, o un mondo solo di imbecilli, o di soli sani, o di soli malati. Io non ho risposte su quali siano i confini, ma quello che so per certo è che non li lascerei decidere a Sam Altman.
 
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