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L'Italia tra senso civico e declino
La destra non può tacere
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 11/11/2025
Sul Corriere della Sera Antonio Polito stigmatizza la rilettura più che indulgente del fascismo proposta nei giorni scorsi dal generale Vannacci, il quale - come scrive l’editorialista - ha passato il segno: presenta ormai infatti apertamente come buone, legali, ammissibili, anche le peggiori malefatte del fascismo, il lato orribile della dittatura, ciò che ha provocato l’immane tragedia nazionale della disfatta bellica. Mettendo l’Italia al servizio della barbarie hitleriana, ricorda Polito, il fascismo ne ha fatto il primo Paese nella storia a dover firmare una «resa incondizionata». Niente può cancellare questa responsabilità. Eppure Vannacci è ormai passato a una vera e propria apologetica del regime che merita per questo di essere combattuta, in primo luogo dalla coalizione di centrodestra che governa oggi l’Italia. Il metodo è quello solito, più adatto a un «paglietta» che a un militare: dire una mezza verità e non dire tutta la verità, provocare e subito dopo edulcorare, inneggiare alla X (Mas) e poi sostenere che era solo una «ics». Il tentativo di rendere il fascismo accettabile, di rivalutarlo agli occhi non solo dei nostalgici ma, quel che è peggio, dei giovani di oggi, è una colpa grave che il governo della Repubblica italiana non può consentire, soprattutto quando è nelle mani di una destra che dichiara di aver chiuso definitivamente i conti con quel passato e ha giurato fedeltà alla Costituzione. Naturalmente Vannacci può dire quel che vuole (ovviamente entro i limiti di legge). Ma la destra di cui fa parte non può tacere, facendo finta di niente. Vannacci è il numero due di un partito di governo. Qualcuno parli, dunque, e non solo il povero ministro Crosetto. Fratelli d’Italia ha altri due autorevolissimi fondatori, la Lega ha un passato impeccabilmente antifascista. Il loro silenzio è perciò tanto più assordante. Una netta condanna sarebbe un servizio reso alla Repubblica, per proteggerne le radici antifasciste. Ce n’è sempre bisogno. Ce n’è di nuovo bisogno.
Vincesco Visco, la Repubblica
Il dibattito in corso sulle tasse - osserva su Repubblica Vincenzo Visco - è chiaramente viziato da inconsapevolezza, propaganda e demagogia. È opportuno riportarlo — come si dice — con i piedi per terra. Negli ultimi 20-25 anni la distribuzione del reddito in Italia e negli altri Paesi sviluppati è fortemente cambiata: i redditi da lavoro si sono ridotti dal 60-65% del passato a circa il 50% del valore aggiunto. Con sistemi tributari fondati sull’imposta sul reddito e i contributi sociali ciò ha provocato una situazione di stress fiscale ed effetti redistributivi perversi. L’incidenza complessiva di tutte le imposte sulle famiglie negli anni ’70 del ’900 risultava regressiva per i redditi più bassi, tendenzialmente proporzionale per le classi centrali e fortemente progressiva per classi di reddito più elevate. Ora la situazione si è capovolta. Secondo uno studio recente di ricercatori dell’Università di Pisa e di Milano la situazione attuale in Italia presenta un forte progressività in basso, una lievissima progressività nella parte centrale della distribuzione e un forte regressività per i “ricchi”. Ciò è l’effetto delle riforme che hanno caratterizzato il periodo del neoliberismo: forte riduzione delle aliquote più elevate delle imposte personali, dimezzamento delle imposte sulle società, ampie possibilità di elusione per le imprese, soprattutto multinazionali, trattamento privilegiato delle retribuzioni dei manager, ammorta- menti accelerati, patent box, e altri strumenti analoghi di detassazione, riacquisto di azioni proprie che creano plusvalenze o non tassate, o detassate, ecc. In altre parole, esiste oggi un problema di tassazione dei “ricchi”. Nessuno può negarlo. Se appare impossibile, o molto difficile, ritornare alle normative fiscali più equilibrate del passato, l’idea di una imposta patrimoniale sui “ricchi” veri, appare come uno strumento imperfetto e impreciso per ottenere un riequilibrio della tassazione, ma del tutto ragionevole, sempre che fosse limitato ai veri grandi “ricchi, e usato essenzialmente a fini perequativi, e non per fare semplicemente gettito. Resterebbe comunque il compito, non facile, di determinare, accertare e riscuotere l’imposta.
Veronica De Romanis, La Stampa
Anche Veronica De Romanis sulla Stampa si occupa della patrimoniale, proposta da Elly Schlein e Maurizio Landini per redistribuire la ricchezza e contrastare le crescenti disuguaglianze. Ma per rendere la proposta più concreta, scrive De Romanis, sarebbe utile adottare un metodo che consenta di capire – una volta per tutte – se si tratta davvero di una strada percorribile. Gli aspetti da chiarire in merito a questa nuova tassa sono essenzialmente tre: la definizione, l’utilizzo e l’efficacia. Partiamo dal primo: chi sono i ricchi? Secondo Landini sarebbero coloro che hanno “oltre due milioni di euro”, circa mezzo milione di cittadini. Ma qui nasce subito una questione cruciale: cosa dovrebbe rientrare nel patrimonio da tassare? La prima casa? La seconda? I risparmi accumulati nel tempo? Non è un’operazione semplice. Si rischia, infatti, di chiedere un contributo a persone che appaiono ricche sulla carta, ma che in realtà non lo sono affatto. E poi c’è il problema della riscossione. Se l’obiettivo è tassare soprattutto il capitale, va ricordato che questo può essere facilmente spostato, anche fuori dall’Europa. La proposta di Schlein di intervenire a livello comunitario, quindi, rientra ancora una volta nel campo delle ipotesi teoriche. Il secondo punto da chiarire poi è l’utilizzo delle eventuali risorse. Landini stima entrate per circa 26 miliardi di euro, ottenibili applicando un’aliquota dell’1,3 per cento. I fondi servirebbero a “finanziare lavoro, pensioni, welfare e investimenti”, ha spiegato. Tuttavia, se servono ulteriori risorse, significa che quelle già spese non bastano. In altre parole, Schlein e Landini stanno implicitamente affermando che gli oltre 1.108 miliardi di euro di spesa pubblica annuale non sono sufficienti. Attenzione però: ragionare in termini di “spese insufficienti” è pericoloso, perché il rischio è che non bastino nemmeno i proventi della nuova patrimoniale. E, a quel punto, che si fa? Si amplia la platea dei “ricchi”, includendo anche i “meno” ricchi. Un terreno molto scivoloso.
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