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Come ripartire sul clima

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 09/11/2025

In edicola In edicola Danilo Taino, Corriere della Sera
“Forse l’umanità non si sta estinguendo. Vedremo cosa ne pensano le oltre 50 mila persone e i rappresentanti dei governi che da oggi al 21 novembre si riuniscono in Brasile per la Cop30 sui cambiamenti del clima”. Ne parla Danilo Taino sul Corriere della Sera: “L’impressione è che – scrive l’editorialista - rispetto alle precedenti 29 conferenze, molto stia cambiando nella conversazione sul tema: la previsione che la vita sulla Terra rischi di finire a causa delle emissioni di gas a effetto serra è sempre meno condivisa e le misure prese negli anni scorsi per contenere l’aumento della temperatura del pianeta, costose e dai risultati modesti, trovano sempre più opposizioni. L’allarmismo che ha caratterizzato a lungo la stagione della lotta al climate change è in esaurimento. Non che il problema non esista: il pianeta si scalda e ciò ha effetti in molti casi gravi. La novità è che ora la questione viene sempre più spesso relativizzata rispetto ad altre emergenze non solo non meno serie ma anche più facilmente trattabili. Questo è ciò che sta succedendo nella discussione sul riscaldamento del clima. Alla base ci sono cambiamenti nella società, nell’economia e nella politica. In Europa – osserva Taino - si sono fatte scelte che oggi anche molti di coloro che le avevano sostenute giudicano sbagliate o troppo anticipate. Il Green Deal, per esempio, ha suscitato reazioni in passato e oggi è in via di non facile revisione da parte della Commissione Ue sulla spinta di più di un governo, proprio a causa dei suoi costi in particolare per le imprese. L’urgenza di contenere l’aumento delle emissioni a effetto serra ha insomma prodotto un caos e politiche dai costi elevati per le imprese e per le fasce meno ricche dei cittadini. Nel frattempo, come ha notato Gates, i Paesi più poveri hanno bisogno di energia, che al momento può essere prodotta solo con combustibili fossili, per uscire dalla povertà e limitare le malattie spesso prodotte proprio dalla penuria di elettricità. La situazione che si è creata sta dunque dando vita a una conversazione diversa rispetto a quella dominante negli ultimi anni. L’opposizione estrema e senza dibattito dell’Amministrazione Trump a ogni passo per affrontare il riscaldamento del pianeta ha dato un’ulteriore spinta al ripensamento di molti altri governi”.
 
Stefano Lepri, La Stampa
Stefano Lepri sulla Stampa parla dell’esecutivo di centrodestra e ‘dei sogni infranti sul muro della realtà’. “Dopo tre anni di governo Meloni – scrive l’editorialista - è ormai impossibile nascondere il divario fra le attese che erano state sollevate prima e la realtà di politiche piuttosto caute pur se condite con le strida di una propaganda politica faziosa. La manovra di bilancio per il 2026 su cui tanto si polemizza in questi giorni (seguendo il consueto rito autunnale) più che altro non cambia quasi nulla. Sul tenore di vita degli italiani hanno pesato in questi tre anni tre fattori: un aumento dei prezzi cominciato improvviso nel 2022 e poi a poco a poco rallentato, comune anche agli altri Paesi europei; rispetto a questo, un recupero di salari e stipendi più lento da noi che altrove; nella misura in cui il recupero avveniva, maggiori trattenute fiscali per passaggio a scaglioni Irpef più alti. All’ultimo dei tre fenomeni, il drenaggio fiscale che inaspettatamente ha contribuito a riequilibrare i conti dello Stato, Giorgetti vanta che, sia pure per gradi, il governo ha reagito, soprattutto abbassando le aliquote Irpef sui ceti medi. Ma il secondo fenomeno resta, cosicché il potere d’acquisto di molte famiglie è tuttora inferiore ai livelli pre-Covid (di almeno il 5%). Purtroppo – osserva Lepri - la possibilità di ottenere retribuzioni migliori è frenata dal cattivo andamento della produttività nel nostro Paese (calata di oltre un punto percentuale in 5 anni) anche rispetto a quelli vicini o simili. E qui dovrebbe essere il governo a darsi da fare, come già ha scritto Elsa Fornero qualche giorno fa, dandosi un progetto per rimuovere almeno alcuni ostacoli. Non solo mancano novità, ma vecchi vizi sono tornati più forti di prima, come coccolare le parti meno efficienti del nostro sistema produttivo, o rendere sempre più astruse le leggi tributarie in continui scambi di favori fra politica e categorie; mentre la riforma costituzionale della giustizia non fa nulla per l’unica cosa che serva all’economia, ovvero sveltire le cause civili. Su come far progredire il Paese (anche dati i rischi del commercio) scarseggiano le idee. Mancano anche nell’opposizione, se ora si punta a tassare di più i ricchi, quando anche i migliori esperti della sinistra ritengono che non se ne ricaverebbe un gettito risolutivo”.
 
Alessandro Campi, il Messaggero
“Le difficoltà a introdurre la cosiddetta patrimoniale sono molte, come dimostra il fatto che in Europa qualcosa di simile esiste solo in Spagna e Norvegia”. Lo scrive Alessandro Campi sul Messaggero facendo notare come “i livelli di prelievo fiscale nelle democrazie sociali europee sono già altissimi per persone e imprese (e in Italia più che altrove): ci si chiede se sia corretto tassare nuovamente patrimoni che sono già stati tassati. Il problema, nel caso specialmente nel nostro Paese, sono semmai le ricchezze che sfuggono a qualunque forma di imposizione. Recuperare l’evasione, come dicono molti studi, sarebbe il modo migliore per accrescere la ricchezza pubblica e favorirne la redistribuzione collettiva. L’ulteriore complicazione, come dimostra il dibattito italiano di questi giorni, è stabilire quali siano i livelli di ricchezza oltre i quali dovrebbe scattare l’obbligo impositivo. Ma – osserva l’editorialista - ci sono altri problemi, come stanno cercando di spiegare gli esperti di questioni fiscali e tributarie. A meno di non tradursi in una misura espropriativa vera e propria, la patrimoniale garantirebbe, fatti tutti i possibili conti, un gettito minore a quello annunciato o sperato. In ogni caso non sufficiente a colmare le iniquità sociali e a combattere la povertà, come dicono enfaticamente i suoi sostenitori. Se il problema sono le diseguaglianze create dal capitalismo globale (tema drammaticamente serio) forse bisognerebbe pensare, più che a imposte straordinarie e di dubbia legittimità formale, a un riordino complessivo dei meccanismi vigenti di tassazione, che tengano conto di come si è nel frattempo redistribuita socialmente la ricchezza. E veniamo così al nodo politico della questione. La patrimoniale di cui si sta discutendo in Italia (senza che tra Elly Schlein e Maurizio Landini nemmeno ci sia una posizione unitaria) non è una proposta politicamente seria, ma una suggestione vaga, un motivo propagandistico peraltro ricorrente, una provocazione meramente polemica. E allora perché se ne torna a parlare, pur sapendo che non si arriverà a nulla? A sinistra, evidentemente, si ritiene che sia un tema – non solo giusto in sé – ma anche propagandisticamente efficace. Ma è tutto da dimostrare. Anzi – aggiunge Campi - l’impressione è che si tratti di una battaglia pericolosamente improduttiva. La patrimoniale è una formula semplice, di presa comunicativa immediata, alla quale si ricorre in mancanza di idee più strutturate e originali”.
 
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