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Tasse ai ricchi. La ricetta Mamdani può funzionare
Redazione InPiù 07/11/2025
Sul Domani Emanuele Felice commenta la vittoria di Mamdani a New York. Il primo cittadino della Grande Mela - scrive l’editorialista - ha vinto perché propone di cambiare un modello di sviluppo che in questi decenni ha fatto esplodere le disuguaglianze e portato all’impoverimento di decine di milioni di americani (per i quali si è addirittura ridotta la speranza di vita). Perché vuole redistribuire la ricchezza da una minoranza di milionari, spesso parassitaria e che ha flirtato per decenni anche con l’establishment democratico (oltre che con i repubblicani) a favore della gran parte dei cittadini. Al centro del discorso di Mamdani vi è la critica serrata alla classe dei multimilionari, che ha reso New York invivibile per la gran parte delle persone comuni. Il nuovo sindaco ha avanzato un progetto concreto di redistribuzione e lotta alle disuguaglianze. Nel concreto le sue proposte riguardano il diritto alla casa (con la costruzione di 200mila nuove unità abitative, il blocco degli affitti, il rafforzamento delle tutele per gli inquilini), investimenti nei trasporti pubblici e negli asili nido, entrambi da potenziare e rendere gratuiti, la creazione di un network di supermercati comunali per contrastare il caro vita, l’introduzione di un salario minimo. Per finanziarie le nuove spese Mamdani propone fra le altre cose di aumentare le imposte sulle imprese, allineandole a quelle degli altri Stati federali, e una sovrattassa dell’1 per cento sui redditi individuali sopra il milione di dollari. Propone in sostanza di redistribuire la ricchezza a favore di chi ha meno per rafforzare i beni pubblici essenziali. Ma - avverte Felice - attenti qui in Italia a trattare il fenomeno Mamdani con sufficienza. Il punto di fondo è che Meloni e questa destra, da noi, vanno sconfitte innanzitutto sul terreno economico: sulla povertà crescente, sui salari bassi, sullo smantellamento dei servizi pubblici, sulla deindustrializzazione dell’Italia e la stagnazione del Pil; su un sistema fiscale iniquo e che favorisce la rendita, mentre le politiche pubbliche scoraggiano l’innovazione e la crescita delle imprese. Sono i temi cui Meloni non sa rispondere.
Daniele Capezzone, Libero
Su Libero Daniele Capezzone commenta la vittoria di Mamdani ironizzando sulla “eccitazione incontebile” dei media italici per il nuovo sindaco di New York. A occhio e croce, osserva, fino a una settimana fa, se aveste fatto quel nome a bruciapelo davanti a una platea di giornalisti assortiti, alcuni vi avrebbero parlato di un centrocampista dell’Udinese, altri di un terzino del Tottenham, altri ancora di un mezzofondista africano. Ma da ieri non ci si può più sbagliare: è istantaneamente diventato una specie di icona, anzi di Messia (ops, però è islamico, come si fa?), in ogni caso un supereroe da contrapporre al perfido Trump. Trump- si sa - fa schifo al Commentatore Unico, e va insultato almeno due volte al giorno, prima o dopo i pasti principali. Ecco Adriano Sofri sul Foglio, che per celebrare Mamdani evoca l’incolpevole Machiavelli (il quale non può difendersi per ovvie ragioni), e contemporaneamente lapida Trump. Esulta anche l’editoriale di Avvenire, quotidiano zuppista, entusiasta per il sostegno a Mamdani dei giovani «che hanno visto in lui una possibile svolta, oltre che un coetaneo simpatico e brillante, ex rapper, figlio di un mix di culture». E il problema dell’antisemitismo? Ma no, tranquilli, la sua è una «posizione fortemente pro Palestina». Pure La Stampa è in amore: «L’America antiTrump» in prima, «onda dem» in seconda, più una croccante intervista all’ex sindaco Bill De Blasio che evoca Roosevelt. Ma il primato del giornale più “mamdaniano” se lo aggiudica Repubblica. Siete pronti per la raffica? Prima pagina: «Il sindaco dell’altra America». E sempre in prima sono già lanciatissimi Gianni Riotta («Il primo passo di una riscossa ora possibile») e Gabriele Romagnoli («L’irresistibile corsa dell’esercito dei dimenticati»). Quindi non vi sbagliate: i «forgotten men» di Trump erano bifolchi sdentati, belve assatanate, orridi populisti; mentre i sostenitori di Mamdani devono essere tutti poeti e artisti, anime sensibili e delicate. E infatti ecco pagina 2: «È l’alba di un giorno migliore». Siamo sempre lì, al curioso algoritmo ben noto ai lettori di Libero, conclude Capezzone: se in America vince un repubblicano, allora siamo invariabilmente alle soglie della guerra civile, in mezzo a falchi guerrafondai, principi delle tenebre, onde nere; se invece vince un democratico, incluso un musulmano estremista di sinistra, è subito un “nuovo inizio”, la “nostra America”, una “bella speranza”. Avanti così, compagni: tifare sempre, capire mai.
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