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L'Italia tra senso civico e declino
Helsinki 2, il vertice infattibile
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 07/11/2025
Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera si sofferma sull’ipotesi di un’altra «Conferenza di Helsinki» per mettere fine alla guerra in Ucraina e per pacificare il rapporto tra Russia e Occidente, auspicata da molti osservatori L’ultimo a proporla - ricorda - è stato l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema nell’intervista ad Aldo Cazzullo, pubblicata dal Corriere, lunedì 3 novembre. La Conferenza di Helsinki si tenne nel luglio del 1975, in piena guerra fredda, e si concluse con un «Atto finale» sottoscritto da 35 Paesi, a cominciare da Stati Uniti e Unione Sovietica. Ora, l’idea è aprire una trattativa a tutto campo che tenga conto delle preoccupazioni per la sicurezza di ogni partecipante, proprio come accadde 50 anni fa. Forse lo stesso Vladimir Putin immagina qualcosa di simile, quando sostiene che occorre risolvere «le cause profonde» del conflitto da lui scatenato il 24 febbraio 2022. Per i russi questo significherebbe, tra l’altro, cancellare solo l’ipotesi dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato. C’è, però, un problema. La valenza politica della dichiarazione di Helsinki (45 pagine) sta nei dieci principi fondamentali «che reggono le relazioni tra gli Stati». Vale la pena scorrerli, anche solo per titoli: rispetto della sovranità di ogni Paese; nessun ricorso alla minaccia o all’uso della forza; inviolabilità delle frontiere; tutela dell’integrità territoriale degli Stati; composizione pacifica delle controversie; non intervento negli affari interni di altre nazioni; protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; eguaglianza dei diritti e garanzia dell’autodeterminazione dei popoli; cooperazione tra gli Stati; esecuzione in buona fede degli obblighi di diritto internazionale. Con l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha violato tutti e dieci questi principi. Filotto, strike. Domanda: Putin sarebbe davvero disponibile a convertirsi al «decalogo di Helsinki», perché sarebbe tecnicamente una vera conversione, per esempio riconsegnando i territori occupati con la forza al governo di Kiev? La risposta ormai dominante è «no» e Mosca non pare intenzionata neanche a iniziare un negoziato così impegnativo come fu quello del 1975.
Linda Laura Sabbadini
Record di povertà assoluta e di cittadini che rinunciano a curarsi in presenza di bisogno. Su Repubblica Linda Laura Sabbadini commenta i dati Istat del 2024 che a suo dire raccontano due grandi criticità. Cinque milioni e 700 mila persone vivono in povertà assoluta. Quasi 6 milioni di cittadini smettono di curarsi. La povertà alimenta la rinuncia alle cure, ma quest’ultima aggrava le fragilità sociali ed economiche. Due facce della stessa debolezza strutturale del Paese, segnali che dovrebbero guidare ogni scelta della manovra di bilancio. Una delle misure più discusse riguarda la riduzione dell’aliquota Irpef dal 35 al 33%. Secondo le stime Istat, questa misura coinvolgerebbe poco più di 14 milioni di contribuenti, con un beneficio medio annuo di 230 euro. Ma fermarsi alla media sarebbe fuorviante, perché una riduzione di imposta, se non calibrata, può amplificare le disuguaglianze già esistenti. Stando alle valutazioni dell’Istat, infatti, oltre l’85 delle risorse derivanti dalla riduzione dell’aliquota Irpef finirà nelle tasche dei due quinti più ricchi delle famiglie. Le più povere otterranno appena 102 euro l’anno, mentre le più ricche riceveranno oltre 400 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio segnala che i dirigenti riceveranno in media 408 euro, gli impiegati 123 e gli operai solo 23. In un Paese dove i salari reali sono praticamente bloccati da trent’anni e la povertà assoluta ha raggiunto livelli record, dove l’inflazione ha colpito in modo più duro chi aveva redditi bassi, sarebbe stato necessario un intervento mirato a sostenere chi è più fragile, anziché ampliare il divario tra ricchi e poveri. Analogamente sulla salute. La rinuncia alle cure riguarda ormai quasi il 10% della popolazione, un aumento significativo rispetto al 7,6% del 2023 e ancora di più del 2019. Le priorità dovrebbero essere chiare: sostenere chi è più fragile, garantire il diritto alla salute per tutti, assicurare che la povertà non diventi una condanna irreversibile.
Francesca Schianchi, La Stampa
Sulla Stampa Francesca Schianchi si occupa della supposta rivalità tra la segretaria del Pd Elly Schlein e la sindaca di Genova Silvia Salis per la leadership del centrosinistra. Secondo Schlein, descrivere le donne in perenne scontro le une contro le altre è un vecchio riflesso patriarcale. Siccome siamo donne, provate a cucirci addosso una rivalità: e invece, guardate quanto siamo affiatate e lavoriamo bene insieme. Il problema però - osserva Schianchi - è che, per quanto sia vera la passione di un certo maschilismo imperante per la narrazione delle donne incapaci di fare gruppo, nel caso di specie una tensione latente c’è, eccome. Salis non ha fatto in tempo ad essere eletta, nel maggio scorso, alla guida della sua città, che già c’era chi vedeva in lei una promessa: moderata e determinata, non sarà mica la leader giusta per il centrosinistra? Dopo qualche dichiarazione sbavata, alcuni saggi consigli e una manciata di whatsapp irritati di Schlein – stai attenta, rischi di essere strumentalizzata – soprattutto dopo un incontro chiarificatore a Genova tra le due, i rapporti si sono assestati, e adesso è tutto un «Schlein è coerente» dell’una, e «facciamo squadra» dell’altra. Una sorta di amabile tregua tra due figure che, volente o nolente, rischiano invece di finire in rotta di collisione. Perché, attraverso la sindaca, è affiorato nel partito, dopo due anni e mezzo di bonaccia da record, il problema destinato a diventare inaggirabile man mano che si avvicineranno le elezioni politiche: le perplessità di una parte dei dem sull’ipotesi di una candidatura di Schlein a Palazzo Chigi. In pochi – l’ex senatore Luigi Zanda per primo – lo hanno dichiarato pubblicamente. Molti altri lo sussurrano o lo fanno capire: la segretaria è troppo di sinistra, dicono, troppo radicale, inadatta a riunire un’alleanza larga che sappia guardare anche al centro. Manca ancora tempo alla scelta del leader di coalizione, e finché potranno, le due giovani dirigenti continueranno a ostentare una serena collaborazione. Poi, quando sarà il momento, si vedrà se la competizione sarà veramente fra loro.
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