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Il sindaco di New York, un anticipo del futuro
Redazione InPiù 06/11/2025
«Quello che accade oggi a New York è ciò che accadrà noi in futuro», recita un vecchio adagio. Se è vero, scrive su Italia Oggi Alessandra Ricciardi, allora il futuro della politica occidentale potrebbe aver preso forma ieri, con la vittoria di Zohran Mamdani a sindaco di New York. Definita dal senatore Bernie Sanders come «uno dei più grandi sconvolgimenti politici della storia moderna americana», l’elezione di Mamdani rappresenta un cambio di paradigma che va ben oltre i confini della Grande Mela. Con il 50,39% dei voti (oltre un milione di preferenze), il 34enne di origini sud-asiatiche ha battuto l’ex governatore Andrew Cuomo, fermo al 41,59%, e il repubblicano Curtis Sliwa, inchiodato sotto la soglia del 10%. Ma più che i numeri, colpisce il profilo del vincitore: primo sindaco musulmano e socialista di New York, il più giovane da oltre un secolo, figlio di madre indiana e padre ugandese, lui steso nato in Uganda. Mamdani ha vinto, nella città simbolo del capitalismo, con un programma radicale: tasse più alte per i ricchi, trasporti pubblici gratuiti, supermercati comunali. Idee che fino a pochi anni fa sarebbero state bollate addirittura come antiamericane, ma che oggi trovano terreno fertile in una metropoli dove i bianchi non ispanici rappresentano solo un terzo della popolazione: meno di 3 milioni di abitanti su 9 milioni. Una minoranza. Naturalmente, a favorire svolta progressista ha contribuito anche la debolezza degli avversari. Cuomo ha pagato l’immagine di politico d’apparato, mentre i repubblicani si sono presentati spaccati. Il presidente Donald Trump ha attribuito la sconfitta del suo partito «allo shutdown e al fatto che Trump non fosse sulla scheda elettorale». E non ha perso occasione per agitare lo spettro del “comunismo”, usando la vittoria di Mamdani come monito per il resto del Paese. Ma la vittoria di Mamdani non è un incidente della storia, è il riflesso delle profonde trasformazioni provocate dal fenomeno migratorio, dalla crescita delle disuguaglianze e dalla crisi del sogno meritocratico, trasformazioni che sono ora arrivate ai piani alti della politica. Se New York è davvero laboratorio del futuro, allora l’America, e forse anche l’Europa, dovranno abituarsi a una società, e dunque a una politica, più eterogenea e più radicale.
Andrea Lavazza, Avvenire
Su Avvenire anche Andrea Lavazza commenta la vittoria di Mamdani, sottolineando come la cosa più facile da fare, a poche ore dal voto, sia sopravvalutarne il significato e la portata politica. Certo, il nuovo primo cittadino della Grande Mela, con i suoi 34 anni appena compiuti, sarà il più giovane da fine Ottocento, nonché il primo musulmano e il primo nato in Africa, ammesso alla nazionalità americana solo dal 2018. Tutti elementi che colpiscono l’immaginario e ne fanno il personaggio ideale se si è in cerca di un anti-Trump, tanto più che ha trionfato nella città del tycoon con un programma “socialista democratico”, lontano dalla falce e martello che gli ha messo in mano il New York Post sulla sua prima pagina. Mamdani, in realtà, conferma una tendenza attuale nella base del Partito democratico, quella di premiare figure più o meno radicali – di qui la sconfitta dell’ex governatore e collega di schieramento Andrew Cuomo, erede di una dinastia super finanziata e sostenuta dall’establishment – e ribadisce l’ampio e storico orientamento liberal di New York. Questo non vuol dire che tutto fosse già scritto. Il 50% dei voti ottenuti è spiegato in buona misura dalla mobilitazione dei giovani, che hanno visto in lui una possibile svolta nell’amministrazione, oltre che un coetaneo simpatico e brillante, ex rapper, figlio di un mix di culture (origine mista indiano-ugandese-statunitense). Non irrilevante pure la sua posizione fortemente pro-Palestina in un momento cruciale della vicenda mediorientale (un elemento ideologico, insieme alla sua fede islamica, che potrebbe pesare in futuro). Ma non è tutto. Mamdani ha posto la questione economica (casa, trasporti e infanzia) al centro della sua campagna. Alcuni precedenti, come quello di Bill de Blasio, altro sindaco partito con obiettivi di riforme profonde, indicano che non sarà semplice portare un po’ di socialdemocrazia sulla East Coast. Dal primo gennaio (data di insediamento), assisteremo tuttavia a un laboratorio politico interessante, forse più per le due anime in conflitto del Partito democratico (in cui radicali e moderati si combattono) e noi spettatori europei che per la maggioranza dei cittadini statunitensi.
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