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L'Italia tra senso civico e declino
La giustizia e le tre domande
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 06/11/2025
Sul Corriere della Sera Sabino Cassese fa il punto sul referendum della prossima primavera sulla riforma della giustizia appena approvata dal Parlamento. Non si tratterà di dare un voto a questo o a quel governo, e neppure alla magistratura. Quindi, osserva Cassese, non ha ragion d’essere il clamore di alcuni magistrati militanti e di una parte del corpo politico: la divisione tra sostenitori e oppositori finisce per caricare il referendum di significati ulteriori, che non vi sono. Dobbiamo, per decidere, provare a rispondere a tre domande. La prima: se sia legittimo e opportuno separare le carriere di chi accusa e di chi giudica nei processi. La seconda domanda: è legittimo e opportuno che i magistrati che comporrebbero (in netta maggioranza) i due Consigli Superiori siano sorteggiati, invece che essere eletti? La terza domanda: è legittimo e opportuno creare una Corte disciplinare con una composizione simile a quella del Corte costituzionale, con tre membri nominati dal presidente della Repubblica, tre dal Parlamento e nove dai magistrati, quindi con una larga prevalenza dei magistrati? Ci avviamo al quinto referendum costituzionale della storia repubblicana (gli altri sono stati nel 2001, nel 2006, nel 2016 e nel 2020 e si sono conclusi con due no e due sì) nella più grande confusione. Tradisce la Costituzione chi ritiene che con un sì o un no a questo referendum siamo chiamati a dare un voto di fiducia alla maggioranza o all’opposizione attuali. La Costituzione ha separato la democrazia rappresentativa, quella che si svolge mediante l’elezione, dalla democrazia diretta o deliberativa, quella che si svolge lasciando la parola direttamente al popolo, mediante i referendum sulle leggi. Utilizzare il referendum per dare o togliere una legittimazione a chi sta all’opposizione o a chi sta al governo priva i cittadini della possibilità di esprimersi su un singolo atto legislativo. Finisce, quindi, per depauperare la democrazia italiana.
Gianni Riotta, la Repubblica
Su Repubblica Gianni Riotta commenta la vittoria del 33enne Zohran Mamdani a sindaco di New York. Mamdani - scrive l’editorialista - dimostra quanto la politica ovunque sia effimera e virale come i post su TikTok. Se alla premier italiana Giorgia Meloni son bastati pochi anni per passare dal miserevole 3% di Fratelli d’Italia a palazzo Chigi, Mamdani in nove mesi partorisce una vittoria che sorprende Trump, impone al partito democratico il primo sindaco socialista della storia di New York, rilancia il messaggio solidale del senatore Bernie Sanders e della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, dimostra quanto gli elettori siano preoccupati da sanità, educazione, casa, affitti, inflazione, salari bassi, indifferenti alle citazioni di Marx, gli attacchi a Israele, le intemperanze giovanili del neosindaco, cui i media mainstream danno un peso grottesco. La governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul, l’ex presidente Barack Obama, tanti parlamentari, dopo una fase di gelo, hanno sostenuto pur con cautela la campagna di Mamdani, solo Chuck Schumer, veterano senatore ebreo di Brooklyn, non si è esposto, irritato dalle dichiarazioni filo palestinesi del nuovo sindaco, con la moglie Rama Duwaji a denunciare il «genocidio di Israele a Gaza». E se a Wall Street miliardari alla Mike Bloomberg hanno speso milioni per stoppare Mamdani, attenzione!, altri magnati, Alexander Soros per esempio, lo hanno appoggiato e già emergono simpatie felpate perfino dalle pagine di Financial Times, Economist, con più prudenza, Wall Street Journal. Sbaglia chi, come l’intellettuale francese Bernard Henri-Lévy, da giovanotto maoista ortodosso stile Guardie rosse, si lascia abbagliare dai toni estremisti. Gli elettori di New York, da sempre cantankerous, imprevedibili, hanno voluto dare una scossa al sonnambulismo del partito democratico, chiamandolo a raccolta contro Trump.
Guido Boffo, Il Messaggero
Solo New York - scrive sul Messaggero Guido Boffo - poteva trasformare una elezione municipale, per quanto nella città più grande degli Stati Uniti, in un evento planetario. Gli ingredienti perché accadesse ci sono tutti, e tutti accattivanti: Zohran Mamdani è il primo sindaco musulmano della Grande Mela, immigrato dall'Africa a 7 anni, un sindaco socialista a Wall Street, a 34 anni il sindaco più giovane da oltre un secolo, il primo sindaco a superare il milione di voti dal 1969. Ma prima di battezzare una cavalcata di successo nella nuova rivoluzione americana ce ne passa. Innanzitutto New York non è gli Stati Uniti, spesso ne ha rappresentato un'anomalia. Parliamo di una nazione che è un puzzle di tradizioni, tessuti sociali, contesti economici e sensibilità politiche. Nel 2026 si terranno le elezioni di mid-term e pensare che le formule radicali di Mamdani saranno il Santo Graal dei democratici è prematuro. Lui rappresenta un nuovo populismo di sinistra speculare al populismo di destra che ha riportato Trump alla Casa Bianca. E che in Europa vanta diversi interpreti, non solo nelle piazze pro-Pal: Catherine Connolly, la nuova presidente irlandese, ha molto in comune con Mamdani. E' una sinistra che si mette in concorrenza con i moderati della stessa area politica e, di fatto, ne contende l'egemonia. Per questo non è un segreto che l'exploit di Mamdani abbia spiazzato l'establishment democratico americano. Ma non è vero che lo abbia spazzato via. Nello stesso martedì elettorale, i dem si sono aggiudicati una sfilza di partite locali. Le più significative, quelle per eleggere i nuovi governatori di Virginia e New Jersey, le hanno vinte due donne moderate, Abigal Spanberger e Kikie Sherrill, che come il nuovo sindaco di New York hanno puntato sul costo della vita, sulla difficoltà a pagare le bollette, sull'aumento delle polizze sanitarie. Il woke, le politiche dell'inclusione, il politicamente corretto sono finiti in archivio. Ma a differenza di Mamdani, hanno offerto soluzione meno estreme, ripudiando la retorica anti-élite.
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