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Redazione InPiù 05/11/2025
Se domattina i russi riuscissero a conquistare la città ucraina di Pokrovsk - che da settimane Putin a dispetto di ogni evidenza sostiene di aver accerchiato neutralizzandone le difese - avrebbero ottenuto, i russi stessi, un risultato da sbandierare come una grande vittoria ma assai modesto sotto il profilo militare. Pokrovsk - sottolinea Paolo Mieli sul Corriere della Sera - contava, prima dell’attacco, poco più di sessantamila abitanti, più o meno come Caltanissetta (pur avendo, senza che si offenda il capoluogo siciliano, un rilievo strategico assai superiore a quello che diede i natali a tanti illustri nisseni). Per sconfiggerla si è resa necessaria la mobilitazione di un numero di soldati russi dieci volte superiore a quello dei resistenti ucraini. I combattimenti sono iniziati quattordici mesi fa. La volontà e la capacità di resistenza ucraina sono state attribuite da osservatori superficiali alle armi fornite dall’Occidente. Strano: gli occidentali avevano armato e addestrato gli afghani per ben venti anni e non appena gli americani hanno lasciato Kabul (agosto 2021) l’esercito locale si è dissolto nel giro di poche ore. Diciamo che armi e addestramento contano sì, ma non sono tutto. Ci vuole anche (se non soprattutto) la determinazione di cui sta dando prova chi si batte in questi giorni a Pokrovsk. Accompagnata, questa determinazione, da un sostegno di popolo che fino ad oggi in Ucraina non è mai mancato. Sicché a questo punto o Putin siederà a un tavolo con Trump (e prima o poi con Zelensky) per abbozzare un accordo di pace o la guerra continuerà verso il traguardo del quarto anno. O si rassegna dunque a firmare un trattato che faccia cessare i combattimenti o, nonostante la sproporzione delle forze a suo vantaggio, potrà andare incontro a sorprese per noi (ma anche per lui) inimmaginabili.
Lirio Abbate, la Repubblica
Su Repubblica Lirio Abbate commenta la notizia della richiesta degli arresti domiciliari, da parte della procura di Palermo, per l’ex presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro, Saverio Romano e altre sedici persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere, turbativa d’asta e corruzione. E afferma che qualcuno dovrebbe ora interrogarsi. A partire da chi ha il dovere istituzionale di difendere la reputazione e l’integrità della Sicilia: il governatore Renato Schifani, che ha nel suo governo gli uomini di Cuffaro e gli amici di Romano. Già, perché la storia di Cuffaro e Romano è quella della Sicilia intramontabile, immarcescibile. Che sopravvive capovolgendo il lavoro della giustizia penale in persecuzione, le accuse in medaglie. Ecco perché Cuffaro, che pure ha pagato il suo debito con la giustizia, ha potuto non farlo con la politica e la decenza. Ecco perché gli è stato possibile tornare sulla scena con la nuova Dc, dopo una condanna per favoreggiamento alla mafia. Anche Romano, a suo modo, è un prototipo del sopravvissuto. Il trasformista che cambia casacca, ma per restare al centro del gioco. Da pupillo di Cuffaro a ministro di Berlusconi, ha percorso trent’anni di politica scivolando tra le maglie larghe dell’ambiguità. È finito più volte nelle carte giudiziarie senza mai essere condannato, certo, ma oggi, insieme a Cuffaro, riemerge in una indagine che puzza di vecchio, di marcio, di antichi compromessi. Per questo possiamo dire che Cuffaro e Romano non sono una coppia ritornata. Semplicemente sono una coppia che non se ne è mai andata. È lo specchio di una terra che sa da che parte sta il potere. Basta ricordare che il 19 luglio scorso, mentre l’Italia ricordava Borsellino, la Sicilia del potere brindava tra i filari di casa Cuffaro. Non era solo una festa di famiglia. Era un manifesto politico. Duemila persone, potenti e amici, e tra loro Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, che hanno scelto dove stare. Non tra chi celebrava la memoria, ma accanto al condannato di quella memoria.
Marco Follini, La Stampa
Sulla Stampa Marco Follini stigmatizza il silenzio che Salvini a destra e Conte a sinistra hanno opposto alla portavoce del governo russo che danzava disinvolta sulle rovine dei nostri Fori Imperiali. Ma soprattutto - aggiunge - del silenzio che Meloni e Schlein hanno opposto a loro volta ai loro due numeri due. Non un richiamo all’ordine, non una puntualizzazione, neppure un timido cenno al fatto che in circostanze come quelle una parola di sdegno sarebbe un minimo dovere di spirito patriottico e dignità civile. Conosco l’obiezione. Non si possono mettere a repentaglio coalizioni fragili e costruite con così tanta fatica. E magari di qui a qualche ora i nostri due eroi dell’acquiescenza putiniana troveranno il modo di dire due parole, solo due, timide e rispettose, per segnalare che forse anche a loro quella macabra danza di Zacharova non è apparsa così appropriata. Si può sempre essere smentiti, e in questo caso sarei contento di esserlo. Ma quello che mi colpisce di più, confesso, è il silenzio delle nostre due loquaci numeri uno: Meloni e Schlein. Poiché quel loro reciproco mutismo non rivela tanto l’astuzia politica che vorrebbe sottintendere. Svela piuttosto un difetto di leadership su cui farebbero bene a riflettere, tutte e due. Ora, sia l’una sia l’altra, a capo del governo e dell’opposizione, si sono volute caratterizzare come due leader fortemente caratteriali. Di quelli/e che non la mandano a dire, che non si lasciano intimidire, che sanno imporre una disciplina. Proposito discutibile, qualche volta. Ma che viene ribadito come un mantra. Quasi fosse il segno più marcato di un carattere destinato alla guida. Dunque, sull’altare di questo principio che ora va per la maggiore, ci si sarebbe aspettata una parola forte per mettere in riga i propri alleati. Una parola che desse voce alla capacità di comandare dell’una e alla capacità di indignarsi dell’altra. E invece no. Si è preferito pattinare sull’argomento, come se fosse disdicevole mettersi a litigare tra alleati su una questione che l’indomani, si spera, sarebbe stata archiviata e dimenticata.
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