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Se la Bce smonta le accuse sui salari
Redazione InPiù 04/11/2025
C’è un documento della Banca Centrale Europea - sottolinea Andrea Bassi sul Messaggero - che da qualche giorno sta gettando un certo scompiglio nel dibattito economico italiano e presto, c’è da scommetterci, diventerà oggetto di discussione politica. E' un rapporto che non parla delle politiche monetarie di Francoforte o della redditività delle banche. Parla piuttosto di salari. Si tratta di uno studio condotto da ben 30 economisti in forza alla Banca centrale e che mette sotto la lente, in 21 Paesi del Vecchio Continente, un tema assai delicato: il Fiscal drag, il drenaggio fiscale. Lo si potrebbe tradurre, in maniera un po’ semplicistica, come “l’extraprofitto” dello Stato a scapito dei lavoratori. In un periodo di forte inflazione gli aumenti di retribuzione vengono “mangiati” dal Fisco per il meccanismo progressivo dell’Irpef che fa salire di scaglione chi riceve l’aumento. Lo Stato incassa di più, ma il lavoratore non riesce a mantenere il suo potere d’acquisto. La Cgil e buona parte dell’opposizione, hanno costruito sulla perdita di potere d’acquisto dei salari un pezzo importante della loro “offerta” politica. E la novità sta proprio qui, perché il rapporto della Bce, considerato il lavoro più completo in circolazione sul tema, smonta questo racconto. In Italia spiega l’analisi, non c’è stato nessun drenaggio fiscale. Il governo Draghi prima, e il governo Meloni dopo, hanno più che restituito ai lavoratori “l’extra- profitto” delle maggiori entrate generato dal meccanismo del drenaggio fiscale. Come hanno fatto? Riducendo le aliquote Irpef, innanzitutto. Ma soprattutto tagliando il cuneo contributivo, vale a dire i versamenti all’Inps. Misura poi trasformata in una deduzione fiscale sul lavoro dipendente. Tutte misure che hanno fatto aumentare il netto in busta paga riducendo gli incassi fiscali. Morale della storia: la Bce dice che lo Stato italiano non ha approfittato dell’inflazione per gonfiare le proprie entrate a scapito dei lavoratori.
Claudio Cerasa, Il Foglio
Il trumpismo in America va ancora forte, nonostante tutto, osserva sul Foglio Claudio Cerasa, ma il trumpismo in Europa sta conquistando o no i cuori degli elettori che esattamente un anno fa avevano osservato con grande speranza la nuova ascesa al potere di Donald Trump? Sono passati dodici mesi da quel giorno di novembre, il 5, che ha incoronato Trump per la seconda volta presidente degli Stati Uniti. E un anno dopo il trionfo trumpiano, si può dire, senza paura di essere smentiti, che il contagio europeo, almeno per il momento, semplicemente non vi è stato. Dal novembre del 2024 a oggi in Europa vi sono state elezioni importanti. E nella stragrande maggioranza dei casi il vecchio europeismo ha mostrato una vitalità infinitamente superiore al trumpismo di ritorno. Gideon Rachman, commentatore del Financial Times, ieri ha ricordato che i risultati delle elezioni degli ultimi mesi in Europa suggeriscono che la “marcia inarrestabile” dei populisti è un mito. Spesso perdono, lo abbiamo visto, a volte vincono senza riuscire ad arrivare al governo e quando vincono, se non cambiano, faticano a governare. Quel che dunque abbiamo visto nel primo anno di trumpismo, in Europa, almeno a livello politico, ci mostra un quadro chiaro: l’effetto dell’ondata trumpiana è stato l’opposto di quello che i trumpiani un anno fa potevano immaginare in Europa. I partiti più vicini a Trump (AfD) non sono arrivati al governo. I primi ministri in teoria più vicini a Trump (Meloni) hanno dovuto trovare metodi creativi per essere sostenitori di Trump senza essere euroscettici. I capi di governo più allineati a Trump (Orbán) sono isolati in Europa. E i politici che in teoria potrebbero incarnare più degli altri la spinta del trumpismo nei propri paesi (come il lepenismo in Francia, con tutte le sue diramazioni) stanno cercando di non legarsi al carro del trumpismo per provare a dimostrare di essere diversi dal populismo dei
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