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Democrazie smarrite
Duri, puri (e perdenti) a sinistra
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 03/11/2025
Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, spiega perché a sinistra i partiti non riescano quasi mai a coalizzarsi e a presentarsi uniti alle elezioni, contrariamente ai partiti di destra. Ciò dipende - scrive l’editorialista - da una differenza decisiva, sebbene raramente presa in considerazione, esistente tra i due elettorati: il fatto che a destra non esiste, o è comunque scarsissimo, un elettorato radicalizzato, il quale invece è da sempre e in notevole misura presente a sinistra, potendo contare su scala nazionale all’incirca su almeno un milione - un milione e mezzo di elettori (ma forse di più considerando la sua incidenza sul fenomeno dell’astensionismo), tratti in specie dalle fasce giovanili. Per elettorato radicalizzato intendo quello che si nutre di scelte ideologiche forti, assai spesso decisamente polemiche verso il proprio stesso schieramento. Un elettorato che vive tali scelte con un impegno altrettanto forte nella quotidianità, partecipando intensamente alle più varie attività di tipo politico (presenza alle manifestazioni, organizzazione di comitati «di lotta», altre forme di militantismo). Un elettorato che, quando vota, si distribuisce in modo ondivago tra 5 Stelle, Avs, e formazioni come Democrazia sovrana e popolare, Potere al popolo e altre consimili tipo Toscana rossa. È evidente la difficoltà di coalizzare un tale elettorato. Di convincerlo a votare per un centro-sinistra di governo — vale a dire un centro-sinistra in cui l’istanza di centro sia almeno pari a quella di sinistra. Fondamentalmente, infatti, l’elettorato radicale non è interessato alle elezioni né a governare. La principale motivazione che lo anima sta altrove: sta nella testimonianza e nella lotta; esso non desidera esercitare il potere quanto soprattutto essere in grado ogni giorno di indignarsi contro di esso. Al radicalismo di sinistra non interessa la costruzione di un asilo o un aumento delle pensioni: interessa sentirsi dalla parte giusta della storia.
Paolo Gentiloni, la Repubblica
Era sembrata una marcia trionfale la settimana nel sud-est asiatico, fino a quando Trump non si è imbattuto nel dragone cinese. Con Xi Jinping - commenta su Repubblica Paolo Gentiloni - si è capito che quando l’adulazione cede il posto ai rapporti di forza le cose possono mettersi male anche per il presidente degli Stati Uniti. Raccontare che il vertice è andato bene, anzi benissimo — da zero a dieci? dodici! — non può cancellare quel sorriso di sufficienza, quasi di umana comprensione, ostentato dal presidente cinese e rilanciato da tutte le tv del mondo. Esattamente come era accaduto qualche settimana prima in Alaska con il tappeto rosso srotolato per Vladimir Putin senza avere nulla in cambio. La verità è che di fronte alle grandi autocrazie America First finisce per presentarsi come America Alone. E che da questa “America sola” arrivano pericolosi segnali di debolezza. Ad Anchorage era andato in scena il ritorno di Putin tra i grandi della terra all’insegna del «perseguire la pace». Risultati? Da zero a dieci: zero, come si è ben visto nelle settimane successive. A Busan, in Corea, il breve vertice tra Usa e Cina ha solo sancito una tregua commerciale. A noi europei - conclude Gentiloni - conviene fare di tutto per impedire, o almeno ritardare, una deriva isolazionista. Tenendo alta la bandiera del mondo libero e dei suoi interessi comuni. Aggrappandosi all’importanza delle relazioni transatlantiche e all’amicizia con gli Usa a ogni livello. Ma tutto questo senza chiudere gli occhi. E dunque difesa europea, nuovi mercati, dall’America Latina all’Indonesia e domani all’India. E un reset delle relazioni economico-commerciali con la Cina che non può certo essere benevolo, ma va elaborato in proprio e non come appendice delle scelte americane. Più di tutto, guai a dimenticarlo, conterà il sostegno all’Ucraina, a cominciare da quello economico, utilizzando anche gli asset russi congelati. Perché solo un’Europa che si batte per una pace giusta in Ucraina avrà un ruolo nel nuovo grande gioco che si sta aprendo nel mondo.
Francesco Damato, Libero
Il no alla riforma della giustizia gridato e reclamato dall’Associazione nazionale dei magistrati e dalle sue appendici politiche - osserva su Libero Francesco Damato - è spiegato addirittura enfatizzando la pericolosità dei pubblici ministeri con i quali i giudici vorrebbero continuare ad avere una carriera unica. La separazione renderebbe i magistrati d’accusa ancora più forti di adesso. E il governo con un altro sospetto ragionamento cervellotico - ne vorrebbe il rafforzamento, dietro un apparente ridimensionamento rispetto al famoso“ giudice terzo e imparziale” introdotto 26 anni fa nell’articolo 111 della Costituzione, per poi impadronirsene e metterlo al proprio servizio con un’altra riforma, evidentemente. E così l’intero sistema giudiziario finirebbe alle dipendenze della politica dopo averla sovrastata per una trentina d’anni. Mi chiedo - prosegue Damato - di fronte al cervellotico ragionamento dei magistrati associati, e dei loro corifei politici, sino a che punto costoro potranno e vorranno abusare dei loro interlocutori anche a livello referendario, cioè elettorale, potendosi e dovendosi risolvere un referendum, specie quello cosiddetto confermativo, e non abrogativo, contando i sì e i no, senza condizionamenti come una certa partecipazione o affluenza alle urne. Neanche i sofisti dell’antica Grecia, maestri di retorica e dialettica, erano arrivati a tanto. Questa di considerare gli elettori così sprovveduti, così fessi, diciamolo pure, è la cosa che più colpisce dell’approccio della magistratura associata e politicizzante, oltre che politicizzata, al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. La cui campagna impegnerà anche i giornali sino alla primavera prossima. La politica, come la rivoluzione, non è un pranzo di gala. D’accordo. Ma anche in una simile visione cruenta, si dovrebbe avvertire un limite di buon senso e di buon gusto.
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