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Democrazie smarrite
Errori e slogan sulla giustizia
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 31/10/2025
Anche al momento dell'approvazione definitiva – scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera - non sono mancati slogan contrapposti, che non c'entrano con il merito della riforma costituzionale della magistratura. Vista da un lato come rimedio per frenare errori giudiziari e la "giustizia politicizzata", e dall'altro come un pericolo imminente per la democrazia. Nel conflitto tra politica e giustizia, a sostenere le nuove norme c’è Antonio Di Pietro, che disse di Berlusconi neo-indagato :«Io quello lo sfascio». Oggi Forza Italia rivendica la riforma. Dall’altro lato c’è il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, pronto a dire No con l’Associazione nazionale magistrati dopo i contrasti col sindacato delle toghe e con i «laici» di sinistra nel CSM. Nel centro-destra si cita Giovanni Falcone e alcune sue frasi sulla separazione delle carriere all’indomani dell’approvazione del codice di procedura penale, ma dall’altra parte potrebbero ricordare Paolo Borsellino (caro alla destra di allora e di oggi) che sul ruolo del pm con le nuove regole del processo penale disse: «Le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obbiettivamente i pm, non incoraggiano certo i giudici, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni». Il senatore Marcello Pera, segnala i pericoli derivanti dalla creazione di un gruppo di meno di 2.000 pubblici misteri autonomi, indipendenti, separati dai giudici e domani distaccati dalla democrazia perché non risponderanno a nessuno. Preoccupazione condivisa dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro che in un’intervista : «O si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere di dare impulso alle indagini». È l’esito temuto da opposizioni e magistrati che, parteciperanno alla campagna per il No. L’Anm nega assicurando che la sua contrarietà è indipendente dagli schieramenti di partito, ma la possibilità di essere percepita nell’altro modo esiste ed è reale. Un altro effetto collaterale negativo di una Grande Riforma che sembra proporre più problemi che soluzioni.
Michele Anis, la Repubblica
La maggioranza - commenta su Repubblica Michele Ainis - consegna al Paese la più inattesa delle riforme: ferma l’autonomia differenziata, bloccato il premierato, arriva una nuova giustizia. Nulla di male, se non fosse che tocca le regole del gioco, i fondamenti costituzionali della convivenza democratica. E poiché in primavera saremo chiamati a esprimerci con un referendum: conviene analizzarla con calma. Il metodo, innanzitutto, è pessimo. La riforma nasce in una riunione di quaranta minuti tra otto persone e passa in Consiglio dei ministri senza discussione. Calamandrei diceva che il governo deve restare estraneo ai progetti costituzionali, ma oggi il Parlamento si limita a ratificare: quattro votazioni identiche, nessuna modifica, opposizione zittita con la tecnica del “canguro”, protesta di Csm e Anm rimane inascoltata. L’opposto dello spirito costituente, fondato sul dialogo e sul compromesso. Sul merito, il confronto è avvelenato: Forza Italia la celebra come eredità berlusconiana, la premier la rivendica come risposta ai “bavagli” dei magistrati. Ma una riforma usata per punire il contropotere giudiziario è già sospetta. Eppure anche da sinistra giungono aperture: Di Pietro, Bettini, De Luca e altri si dicono favorevoli, mentre il presidente del Senato La Russa manifesta dubbi. In realtà, la separazione delle carriere è quasi già in atto: dopo la legge Cartabia solo l’1% dei magistrati cambia funzione. Il nuovo testo rafforza la terzietà del giudice, principio introdotto dal centrosinistra nel 1999. La vera novità è altrove: il sorteggio dei membri del Csm e dell’Alta Corte disciplinare, presentato come antidoto alle correnti. Lo strumento non è antidemocratico – l’Atene classica e la stessa Costituzione ne conoscono l’uso – ma pone interrogativi gravi. Chi saranno i sorteggiabili? Verranno garantiti equilibrio territoriale e parità di genere? Il ministro della Giustizia avrà il monopolio dell’azione disciplinare? E soprattutto: perché privare totalmente i magistrati del diritto di eleggere i propri rappresentanti, invece di limitarne solo in parte la scelta? Una riforma così radicale sembra più una punizione che una cura. Ma, ammoniva Maometto, “le azioni saranno giudicate secondo le intenzioni”.
Flavia Perina, La Stampa
La Corte dei Conti - scrive Flavia Perina La Stampa - «interviene nello spazio che le è riconosciuto». Con questa frase, Luca Zaia ridimensiona lo stop dei magistrati contabili alla delibera sul Ponte sullo Stretto, definendolo un atto di ordinaria amministrazione. Altro che ingerenza o atto di arroganza contro il “volere del popolo” evocato da Salvini: per il governatore veneto, il leader dovrebbe semplicemente rispondere alle osservazioni, non gridare al complotto.È il pizzicotto dell’altra Lega, quella silenziosa ma sempre più insofferente verso il Capitano. Lo stop della Corte conferma il vicolo cieco in cui Salvini si è infilato con il suo sogno di partito nazionalista e sovranista, che cerca consensi al Sud e in Europa mentre il Nord soffre dazi e stagnazione. L’altra Lega evita lo scontro con i giudici, consapevole che l’allerta contabile è solo l’inizio di un percorso lungo e pieno di ostacoli: serviranno risposte puntuali, non proclami. E forse, dietro le quinte, qualcuno gode: il “no” arrivato da altri è una vendetta che non ha bisogno di firma.La giornata segna un punto di chiarezza. Il caso del Ponte non è solo un problema tecnico, ma il simbolo del declino del salvinismo: non più polo di attrazione elettorale, né forza capace di orientare il governo. L’opera che doveva incarnare la nuova Lega nazionale si è trasformata in un boomerang politico. Il Capitano non ha raccolto vantaggi al voto, non ha gestito il dossier con abilità, né imposto la linea dura a Palazzo Chigi.Mentre Salvini inciampa, a Palazzo e nei gruppi parlamentari si festeggia un altro successo: la riforma della Giustizia, cavallo di battaglia di Forza Italia, approvata in tempi record. Un segnale di potere che rimbalza come un’eco amara nel campo leghista.L’altra Lega osserva, si interroga, e forse si prepara al dopo: quanto a lungo si potrà ancora reggere giornate così?
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