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Democrazie smarrite
La Cina e l'Europa spiazzata
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 29/10/2025
‘La Cina e l’Europa spiazzata’. Federico Fubini sul Corriere della Sera prende in esame i complicati rapporti economici tra Pechino e l'Occidente: “Da secoli – scrive l’editorialista - i leader americani sono per lo più avvocati convertiti alla politica e anche gli europei vengono quasi tutti da studi di diritto, economia e altre scienze sociali. I cinesi, no. I curriculum dei membri del comitato permanente del partito mostrano che gli uomini selezionati per i vertici della Repubblica popolare sono ingegneri, in gran parte. Xi Jinping stesso, un politico puro, ha fatto studi di ingegneria chimica. L’osservazione è dell’analista Dan Wang dell’Università di Stanford e forse mai questa differenza ha contato tanto nelle relazioni internazionali come in questi giorni. Oggi a Busan, in Corea del Sud, Xi ha incontrato Donald Trump quando in Europa era ancora notte. Dormivamo, ma parlavano di noi forse senza neanche bisogno di nominarci. È quasi scontato che i negoziatori e i leader di Cina e Stati Uniti escano dai colloqui di questi giorni annunciando rapporti meno tesi. Più che una pace, sarà una tregua commerciale. La Casa Bianca allenterà i vincoli alla vendita di alcuni semiconduttori e si tiene pronta a rinviare, o correggere, alcuni dazi contro la Repubblica popolare; Pechino per qualche tempo frenerà le sue ritorsioni e acquisterà più soia dal Mid-West degli Stati Uniti. Ma la posta in gioco per noi europei rimane altissima. I dettagli di ciò che i cinesi in particolare stanno facendo – osserva Fubini - segnalano che hanno colto l’occasione delle tensioni con Trump per lanciare una precisa messa in guardia anche nei nostri confronti. Xi Jinping agisce con l’Europa secondo una logica, coerente, di politica di potenza. I forti esigono tutto ciò che possono— scrive Tucidide —, i deboli subiscono ciò che devono. Resta giusto da capire perché lo fa e purtroppo non è difficile. Da quando Trump ha alzato i suoi dazi, l’export cinese verso gli Stati Uniti è crollato del 17% rispetto a un anno fa. La Repubblica popolare ora cerca di recuperare scaricando sottocosto parte di quel surplus industriale sull’Unione europea (più 8,2% di export in un anno) e Bruxelles ha iniziato a reagire con dazi antidumping contro Pechino, prima sulle auto e poi sull’acciaio. Il messaggio di Xi è preciso: ci sta avvertendo che, se facciamo resistenza, può forzarci ad aprire il nostro mercato. Viviamo un tempo di ferro – conclude - ma quanti leader in Europa stanno facendo uno sforzo per capirlo e adattarsi?”.
Stefano Folli, la repubblica
Stefano Folli su Repubblica commenta quello che definisce il ‘monito di Prodi al centrosinistra’: “Romano Prodi – scrive l’editorialista - lo ha detto con disarmante franchezza, ma l’idea che il centrosinistra non sia in grado di rappresentare al momento un’alternativa credibile alla maggioranza di destra è largamente condivisa. E non potrebbe essere altrimenti. Prodi stesso ha prevalso due volte nelle elezioni politiche (1996 e 2006), sconfiggendo la coalizione di Berlusconi. Ma in entrambe le occasioni egli era riuscito ad allargare l’alleanza di centrosinistra verso i cosiddetti ceti moderati. Una ricetta valida per l’intero continente, per i vari sistemi politici dell’Unione e oltre. Vasto programma, avrebbe detto il generale De Gaulle. La ‘terza via’ non funzionò, ma la ricerca di consensi moderati da strappare alla destra scandì con successo gli anni blairiani. Viceversa furono votati all’insuccesso gli esperimenti dei leader del Labour fieramente legati alla sinistra. Non ci vuole molta fantasia per immaginare che Prodi abbia in mente proprio la parabola laburista quando decide di ammonire il Pd di Elly Schlein: senza una linea che tenga conto dei ceti che rifuggono l’estremismo e apprezzano la moderazione nel vivere quotidiano (stiamo parlando, in due parole, dei ceti medi), è poco plausibile che una proposta di governo alternativa a Giorgia Meloni possa prendere forma. Essere «testardamente unitari» è certo una prova d’intransigenza, in primo luogo morale, ma è tutto da dimostrare che sia la scelta migliore, se il fine è il ritorno al governo. Sia pure in un modello elettorale diverso da quello vigente in Italia, anche Corbyn poteva definirsi «caparbiamente unitario»; ma ciò non lo ha messo al riparo da una delle più catastrofiche sconfitte subite dal partito laburista. Oggi i militanti e sostenitori del Pd sono di fronte al solito bivio. Restare fedeli al proprio moralismo ovvero sporcarsi le mani. E fare delle scelte utili a ricostruire una prospettiva che oggi — come dice l’ex premier ‘cattolico adulto’ — sembra assente”.
Alessandro De Angelis, La Stampa
Meloni e le ‘forzature’ sulla riforma della Giustizia. Ne parla Alessandro De Angelis sulla Stampa_ “Preparatevi ai flash mob dei partiti di maggioranza attorno a palazzo Madama, alle fanfare e al profluvio dichiaratorio a sottolineare che «oggi è una giornata storica». Ed effettivamente lo è perché – scrive De Angelis - di riforma della giustizia si discute da più di trent’anni, sin dai tempi di Bettino Craxi che sulla responsabilità civile dei magistrati fu costretto a mollare Palazzo Chigi. È una lunga storia di tentativi falliti, compresa la Bicamerale di Massimo D’Alema che lasciò agli atti un progetto di separazione delle funzioni. Però ecco, nell’Italia smemorata di oggi, occorre evitare di fare di ogni tentativo un fascio, a costo di risultate pedanti. C’è il titolo, e poi c’è lo svolgimento. Che qui racconta la realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi cui peraltro il traguardo viene apertamente dedicato dagli stessi protagonisti. Il problema del passaggio da una carriera all’altra di fatto non c’è più dopo la riforma Cartabia. E più in generale è complicato attribuire alla magistratura quel protagonismo post-Mani pulite, perché nel frattempo è crollata anche la sua popolarità. E allora c’è da chiedersi ‘come mai’ il sedicente nuovo che avanza riproponga come attuale l’immaginario antico di toghe rosse e complotti ovunque, quasi in preda a un riflesso pavloviano, attribuendo alla separazione delle carriere la soluzione taumaturgica di tutto ciò che non va. Giorgia Meloni avrebbe potuto chiudere la partita trentennale sulla giustizia in modo diverso, proprio perché uscito di scena Berlusconi con le sue circostanze che inquinavano la discussione. Ha scelto, nelle modalità, di continuare a giocare la stessa partita fino all’esibizione di uno ‘scalpo’. E il racconto conta ancora più del merito, piuttosto pasticciato tra Csm sorteggiati e la creazione di una casta di pm che rende le procure ancora più potenti, in una singolare eterogenesi dei fini. La storia – conclude - è la quella di una forzatura da guinness dei primati. Insomma, per la prima volta una legge costituzionale – che per definizione dovrebbe suggerire il confronto – va quasi più spedita di una legge ordinaria: approvata al cdm del 24 maggio del 2024 è licenziata oggi dalle Camere in via definitiva”.
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