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Il vincolo che frena l'Europa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 28/10/2025

In edicola In edicola Paolo Valentino, Corriere della Sera
Paolo Valentino sul Corriere della Sera definisce il principio dell’unanimità come ‘il vincolo che frena l’Europa’: “Con casuale ma sintomatica reductio ad unum delle tante ragioni e cause della paralisi europea, - scrive l’editorialista - siamo arrivati al vincolo dell’unanimità in politica estera, bilancio e questioni strategiche che vulcanizza l’Unione, rendendola marginale e irrilevante nel nuovo mondo dei predatori. on autorevolezza e lucidità, Mario Monti su queste pagine ha dato giusto rilievo alle dichiarazioni della presidente del Consiglio che a Bruxelles, quasi fosse una nota a piè di pagina, ha cancellato d’un colpo una storica linea di continuità della politica estera italiana: «Non sono favorevole ad allargare il voto a maggioranza, in luogo dell’unanimità, all’interno delle istituzioni europee», ha detto Giorgia Meloni, aggiungendo che «certo varrebbe e sarebbe utile per l’Ucraina, ma su molti altri temi le posizioni della maggioranza potrebbero essere distanti dalle nostre e dai nostri interessi nazionali, che è mia priorità difendere». È una cesura importante. Anche se l’affermazione va qualificata. Meloni non è il primo leader italiano che considera il diritto di veto strumento per la difesa degli interessi nazionali. Da sempre però, come ha ricordato Monti, il governo italiano è stato dalla parte giusta della Storia, quando si è trattato di vincere resistenze importanti, come nel 1985 per il mercato unico, nel 1990 per aprire la strada all’euro, durante la crisi monetaria o il negoziato sul Next Generation Eu. Oggi invece Meloni esprime una posizione diversa, corollario di un’idea d’Europa che vuole i governi in posizione di comando, a guardia della propria sovranità nazionale. Il vincolo dell’unanimità è oggi il macigno legato ai piedi dell’Europa. Come ha spiegato il deputato europeo Sandro Gozi, autore di un rapporto sulle conseguenze istituzionali dell’allargamento e sulle riforme possibili senza le quali l’Ue non potrà accogliere Paesi come Ucraina e Moldova, «nazionalisti e sovranisti presentano il veto come la migliore garanzia degli interessi nazionali, in realtà è la migliore garanzia della paralisi dell’Ue». Ben oltre l’ampliamento, senza la fine dell’unanimità – conclude - non potranno mai esserci una politica estera comune, né molte delle riforme suggerite da Mario Draghi nel suo Rapporto sulla competitività”.
 
Stefano Cappellini, la Repubblica
“C’è un capo di governo europeo, si chiama Viktor Orbán, è il premier dell’Ungheria, che da due giorni scorrazza a Roma usando la trasferta italiana per dire che: la Ue non conta nulla; le sanzioni a Putin vanno ritirate; andrà da Trump per convincerlo a toglierle; sulla guerra in Ucraina c’è poco da fare”. Massimo Cappellini su Repubblica parla di ‘silenzio complice su Orbàn’. “Nulla di troppo diverso – aggiunge - da ciò che Orbán, faro dell’ultradestra europea e quinta colonna putiniana nella Ue, è solito sostenere anche nelle massime sedi istituzionali del continente. La differenza è che ora lo dice nel nostro Paese, tra un incontro e l’altro con le più alte cariche del governo, prima la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ieri il vice Matteo Salvini. E Meloni, che almeno sulla guerra in Ucraina ha tenuto una posizione fin qui lineare e opposta a quella Orbán, che dice? Fa finta di niente. Nessun commento. Zero dichiarazioni. Vedremo se ritroverà la voce in queste ore. Orbán, sempre tra un tappeto rosso e quello dopo, il colore è quanto mai metaforico, ha colto l’occasione anche per dare un’idea di quale sia il suo concetto di libera informazione — un’opinione ce l’eravamo già fatta con le leggi approvate in Ungheria sotto il suo governo — prima attaccando Report e quindi Repubblica, colpevole a suo dire di aver manipolato le parole sulle sanzioni alla Russia contenute nell’intervista di Tommaso Ciriaco pubblicata l’altro giorno sul sito del giornale e sull’edizione cartacea di ieri. Parole che chiunque può ascoltare grazie a una registrazione video dell’intervista. Meloni, pochi giorni fa tanto risentita per l’accusa lanciata da Elly Schlein sull’estrema destra che mette a rischio l’informazione nei Paesi in cui governa, non ha ritenuto di intervenire nemmeno in questo caso. È d’accordo? È imbarazzata? È distratta? Peraltro è un nazionalismo ben strano quello della presidente del Consiglio. Ci sono italiani, meglio ancora se giornalisti, che possono essere liberamente attaccati da un capo di governo straniero ricevuto in pompa magna. Evidentemente la nazione si difende solo quando la questione tocca gli amici, i patrioti riconosciuti tali dall’esecutivo e, senza dubbio, chi ha studiato alla libera università di Colle Oppio. E – conclude - Orbán può lasciare l’Italia soddisfatto, da laureato ad honorem”.
 
Serena Sileoni, La Stampa
Serean Sileoni sulla Stampa analizza la nuova affermazione di Milei in Argentina da una prospettiva ‘liberal-liberista’: “È stata una scommessa due volte unica: per aver fatto della teoria libertaria tutta intera un programma integrale e poi una pratica di governo; per averla resa in qualche modo comprensibile e desiderabile. Le idee liberali – scrive l’editorialista - sono generalmente poco intuitive, ma a renderle difficilmente praticabili è il fatto che richiedono un sforzo costoso per sottrazione: di spesa, di rendite, di sussidi, di regole, di posti di lavoro. È il motivo per cui la spending review di norma è poco più che un esercizio accademico. Non si tratta di populismo, ma del suo contrario: una sfida rock al populismo salottiero, quello che, dai Peron ai Kirchner, non ha fatto altro che distribuire per decenni brioches al popolo argentino. Nei due anni di presidenza Milei, l’inflazione, in media d’anno, è passata dal 133,5% al 41,3% e il paese è tornato alla crescita, con un tasso atteso per il 2025 del 5,5%. Due anni di governo sono logoranti, ancora più per chi ha fatto dell’austerità un passaggio necessario per la ripresa economica e per chi non ha una maggioranza in Parlamento e deve ogni volta negoziarla. Per questo, la vittoria alle parlamentari di metà mandato è sorprendente e due volte rilevante. Molti avrebbero scommesso che el loco non sarebbe stato preso sul serio. E invece le sue proposte e il suo folle modo di presentarle sembrano reggere il confronto sia con le idee più comuni (spesa pubblica e sussidi) sia con quanti, in giacca e cravatta, hanno da ridire sulla sua eccentricità. Sicuramente, una componente di questa affidabilità è la linea di credito appena aperta da Trump. Ma sarebbe ingiusto verso gli elettori argentini ridurre la vittoria del partito di Milei a un ricatto statunitense. L’Argentina è un paese giovane. L’età mediana della popolazione è di 30-35 anni, quindici in meno che da noi. Lo stravagante Milei – conclude Sileoni - forse non avrebbe convinto una società imbolsita come la nostra, ma continua a convincere una società giovane come la loro, a cui – evidentemente e per fortuna – come il presidente si veste interessa meno della sostenibilità della spesa pubblica”.
 
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