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Bandiere nel vuoto politico

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 26/10/2025

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
“Se il famoso «marziano» partorito dalla fantasia di Ennio Flaiano fosse sbarcato a Roma in questo fine settimana, sarebbe rimasto sorpreso nel vedere che l’opposizione al governo in carica è nelle mani di due sindacati: il sindacato dei magistrati e il sindacato dei lavoratori dipendenti (in maggioranza pensionati)”. Lo scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera parlando di ‘bandiere nel vuoto politico’: “Le due manifestazioni di lotta del week end sono state anche simbolicamente unite da un tratto etico ed epico comune, e cioè la presenza in entrambe di Sigfrido Ranucci. Toghe e piazze sono in realtà da trent’anni dei veri e propri totem della sinistra in Italia. Ma in passato, seppure a intermittenza – osserva l’editorialista - i partiti che di volta in volta la rappresentavano si sono sforzati di fare una sintesi politica delle loro ragioni, mantenendo così nel Parlamento il centro dello scontro democratico. Ora invece l’Anm guida direttamente il comitato per il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, così come la Cgil guidò quello per il Sì all’abolizione del Jobs Act, poi fallito per mancanza di quorum. Questo è sicuramente un problema in una democrazia rappresentativa. Soprattutto perché affida a interessi costituiti, quindi per definizione parziali per quanto rispettabilissimi, il regolamento dei conti in campi che riguardano l’intera comunità nazionale. Indebolendo così alla lunga il ruolo del Parlamento, già afono di suo. Ma ciò che interessa qui non è giudicare la riforma: se ne avrà tutto il tempo (a partire dalla domanda cruciale, e cioè se serve davvero) quando comincerà la campagna referendaria prevista nel 2026, davvero la «madre di tutte le battaglie» per il governo Meloni. Conta di più oggi valutare il grado di dipendenza dell’opposizione politica dalle toghe e dalla Cgil. In realtà due alti esponenti del Pd hanno mostrato di recente un certo imbarazzo a mettersi dietro le bandiere dell’Anm, temendo di pagare un prezzo a quella che ammettono essere una caduta di «credibilità» della categoria presso l’opinione pubblica. Per cui annunciano che non faranno una campagna elettorale in difesa dei magistrati, ma contro Giorgia Meloni e il suo tentativo di prendersi tutto, compreso il Quirinale, nella prossima legislatura. Il che – conclude - per quanto riveli un po’ ingenuamente il vero e implicito contenuto di una battaglia che dovrebbe essere sul merito della riforma, quantomeno è un ragionamento politico”.
 
Flavia Perina, La Stampa
“Risulta stupefacente il dispendio di energie con cui un pezzo di centrodestra, Lega e Forza Italia soprattutto, si è attivato per picconare la manovra economica”. Così Flavia Perina sulla Stampa si chiede ‘a chi giovi tirare a campare’: “Stupefacente – scrive l’editorialista - per la modestia dei provvedimenti contestati, un contributo straordinario delle banche che non ucciderà nessuno e un piccolo aumento delle tasse sugli affitti a breve termine. Stupefacente, anche, per l’evidente contraddizione tra la quotidiana esaltazione della coesione, durata, solidità della maggioranza e la renitenza dei suoi leader ad adeguarsi alla linea concordata in Consiglio dei ministri e nelle riunioni preparatorie. La legge di bilancio fa soffrire gli alleati di Giorgia Meloni, ma il motivo non va cercato tanto nelle misure su cui ci si accapiglia quanto nel tema tutto politico della scarna risposta agli elettorati. Per il terzo anno consecutivo non c’è quasi nulla che realizzi le mirabolanti promesse della campagna elettorale, e nessuno ha una bandiera da piantare su un qualche provvedimento di valore, quello che furono gli 80 euro per Matteo Renzi, il reddito di cittadinanza per il Movimento Cinque Stelle, e andando a ritroso nella storia l’abolizione dell’Imu e delle imposte di successione per Silvio Berlusconi. Gli elettori – osserva Perina - per il momento reggono a questa navigazione prudente, in apparenza non si lamentano, i sondaggi confermano settimana dopo settimana la straordinaria tenuta della coalizione rispetto alla parabola discendente delle classi dirigenti del passato. E tuttavia ci si chiede se l’atto di fiducia sottoscritto dagli italiani nel 2022 possa reggere per altri ventiquattro mesi all’invito implicito nelle scelte del governo: accontentatevi, di più non si può fare. Se lo chiedono soprattutto i due junior partner della maggioranza, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che non dispongono di leadership scintillanti come quella della presidente del Consiglio e che al giro di boa della manovra devono dare a chi li vota la sensazione di contare qualcosa. Resta il problema del giudizio complessivo del Paese, e specialmente dell’elettorato di centrodestra. Ora siamo alla terza Manovra, la penultima a disposizione del governo prima del voto del 2027, fontane di latte e miele non se ne vedono, ed è immaginabile che pure i più innamorati e i più fedeli comincino a chiedersi: ma questo tirare a campare è davvero quello che vogliamo?”.
 
Mario Ajello, il Messaggero
Mario Ajello sul Messaggero analizza quella che definisce ‘la politica urlata che allontana dalle urne’: “Stiamo per avere esattamente tra quattro settimane altre forti manifestazioni di astensionismo nelle tre regioni dove si voterà, Campania, Puglia e Veneto. Ed è il momento di dire con chiarezza - scrive l’editorialista - qual è l’elemento principale che scatena la disaffezione elettorale. È la comunicazione politica. Occorre distinguere con chiarezza tra politica e comunicazione politica. La prima viene fagocitata e oscurata dalla seconda con le sue risse mediatiche, il circo straparlante, le continue scariche di stress rivolte alle persone bisognose invece di concentrazione per «conoscere e deliberare» (cit. Luigi Einaudi) votando secondo coscienza. L’obiettivo della politica – come ha detto il presidente Mattarella parlando della Finanziaria - è quello di trovare un approdo. L’obiettivo della comunicazione politica è, viceversa, quello di dividere, di incendiare al posto di illuminare, di allestire lo spettacolo del caos e nulla più del caos e della improduttività contundente e parolaia degli attori politici subalterni allo show allontana le persone dalla politica e dalle urne. Su molti terreni - per esempio la politica estera o anche la consapevolezza delle esagerazioni del green deal e perfino la legge di bilancio che altri governi avrebbero fatto identica a quella in lavorazione adesso, per non dire dell’asse sull’economia che si è creato tra Calenda e Meloni - la destra e la parte migliore della sinistra non sono affatto lontane. Ma quel che deve prevalere, contro il moderatismo che resta l’unica chiave di accessibilità alla politica e in realtà consiste nel radicalismo della pacatezza, è la rappresentazione esasperata della guerra continua. Una rappresentazione purtroppo facilitata dal fatto che l’Italia è in campagna elettorale permanente. Come altro antidoto alla deriva della disaffezione – conclude Ajello - andrebbe messo in campo lo sforzo collettivo di quanti, media, politici, cittadini, sanno sopportare la vertigine della complessità e intendono fare un esercizio di profondità, rifiutando il superficialismo da baraccone e cercando di individuare la competenza che in politica non è sparita del tutto e nelle istituzioni esiste eccome ed è un patrimonio di professionalità e equilibrio che altri Paesi possono invidiarci”.
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