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L'Italia tra senso civico e declino
La tregua e la fiducia che manca
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 21/10/2025
Donald Trump cerca sponde per il suo piano per Gaza. Ma nel Medio Oriente - commenta Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera - continua a scarseggiare la materia prima fondamentale per costruire un qualsiasi percorso di pace: la fiducia tra le parti. Almeno quel minimo indispensabile per iniziare a trattare seriamente. Il problema numero uno resta Hamas. L’organizzazione terroristica si è impegnata a cedere le armi e a non partecipare al governo politico della Striscia. Ma la convinzione diffusa tra i diplomatici arabi e occidentali è che i miliziani svuoteranno solo in parte i propri arsenali e cercheranno comunque di occupare un ruolo importante nella struttura di governo. Altrimenti non si spiegherebbe per quale motivo stiano procedendo a rastrellare e assassinare i loro nemici, tutti palestinesi, tra le macerie di Gaza. Trump ha già minacciato ripetutamente l’intervento dell’America per disarmare Hamas. Ma senza spiegare come e quando, visto che, nello stesso tempo, ha precisato che non manderà i marines a riportare l’ordine. Intanto il presidente americano non sta incoraggiando la trasformazione e la crescita politica dell’Autorità Palestinese, guidata da Abu Mazen e da un gruppo dirigente che inizia vagamente a prendere forma. Lo scenario si sta complicando anche sul versante dei Paesi arabi. Il Pentagono sta cercando di formare il nucleo dei Paesi disposti a partecipare alla «forza di stabilizzazione» a Gaza. Finora, però, il giro delle consultazioni non ha dato i risultati attesi. Ci risulta che solo tre Paesi, Azerbaigian, Indonesia e Pakistan, siano disponibili a inviare subito militari, senza porre particolari condizioni. Trump, però, conta soprattutto su Egitto, Turchia e Qatar. Senonché i leader di questi Stati, cioè Al-Sisi, Erdogan e Al Thani, hanno fatto sapere alla Casa Bianca che si muoveranno solo se la missione sarà coperta da un mandato dell’Onu.
Stefano Folli, la Repubblica
Sui motivi che spingono Elly Schlein a radicalizzarsi in forme via via più evidenti si è scritto molto, sottolinea Stefano Folli su Repubblica. Idem sulle conseguenze che tale condizione comporta rispetto agli equilibri di un centrosinistra sempre più sinistra-centro. Ma c’è una ragione - prosegue Folli - su cui forse non s’insiste a sufficienza. Prima dello scontro futuro con Giorgia Meloni; prima del referendum sulla giustizia e a maggior ragione delle elezioni politiche del 2027, ci sono da ridefinire i rapporti all’interno dell’area “progressista”: vale a dire la relazione fra il partito della Schlein, a cui si aggiunge la sinistra di Fratoianni-Bonelli, di fatto una corrente esterna del Pd, e i Cinque Stelle di Conte. È un’alleanza? Un patto da rinegoziare di continuo? Un’illusione ottica? Si dirà che la faticosa e tuttora irrisolta conversione dell’ex premier verso l’intesa con il gruppo Schlein è almeno una strada senza ritorno: i giorni dell’isolamento e del “vaffa” grillino appartengono al passato. Ma nemmeno questo è vero. Conte è contestato all’interno dei 5S da Chiara Appendino e i recenti dati elettorali del movimento non lo hanno aiutato. In ogni caso la vicinanza tra le due sigle, Pd e 5S, offre uno scenario in chiaroscuro. Da un lato, piace a coloro, Schlein in testa, che si dichiarano “testardamente unitari”. È uno slogan che finora non ha portato grande fortuna al Pd, ma la cui premessa è proprio l’intesa con Conte. La si potrebbe definire una condizione necessaria, ma non sufficiente per vincere le elezioni.
Dall’altro lato, servirebbe un Conte che non si fermasse a metà strada, a causa dei problemi interni al suo partito. Così stando le cose, sulle ragioni dell’alleanza prevalgono quelle della rivalità. Il che vuol dire proprio quello che sta accadendo: un confronto che in apparenza ambisce a indebolire Giorgia Meloni come leader della coalizione avversa, mentre in pratica è un braccio di ferro implicito all’interno del campo “progressista”. Se così non fosse, le asprezze polemiche e i toni perentori nel loro radicalismo sarebbero un errore, in quanto regalerebbero buona parte del voto moderato al centrodestra, o per meglio dire alla stessa Meloni. Se invece si tratta, come in effetti è, di una contesa tra Schlein e Conte per la leadership della coalizione, allora si comprendono certi toni massimalisti e la rincorsa, in qualche caso, all’estremismo verbale.
Elsa Fornero, La Stampa
Il nuovo Patto di stabilità e crescita, ricorda Elsa Fornero sulla Stampa, obbliga l’Italia a seguire, nei prossimi anni, un percorso di stabile riduzione del debito pubblico. Si tratta di una sorta di vigorosa «camicia di forza» che abbiamo (giustamente) accettato di indossare, nonostante tutti gli stridii del passato. E che inevitabilmente ridimensiona drasticamente i margini di manovra non soltanto della legge di bilancio per il 2026 appena approdata in Parlamento ma anche le prossime. Il prezzo che paghiamo alla sostenibilità del nostro debito è dunque un’ipoteca sulla crescita futura, ancora condannata allo «zero virgola» (e che sarebbe però una «decrescita», se non ci fossero i prestiti e i finanziamenti gratuiti del Pnrr). Così inquadrata, la manovra per il 2026 è davvero poca cosa. Poca in quello che aggiunge all’economia: poco più di 18 miliardi di euro (meno dell’uno per cento del Pil, che ammonta a circa 2.200 miliardi); scarsa nell’incisività: la riduzione dell’aliquota Irpef dal 35 al 33%, nello scaglione tra i 28 e i 50mila euro, sterilizzata per i redditi superiori a 200 mila euro annui, è sì importante ma non compensa la maggiorazione di imposte a carico dei lavoratori dipendenti dovuta all’inflazione, in particolare del 2022-’23. Ed è poca cosa anche nella lungimiranza, nonostante io forse a causa dei 137 articoli che la compongono, che cercano di dare a tutti qualcosa. Una manovra inadeguata ad affrontare i problemi strutturali del Paese, a partire dalle conseguenze economiche dell’invecchiamento della popolazione. Ci dobbiamo invece consolare, noi «europeisti austeri» perché abbiamo a cuore le generazioni, con la constatazione che il disavanzo sarà mantenuto al 3 per cento o anche un pochino sotto, permettendo al Paese di uscire dalla procedura di infrazione per debito eccessivo già nel corso del prossimo anno, il che potrà comportare un po’ di allentamento dei vincoli nei prossimi anni.
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