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L'Italia tra senso civico e declino
Lo Stato costa e frena la crescita: tre proposte per cambiare
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 20/10/2025
Sul Corriere della Sera Sabino Cassese illustra tre proposte per ridurre i costi dell’amministrazione pubblica e favorire la produttività. Il primo passo da fare - dice - sarebbe quello di agire sui modelli organizzativi e sulle procedure. Ad esempio, su tutte le disposizioni statali e regionali che si accavallano sul territorio, dall’uso e la difesa dei suoli, alla tutela del paesaggio e delle acque, all’urbanistica, all’edilizia. Decine di complessi normativi ognuno dei quali va per la sua strada, gestiti da poteri pubblici posti a livelli diversi, che si sono andati accumulando in modo disordinato, intrecciandosi l’uno con l’altro. Un secondo tema sul quale riflettere riguarda il governo dell’economia. Questo è ormai triplice. Da un lato c’è l’azione dei ministeri e delle regioni. Dall’altro, quello delle autorità indipendenti. Infine, a questi si sono andati aggiungendo i cosiddetti poteri speciali del Golden Power, che non solo si è inserito, ma si è anche espanso. Un ordine in questa giungla servirebbe ad eliminare molti impedimenti. La terza strada da seguire è quella delle zone economiche speciali. La loro condizione è contraddittoria: l’ambito geografico troppo esteso; le condizioni di specialità troppo limitate. Non riescono quindi a funzionare come incubatrici. Andrebbero quindi delimitate, ma rafforzate al loro interno in modo che le condizioni di favore non siano soltanto di carattere economico, ma anche di carattere sociale, culturale ed istituzionale: ad esempio, avere istituzioni scolastiche e parascolastiche che forniscano personale specializzato. Solo così si può avere una crescita guidata dal progresso tecnologico. Il migliore programma per imprese e cittadini consisterebbe quindi nel limitare l’eccesso della presenza pubblica inefficiente e nell’aumentare quella che serve a promuovere sviluppo economico, sociale e culturale. Questa è la migliore politica industriale che uno Stato possa fare, come ha scritto Carlo Cottarelli. Ecco un bel compito per chi voglia governare non con il misurino del contabile, ma con il metro dello statista.
Paolo Gentiloni, la Repubblica
Ricordo lo stupore del presidente Trump - scrive su Repubblica Paolo Gentiloni - quando, negli incontri all’avvio del suo primo mandato, constatava il deficit di decine di miliardi negli scambi commerciali degli Stati Uniti con l’Italia. Merito della nostra industria, della sua capacità di adattarsi e di innovare. Oggi, tuttavia, questo straordinario asset italiano vive una stagione difficile che merita di essere al centro dell’attenzione pubblica. Siamo nel mezzo di una nuova rivoluzione industriale, con l’innovazione digitale trainata dall’intelligenza artificiale e con le sfide del cambiamento climatico. In passato la nostra industria è sempre riuscita a fare surf sulle onde dei grandi cambiamenti, e questo è motivo di ottimismo. Ma nulla è scontato. Si dirà che la partita dell’intelligenza artificiale è ormai persa in Europa e si gioca solo tra Cina e Stati Uniti. Il che è senz’altro vero per le imprese che con investimenti colossali stanno sviluppando i nuovi modelli di intelligenza artificiale generativa. Essere indietro su questo piano può comportare conseguenze per la stessa sovranità dell’Europa, oltre che dirottare enormi flussi finanziari. Ma questo non significa dare per scontato anche un ritardo nell’incorporazione dell’intelligenza artificiale nella nostra industria (e nei servizi). Al contrario. Tra i tanti esempi: il fatto che la produzione di massa di automobili sia stata inventata da Henry Ford non ha impedito a Giappone e Germania di diventarne i campioni mondiali. Il tempo per uscire dalle difficoltà e per agganciare gli enormi cambiamenti della nuova rivoluzione industriale è ora, ma da parte del governo non si vede una strategia all’altezza dei rischi e delle opportunità. È invece il momento di aprire nuovi mercati al nostro export. Il secondo fronte è quello del sostegno alle imprese negli investimenti per l’innovazione digitale e la transizione climatica.
Alessandro Campi, Il Messaggero
La sinistra che si propone, in chiave drammatizzante, come argine alla tirannia che ritorna non è una novità, osserva sul Messaggero Alessandro Campi. E’ stata una costante nella storia politica italiana, specie nei momenti storici di maggior tensione tra partiti e forze sociali. Far indossare agli avversari del momento un’immaginaria camicia nera, in particolare nell’imminenza delle elezioni, è sempre stato un modo facile e comodo per delegittimarli politicamente e squalificarli moralmente. Anche se i risultati di questa strategia allarmistica non sono stati sempre confortanti, come si è visto nei decenni del berlusconismo. Ma l’invito alla resistenza contro i barbari è stato, per decenni, un argomento tra gli altri. La sinistra istituzionale era in grado di parlare, in modo serio e convincente, anche di altro. La novità, dopo il discorso di Amsterdam, è veder trasformata la “difesa della democrazia” nell’unico, o comunque principale, tema mobilitante e identitario di una sinistra alla quale la Schlein, nonostante le attese e le speranze di chi l’ha scelta e sostenuta, evidentemente non è ancora riuscita a dare un profilo progettuale coerente e un efficace programma d’azione politica. I sondaggi e le prove elettorali degli ultimi tre anni riflettono esattamente questa difficoltà. E spiegano la sua scelta, divenuta chiara con parole pronunciate al congresso del Pse, di una linea di scontro a dir poco estrema e divisiva. Nei termini, evidentemente, di una chiamata ideologica alle armi che nelle sue intenzioni dovrebbe servire ad almeno tre obiettivi. Quello strategico: battere la destra presentata come una compagine estremista ed eversiva, che aspira a prendersi “pieni poteri” e a perseguire e silenziare chiunque dissenta. Quelli tattici e contingenti: da un lato, compattare il fronte progressista o quello che si chiama “campo largo”, altrimenti diviso sul piano dei programmi e degli obiettivi di governo; dall’altro, evitare di essere scavalcata a sinistra, in questa battaglia all’ultimo sangue per la libertà e la democrazia, da Giuseppe Conte. Che se perde voti col suo partito risulta invece molto popolare, a quel che dicono i sondaggi, tra gli elettori del Pd.
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