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Uno scatto contro il grigio dibattito

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 10/07/2024

Uno scatto contro il grigio dibattito Uno scatto contro il grigio dibattito Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia offre due consigli al governo di Giorgia Meloni su come riequilibrare la cosiddetta “egemonia della sinistra”, da intendersi come il fortissimo dislivello che esiste nel nostro discorso pubblico, e in genere in tutti gli ambiti dell’ufficialità e dei suoi modi, tra la presenza di stereotipi lessicali, valori accreditati e luoghi comuni ascrivibili alla sinistra e quelli ascrivibili alla destra, in pratica del tutto assenti. Galli della Loggia sconsiglia a Meloni di sostituire all’«amichettismo» di sinistra l’«amichettismo» di destra quando si scelgono i vertici delle istituzioni culturali. Piuttosto dovrebbe tenere a mente “due regole auree” tratte dall’esperienza di chi di queste cose se ne intendeva e qualcosa di somigliante all’egemonia cercò di promuoverla, in parte anche riuscendoci: il Partito comunista di una volta. Regola numero 1: l’egemonia non si realizza accaparrandosi i posti ma rinunciandovi. La spiegazione è fin troppo ovvia: l’autorevolezza – e quindi l’effetto verso l’esterno – di una qualsiasi opinione a te favorevole ma sostenuta da chi è noto non appartenere alla tua parte è enormemente superiore all’autorevolezza della medesima posizione sostenuta da uno che è noto, invece, per essere organicamente della tua stessa parte. C’è in proposito un esempio memorabile, quello della Sinistra Indipendente: un gruppo di personalità di chiara fama, non comuniste, ma scelte ed elette al Parlamento a partire dagli anni 60 del secolo scorso con i voti del Pci, le quali, pur presenti con un proprio gruppo parlamentare, tuttavia, nell’aula seguivano regolarmente le indicazioni del Pci. Infine la regola numero due: per realizzare comunque un’influenza che duri (per l’egemonia neppure a parlarne) i posti non bastano, ci vogliono anche le idee. Non dico i «Quaderni del carcere» ma almeno qualche analisi generale serve, capace di spiegare un poco il presente; qualche valore in grado di parlare anche a chi non ti vota; qualche ricostruzione del proprio pedigree che vada oltre i pur rispettabilissimi Gentile e Prezzolini.
 
Giorgio Starace, la Repubblica
Stiamo assistendo in questi giorni alla preparazione della seconda fase del conflitto ucraino, osserva su Repubblica Giorgio Starace. La seconda fase sarà più politica e meno militare ma i tempi di avvio di un auspicato negoziato sono ancora lunghi. Sarà una lunga guerra di nervi fatta di iniziative militari, politiche e propaganda. Putin ha sperato in un risultato più netto in Francia delle forze che in un modo o nell’altro spingono per un disimpegno dall’appoggio militare all’Ucraina. I commenti sprezzanti di Mosca sul meccanismo del doppio ballottaggio francese che non assicurerebbe il meccanismo democratico sono lo specchio del disappunto per un’importante occasione per ora mancata, nonostante le risorse massicciamente impiegate dai servizi russi nel consueto lavoro di propaganda e disinformazione in Occidente. Un Paese chiave come la Francia avrebbe inevitabilmente creato fratture in ambito Nato con tutte le conseguenze connesse anche nell’ambito degli equilibri dell’Amministrazione a Washington. Una soluzione politica per sovrastare il governo di Zelensky laddove quella militare non dà segni di grandi risultati, al di là delle gravi distruzioni di città ucraine e lutti inflitti alla popolazione. Adesso Putin deve premere sull’acceleratore e i bombardamenti indiscriminati a cui abbiamo assistito in questi giorni sono solo l’avvisaglia di una nuova offensiva diretta ad acquisire nuovo territorio e chiudere manu militari almeno la partita del Donbass, conquistando anche al prezzo di molti morti e sacrifici, le ultime porzioni di territorio ancora in mano ucraina. Non credo che il tempo sia a favore di Putin e sono convinto che lui stesso se ne sia perfettamente reso conto e intensifichi lo scontro militare per approfittare di una manciata di mesi che vede ancora l’armata rossa in fase offensiva. Il presidente russo si gioca tutto quindi nei prossimi mesi e tenta anche di approfittare di questa fase di debolezza politica che pervade in diversa misura un po’ tutte le democrazie occidentali a partire dalla Francia e dell’incertezza nella leadership americana. Ma si tratta di una fase e le democrazie hanno sempre dato dimostrazione di superare momenti di confusione e raggiungere la necessaria stabilità.
 
Caterina Soffici, La Stampa
E siamo ancora qui a parlare di quote di genere. Sulla Stampa Caterina Soffici commenta l’indiscrezione il rinnovo del Cda di Cassa Depositi e Prestiti venga rimandato da mesi perché non si trova un accordo sui nomi delle donne. Troppi uomini da piazzare su quelle poltrone, che l’art 51.1 dello statuto prevede vadano per 2/5 al genere meno rappresentato, quindi alle donne. Nel Consiglio di Amministrazione uscente su nove membri, quattro sono donne. Le indiscrezioni dicono che Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia stanno litigando e propongono candidature principalmente maschili. Non si fa fatica a crederlo. Quindi al momento si è trovato l’accordo solo sul nome di una donna. Che fare? Semplice. Si cambia lo statuto e si abbassa il numero di donne. Protesta giustamente Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Belisario e prima firmataria della legge 120 (approvata nel 2011 e modificata nel 2020) che prevede la quota di genere a 2/5 per i Cda e i collegi sindacali delle società quotate: «Il mio appello è al governo e a tutti i partiti della maggioranza per trovare un accordo su profili di donne competenti e preparate. Sono tantissime e non avranno alcun problema a trovarle, anzi ho personalmente notizia di manager preparatissime che hanno già avanzato la loro candidatura, inutilmente. L’alternativa è un vulnus gravissimo che non faremo passare sotto silenzio». Infatti siamo qui a scriverne. E segnaliamo anche un altro vulnus notevole: nei progetti legati al Pnnr, che prevedono di ridurre il gender gap con vincolo di assunzioni del 30% di giovani e donne, solo il 3,3% dei bandi (uno su tre) rispetta le quote. Tutti gli altri le aggirano facendo ricorso a deroghe. E pensa se non ci fossero norme che tutelano le quote, cosa accadrebbe. La Norvegia nel 2003 era stata la prima in Europa a introdur- le da allora la buona pratica è stata copiata da molti altri paesi tra cui Spagna, Islanda, Francia. Dopo 20 anni tutti gli studi e le analisi dicono che non è solo una questione ideologica (le pari opportunità), ma che le donne al comando fanno andare meglio le aziende.
 
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