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La sconfitta di Le Pen è da ricercarsi nella storia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 09/07/2024

 La sconfitta di Le Pen è da ricercarsi nella storia La sconfitta di Le Pen è da ricercarsi nella storia Paolo Mieli, Corriere della Sera
La sconfitta di Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni francesi, scrive Paolo Mieli sul Corriere della Sera, va ricondotta alla volontà depositata nella memoria della Francia intera di non ritrovarsi nella situazione in cui visse tra gli anni Trenta e la prima metà degli anni Quaranta, quella di uno scontro irriducibile e oltremodo destabilizzante tra destra e sinistra radicale. Scontro che rese assai fragile e di breve durata anche la prima esperienza di Fronte popolare, quella di Leon Blum nel 1936. E che si concluse con la Francia sconfitta, assoggettata e umiliata dalla Germania nazista. La lezione che i francesi trassero da questa tragica vicenda è da considerarsi definitiva. In aggiunta, per ben due volte, ai tempi della Resistenza e poi in quelli della guerra d’Algeria, il generale De Gaulle ha inculcato nei suoi connazionali il «dovere specifico» di tenere a distanza la destra estrema. Non c’era bisogno di patti con i reduci di Vichy — fu il suo insegnamento nel secondo dopoguerra — per sconfiggere le sinistre (la stessa cosa che, d’altronde, in Italia sostenne Alcide De Gasperi, anche a costo di un duro scontro con Pio XII). Per di più i personaggi della destra ultras con cui il mondo gollista avrebbe dovuto eventualmente scendere a patti, sosteneva il generale, si rivelavano all’occorrenza rissosi, violenti e soprattutto disponibili a farsi reclutare fuori dai confini della Francia. Il mondo conservatore francese e in particolare quello gollista hanno sempre individuato in ciò che si muoveva alla loro destra qualcosa di infido. Intravedevano in esso alcuni tratti che li accomunavano alla galassia della gauche più estrema ereditata adesso da Mélenchon. Una storia lunga e complicata che da decenni ha reso pressoché impraticabili, a destra, le desistenze con il mondo lepenista. Quantomeno fino al travagliato patto con Eric Ciotti. Mentre le stesse pratiche sono state tutto sommato agevoli tra destra, riformisti moderati e sinistre. Anche le più incandescenti. Non importa che Marine Le Pen abbia compiuto passi anche importanti verso il centro, attenuato l’iniziale idiosincrasia nei confronti dell’Europa, rotto con suo padre, reclutato giovani non compromessi con il passato, partecipato a cortei contro l’antisemitismo. O quantomeno non è sufficiente. Basta una strizzata d’occhio a Putin e siamo daccapo. La destra francese è ancora radioattiva.
 
Marc Lazar, la Repubblica
Sulla Repubblica il politologo francese Marc Lazar definisce una “vittoria di Pirro” quella ottenuta dalla sinistra in Francia. La coalizione di sinistra del Nuovo fronte popolare, composta principalmente da quattro partiti, la France insoumise, il Partito socialista, i Verdi e il Partito comunista, è arrivata in testa, davanti ai centristi e al Rassemblement national, cosa che nessun istituto di sondaggi aveva previsto. Ha ottenuto 184 deputati, 33 in più rispetto a due anni fa. Al suo interno sono cambiati i rapporti di forza. La France insoumise, cioè la sinistra radicale, non esercita più lo stesso predominio di due anni fa: con 78 deputati, rappresenta soltanto il 42% del totale della coalizione, mentre prima era il 50%; i socialisti sono passati da 31 deputati a 69, i Verdi hanno avuto un certo progresso (28 eletti invece di 23) e i comunisti sono calati (9 contro i 12 di prima). È evidente, dunque, che Jean-Luc Mélenchon, qualunque cosa dica, qualunque cosa faccia, non è più il líder máximo: non solo i suoi alleati lo criticano apertamente, ma molti dei suoi ex compagni di strada hanno rotto con lui; in ogni caso, non sarà lui il primo ministro. D’altronde, non bisogna farsi ingannare da questo successo relativo del Nuovo fronte popolare: una parte del suo elettorato l’ha scelto perché sostiene il suo programma, ma molti elettori di sinistra lo hanno votato nonostante quel programma e nonostante le forti reticenze che gli ispira Jean-Luc Mélenchon; da ultimo, la coalizione ha beneficiato dell’apporto di elettori centristi, e perfino di centrodestra, che volevano semplicemente sbarrare la strada al Rassemblement national. La sinistra rimane minoritaria in Francia. Come che sia, la Francia si ritrova per il momento con un rischio del tutto inedito di ingovernabilità, nel momento in cui bisogna adottare una legge finanziaria, il debito pubblico è enorme, la congiuntura economica è negativa e ci sono grandi sfide da affrontare a livello europeo e internazionale, come la guerra in Ucraina. Tutto questo mette la sinistra al di fuori della France insoumise di fronte alle sue responsabilità.
 
Mario Ajello, Il Messaggero
Si parla sempre di modelli stranieri (quello inglese, quello francese) a cui dovremmo ispirarci, osserva Mario Ajello sul Messaggero. Si va sempre alla ricerca, fuori dai confini nazionali, del sistema politico che sarebbe perfetto o migliorativo, e quindi da importare, per rendere più funzionante la nostra democrazia. E se invece, per una volta, guardando a quanto avviene fuori, provassimo a pensare che il modello italiano non è così male e in fondo varrebbe la pena inorgoglirci di questo, stando sempre bene attenti però a voler perfezionarlo? L’esterofilia del prestami il tuo modello please, anzi s’il vous plait, è una forma di provincialismo (ora a sinistra va forte l’esempio francese da Fronte Popolare e del melenchonismo «insoumise» cioè «indomito», grillo-trotzkista e naturalmente inconcludente) che non meritiamo di infliggerci. Il modello italiano può vantare anzitutto una sinistra che non ha bisogno di scimmiottare le pose combat dei cugini d’Oltralpe, perché imperniata su un Pd che è comunque erede, ma guai a sprecare il lascito, di tradizioni riformiste e ha esponenti, guarda caso i più votati alle ultime Europee, che si collocano nel progressismo non radicaleggiante e tendente invece alla serietà. E dall’altra parte, questo modello italo-italiano presenta una destra assolutamente presentabile (si ve- da, per ultima, la lettera di Meloni contro i comportamenti intollerabili dei giovani del par- tito: «Non c’è spazio in FdI per posizioni razziste o antisemite, come non c’è spazio per i nostalgici dei totalitarismi del ‘900») e impossibile da sottoporre all’operazione che s’è vista in Francia. Quella della «diabolisation», ovvero della demonizzazione di Le Pen e di Bardella che, accompagnata al catenaccio elettorale nelle varie circoscrizioni, un gioco questo sì all’italiana nel vecchio senso calcistico del termine, ha determinato la sconfitta della destra considerata diabolica e da esorcizzare ricorrendo a ogni stratagemma di collegio e di palazzo consentito dalle regole elettorali.
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