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Francia, il voto popolare e due messaggi che nessuno potrà ignorare

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 08/07/2024

Francia, il voto popolare e due messaggi che nessuno potrà ignorare Francia, il voto popolare e due messaggi che nessuno potrà ignorare Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Il lepenismo non è il futuro della Francia e dell’Europa. Quando la gente vota di più, come ieri — una partecipazione che non si vedeva dai tempi della prima vittoria di Mitterrand —, il lepenismo è seccamente battuto, scrive sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo. Raffigurare i figli di immigrati come una masnada di barbari che non sa il francese, odia tutti, vivrà di sussidi pubblici sino alla pensione, e nell’attesa passa le giornate a cucinare strani cibi dall’odore disgustoso e le notti a suonare bonghi o a picchiare poliziotti, è una caricatura utile a farsi invitare nei talk-show e a prendere voti, ma non rispecchia la Francia di oggi, e non aggrega la maggioranza. Basta analizzare il voto di ieri. E basta farsi un giro a Saint-Denis, il quartiere di immigrati che sarà la sede delle prossime Olimpiadi, sorto attorno alla cattedrale dove sono sepolti i re di Francia. Certo, non è un quartiere modello. Ma non è un ghetto o un laboratorio di delinquenza o l’incubatrice del terrorismo. È un quartiere di gente che lavora duro per dare ai figli una prospettiva migliore. È quello che ha provato a dire Kylian Mbappé, con la generosità del fortunato che non ha il timore di esporsi in nome degli altri: mettetevi nei nostri panni; come vi sentireste se un terzo e più dei vostri compatrioti votasse contro di voi? Senza l’immigrazione, la Francia si fermerebbe. Non sarebbe quella che è. Senza l’Europa, poi, non potrebbe permettersi tremila miliardi di euro di debito pubblico; che non sono finiti tutti nelle banlieues. E, parliamoci chiaro, il lepenismo è nato e prosperato per due motivi: l’ostilità agli immigrati; e il nazionalismo anti-europeo. Forse anche per questo i francesi amano parlare di «rupture», rottura, di «changement», cambiamento; ma poi quando arrivano lì lì, come ieri, nel segreto dell’urna alla maggioranza trema un po’ la mano. O forse sono più saggi di come li pensiamo. Ora a sinistra la presenteranno come una grande vittoria della Gauche e del fronte repubblicano. In realtà è stata innanzitutto una battuta d’arresto del lepenismo, che resta forte, ma non ha ancora convinto quel 50% più uno, senza cui non si conquista la maggioranza in Parlamento. E neppure l’Eliseo.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
Come dall’alambicco di un aspirante stregone, commenta su Repubblica Ezio Mauro, dall’azzardo di Emmanuel Macron risorge a sorpresa lo spirito della Republique che sembrava esaurito e la Francia ribalta se stessa, rovesciando il voto delle elezioni europee, la gerarchia del primo turno, i sondaggi e le previsioni. L’arrembaggio della destra estrema al governo è fallito e il Rassemblement National di Le Pen e Bardella pronosticato trionfatore precipita al terzo posto, dietro il nuovo fronte delle sinistre che è il vincitore a sorpresa, e dopo l’alleanza che si riconosce nell’Eliseo, in seconda posizione. Il governo resta difficile, il parlamento rimane “impiccato”. Ma il risultato è clamoroso, frutto di una vera e propria mobilitazione nazionale dei cittadini che ha portato a una partecipazione al voto vicina al 70 per cento, coinvolgendo le generazioni più giovani. Ancora una volta al momento di consegnare la Repubblica al nazional-sovranismo lepeniano e alla sua eredità post fascista mai dismessa, la Francia si è fermata, ha invertito la rotta, e ha salvato molto più di sé stessa: perché nel voto erano in gioco i valori liberal-democratici, vale a dire la cultura politica dell’Europa e dell’Occidente, oggi sfidata dai populismi e dai nuovi autoritarismi che insieme propongono lo scenario pericoloso di una democrazia illiberale. Dunque Macron con la decisione a sorpresa di sciogliere l’Assemblea Nazionale ha fermato la destra radicale e ha rilanciato la sinistra, sicuramente al di là delle sue intenzioni. Un salto nel buio, più adatto a un machiavellico Mitterrand che a un tecnocrate moderato. Ma che doveva fare il presidente? A precipizio nei sondaggi non poteva restare fermo ad assistere alla marcia di conquista di Le Pen. Svuotato di forza propria, ha puntato sulla forza altrui, chiamando i partiti contrari a sbarrarle la strada che da Matignon porta dritta all’Eliseo: convinto (sbagliando) di impersonare il superamento di categorie che considera scadute come la destra e la sinistra, si è trovato di fronte la prima a un passo dal potere, e ha rianimato la seconda resuscitandola.
 
Gaetano Quagliariello, Il Giornale
Le «desistenze» - commenta sul Giornale Gaetano Quagliariello – hanno ottenuto l’effetto sperato, impedendo al Rassemblement National di confermare il successo del primo turno. La V Repubblica, però, esce da questa prova come snaturata. Mentre il presidente Macron, che tutto ciò ha provocato, non ha più l’egemonia ma, soprattutto, sembra aver perso la bussola. All’indomani del primo turno, opinionisti, sondaggi e proiezioni avevano immaginato un risultato finale per Marine Le Pen e Jordan Bardella assai più lusinghiero. In tanti avevano creduto possibile, addirittura, il raggiungimento della maggioranza assoluta; altri erano stati più prudenti, ma nessuno aveva messo nel conto la débâcle del secondo turno. Queste previsioni si basavano su considerazioni razionali. Si riteneva improbabile che la sinistra di Mélenchon e il centro di Macron potessero sommare i propri voti. Si riteneva, soprattutto, fuori dall’ordine delle cose che il candidato di uno dei due partiti potesse «desistere» a favore di un esponente dell’altro schieramento. I centristi di Renaissance e la sinistra identitaria della France Insoumise erano, infatti, separati da un baratro. Quel che non era stato messo in conto è invece accaduto. La mossa spericolata di Macron la si poteva immaginare come un investimento sula lunga durata: provare a riguadagnare i suffragi perduti e, contemporaneamente, essere disponibile a coabitare con «i nemici» per provare a fiaccarli attraverso la prova di governo, così come avevano fatto in passato tanti suoi predecessori. Promuovendo le «desistenze», ha preferito, invece, puntare tutto sul tempo breve. Ha fatto venir meno una delle condizioni sulle quali poggiava la sua egemonia centrista: le divisioni della sinistra. Se è possibile, ha fatto ancora di più. Ha dato una mano alla sinistra a riunirsi sotto l’egida del suo critico più implacabile. Mélenchon, infatti, è il vero vincitore di ieri e al presidente non resta che sperare che l’unità messa insieme sull’onda dell’emozione da lui suscitata si riveli effimera. La destra, invece, non può più a questo punto evitare un interrogativo: De Gaulle, dove sei finito?
 
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