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L'Unione indebolita e fragile

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 20/06/2024

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“Né con te né senza di te. È un’espressione sintetica che serve per fotografare i rapporti interni all’Europa nonché il guazzabuglio istituzionale che alcuni chiamano, eufemisticamente, il sistema di governo dell’Europa”. Lo scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: “È il «paradosso europeo»: da un lato, l’impossibilità per ciascuno stato di mollare gli ormeggi, liberarsi del vincolo europeo, senza pagare prezzi altissimi (come ha dimostrato Brexit). Dall’altro lato, l’impossibilità per l’Unione di dotarsi di un sistema di governo compatibile con il livello di integrazione raggiunto. È ormai da molto tempo che gli imperativi della democrazia (nazionale) e i vincoli europei sono entrati in rotta di collisione. E nessuno sa che farci. Il conflitto fra la logica democratica e la logica dell’integrazione è perfettamente fotografato in questo momento dalle tensioni fra i governi francese e tedesco e quello italiano. Ovviamente – sottolinea l’editorialista - si arriverà, alla fine, a un accomodamento sulle nomine. Ma il problema di fondo resterà irrisolto. Si noti quanto il tutto sia aggravato dalla assenza, nel gioco europeo, della Gran Bretagna. Al tempo di Brexit molti pensarono che l’Europa ci avrebbe solo guadagnato essendosi liberata, finalmente, degli «euroscettici». Valutazione sbagliata, una dimostrazione di miopia politica. Sembra difficile che l’integrazione europea possa durare nel tempo senza sperimentare profondi cambiamenti nel sistema di governo di Bruxelles. Certo, soprattutto se i lepenisti vinceranno in Francia, per un certo periodo i sogni di gloria dovranno essere messi nel cassetto. Come sempre nella storia umana, quando si arriva al dunque, sono le questioni della guerra e della pace a decidere le sorti degli aggregati umani. All’Unione serve—per fronteggiare le minacce che incombono — una leadership che ora non ha. Non c’è niente di peggio, in una congiuntura simile, di un’Europa acefala, allo sbando. Ma non è, o non è in primo luogo, una questione risolvibile a colpi di ingegneria istituzionale (ossia, disegnando nuove istituzioni). È, prima di tutto, e soprattutto, una questione di opinione pubblica. Se i cittadini europei non si convinceranno che il loro mondo è a rischio – conclude - non sarà possibile attrezzare l’Europa in modo che sappia fare con successo i conti con tutto ciò che le si muove intorno”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
“Non c’è bisogno di ‘slogan’ più o meno roboanti per vedere che la legge sulla cosiddetta autonomia differenziata è un pasticcio che non risolve i problemi e magari ne crea di ulteriori”. Così Stefano Folli su Repubblica sottolineando come sia “lecito domandarsi il perché di tutta questa fretta da parte del destra-centro. Sarebbe stato più logico tentare un approccio meno conflittuale con l’opposizione, trovare insieme punti di convergenza. Anche perché in passato il Pd o i suoi predecessori avevano sull’autonomia regionale una posizione più flessibile; ne vedevano, specie gli amministratori settentrionali, alcuni aspetti positivi in termini di efficienza. Del resto, la famosa riforma costituzionale del Titolo V, anno 2001, doveva servire ad agevolare il percorso verso il decentramento: tutto ciò, beninteso, con le migliori intenzioni, nel senso di non voler mettere le regioni una contro l’altra, ricchi contro poveri, bensì di creare un circuito della solidarietà. Purtroppo – osserva Folli - le cose non sono andate come si sperava e ora la destra al governo si è precipitata a peggiorare la situazione. Questo errore di valutazione, chiamiamolo così, può avere gravi conseguenze se non si troverà la via di ripararlo. La strada, sia pure stretta, dovrebbe esserci: una legge, soprattutto quando è così complessa, richiede una nutrita serie di norme per interpretarne il contenuto e decifrarlo agli occhi degli amministratori locali, se possibile anche del normale cittadino. In un certo senso, quello che è stato approvato alla Camera è poco più di un contenitore. È sufficiente per lasciare intravedere i danni all’orizzonte, ma non per tradursi in un meccanismo amministrativo operante. Una volta si diceva che di certi provvedimenti si approvava solo la “copertina” e poi si approfondiva il tema lontano dai riflettori. Forse vale anche oggi. In altre parole, questa dell’autonomia è una brutta riforma, carica di rischi per la stessa maggioranza di governo, quindi autolesionista. Azzardo o calcolo sbagliato, conta poco. Conta di più verificare se esiste una minima volontà di migliorarne, per quanto possibile, l’esito finale a beneficio dei cittadini. Del resto – conclude - quasi nessuna forza politica nel campo delle regioni è coerente al punto di poter alzare senza un filo di rossore lo stendardo dell’unità nazionale”.
 
Stefano Lepri, La Stampa
“A qualcosa è servito, il rimprovero di Bruxelles a 7 Paesi con i conti pubblici non in linea”. Lo scrive Stefano Lepri sulla Stampa: “In Francia, l’estrema destra che si sente ormai vicina al potere sta ridimensionando quasi di ora in ora lo spropositato programma di meno tasse e maggiori spese in deficit che aveva proposto. Si conferma la regola che le responsabilità di governo quasi sempre smentiscono le bugie della propaganda. Più lento si annuncia il decorso del mutamento di rotta del governo italiano sul Mes. Mentre la tenuta dei bilanci nazionali ha, attraverso i mercati finanziari, effetti immediati sulla credibilità internazionale dei governi, l’Italia finora non è stata danneggiata troppo dalla mancata ratifica di questo meccanismo di mutuo soccorso fra gli Stati europei (ratifica che, come si sa, non impegnerebbe minimamente l’Italia a ricorrervi). C’è una somiglianza tra le due questioni. Affibbiare colpe all’Europa continua ad apparire un buon espediente per raccogliere voti, finché i discorsi restano vaghi. Quando si presenta la necessità di fare scelte urgenti – sottolinea l’editorialista - le chiacchiere vengono messe da parte; ma per il Mes il governo italiano al momento non si sente alle strette (diverso sarebbe se a partire dalla Francia si riproponesse una crisi del debito). Nel timore del Mes, così come nella diffidenza verso le regole di bilancio europee, nei partiti italiani continua a pesare una interpretazione di fantasia, autoassolutoria, di ciò che è avvenuto nel decennio passato. La bassa crescita della nostra economia negli anni’10 viene attribuita all’«austerità voluta dall’Europa» che avrebbe legato le mani ai Parlamenti italiani desiderosi di spendere molto di più e (forse) di tassare un po’meno. Osservatori stranieri potrebbero subito ribattere che se l’Italia si è già trovata due volte sull’orlo della bancarotta, la prima nell’ottobre 1992, la seconda nel novembre 2010, un qualche controllo era pur necessario. Gli si può ribattere che in entrambi i casi ci siamo tirati fuori dai guai con le nostre forze. Su quali possano essere stati gli altri motivi la Commissione europea qualche idea ce l’ha, e traspare dalle raccomandazioni all’Italia su fisco e riforme: se per esempio si fa un trattamento tributario di estremo favore alle imprese piccole, è difficile vederne crescere almeno alcune. In questo come in altri casi, sono chiamate in causa politiche attuate dai governi italiani. No – conclude - non è l’Europa che ci vuole male: né con il Mes, né con il Patto”.
 
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