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Restituire a Roma quel che è di Roma

Redazione InPiù 19/06/2024

Altro parere Altro parere Guido Boffo, il Messaggero
“L'approvazione dell'autonomia differenziata incardina la stagione delle riforme del governo Meloni, dopo il primo passaggio al Senato del premierato e il via libera in Cdm della separazione delle carriere dei magistrati”. Lo scrive Guido Boffo sul Messaggero: “Tutte e tre si tengono, rappresentando la constituency dei partiti di maggioranza. L'autonomia, in particolare, realizza la missione fondante della Lega e chiude un cerchio. È una buona riforma? Che impatto avrà sulla coesione del Paese, in materie delicatissime come la Sanità e l'Istruzione? Al di là delle risse politiche, la risposta deve essere fattuale: dipende dal grado di attuazione, se i servizi essenziali saranno finanziati in tutte le Regioni, quali ammortizzatori saranno previsti per i territori più svantaggiati. C'è un tema, in particolare, che il governo è chiamato ad affrontare. Perché l'autonomia differenziata non è affatto a saldo zero per Roma, promettendo di spostare dal centro alla periferia funzioni, uffici, personale, fondi. Se dobbiamo augurarci che il progetto di Salvini migliori l'efficienza dello Stato, come ci viene promesso, non possiamo ignorare che siamo di fronte a un ineluttabile processo di impoverimento della Capitale di quello stesso Stato. Un percorso – sottolinea - che parte da lontano, dallo smantellamento delle grandi imprese pubbliche con esiti spesso infausti (si pensi alle traversie di Alitalia e Telecom) al trasloco nel Nord Italia dei gangli finanziari, che pure a Roma avevano trovato terreno fertile di sviluppo. La deviazione delle risorse da Roma ad altre aree del Paese, prevalentemente il Settentrione, impone a questo punto uno strumento di compensazione, per evitare che l'impoverimento e lo spopolamento trasformino questa città in pura testimonianza di sé stessa. Intendiamo una compensazione finanziaria, l'unica in grado di restituire mezzi e dignità alla Capitale, riconoscendone il ruolo e le funzioni che esulano da quelle di una metropoli ordinaria. La mera attribuzione di uno statuto speciale, e in definitiva di poteri equiparati a quelli di una Regione, che nelle intenzioni del governo presto dovrebbe concretizzarsi in disegno di legge, non basterà a riequilibrare gli effetti della decentralizzazione, a restituire a Cesare quel che è di Cesare. O dovrebbe essere. O è stato. Va ripristinato il flusso dei capitali, il tessuto economico, va sostenuta una visione che non può restare per sempre ancorata alle vestigia dell'Urbe, creando l'ambiente ideale per innovazione e ricerca. Occorre stimolare – conclude - investimenti pubblici nel segno della modernizzazione”.
 
Alessandra Ricciardi, Italia Oggi
Alessandra Ricciardi su Italia Oggi commenta i dissidi in casa M5S: “Non stupisce la sede, un teatro. E neppure la battuta. L’ironia irriverente  - scrive - ha fatto la fortuna del comico prima ancora che del politico. «Ho incontrato Conte, mi ha fatto un po’ tenerezza. Ha preso più voti Berlusconi da morto che lui da vivo», ha detto Beppe Grillo, fondatore e oggi garante M5s, nel corso del suo spettacolo a Fiesole. Dalle retrovie l’ex sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi ha assestato il secondo colpo all’avvocato del popolo: «Il M5S deve essere alternativo al sistema politico tradizionale. Schiacciarci sulle posizioni di destra o di sinistra ci snatura e ci rende irriconoscibili». Il processo per destituire Conte è partito. Il 9,99% delle Europee ha fatto precipitare il M5S dall’euforia della vittoria del campo largo in Sardegna, che aveva proiettato Conte verso una possibile leadership di una coalizione di csx, alla dura realtà: il Movimento antisistema non esiste più e il partito che è diventato, uscito da Palazzo Chigi e dalle maggioranze trasversali, è sempre meno competitivo rispetto al Pd. L’amoreggiare con Elly Schlein – osserva Ricciardi - ha fatto bene ai democratici, che hanno cannibalizzato i voti dei 5stelle soprattutto al Sud, e pure alla destra, che, tra Fdi e Lega, ha rosicchiato un paio di punti percentuali di consenso al Movimento. Parafrasando un famoso detto, morto (politicamente) un Conte se ne fa sempre un altro. Ma oggi basta sostituire il leader per rifare i connotati del Movimento? Un sondaggio di Swg dice di no, Conte avrebbe un suo personale consenso tra gli elettori rimasti fedeli (gradito a oltre il 50%), mentre il partito continua a non avere una sua precisa identità. La polarizzazione con Meloni ha rafforzato Schlein, che ha ricostruito il profilo progressista del Pd puntando nella campagna elettorale non solo su diritti Lgbt+ e sull’accoglienza dei migranti, ma soprattutto su sanità e salario minimo. E Conte, perso il reddito di cittadinanza, finiti i benefici del 110%, non ha trovato altro da poter contrapporre e da offrire al suo elettorato che a ogni tornata si riduce, trovando, come accade ai fiumi carsici, altri percorsi sotterranei. In Transatlantico, a chi gli chiedeva del suo destino, Conte confermava che non si dimette e che M5s resta nel campo progressista, «poi, se qualcuno ha inclinazioni di destra, ne tragga le conseguenze», avvisava. La diaspora – conclude - potrebbe essere prossima”.
 
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