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Se domina l'ideologia, perde l'Europa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 19/06/2024

Se domina l'ideologia, perde l'Europa Se domina l'ideologia, perde l'Europa Paolo Lepri, Corriere della Sera
Se domina l’ideologia, scrive Paolo Lepri sul Corriere della Sera, perde l’Europa. È la logica di schieramento a segnare negativamente l’avvio di questa stagione post-voto della governance dell’Unione. Nella partita per gli incarichi di vertice sta per il momento succedendo il contrario di quanto sarebbe stato auspicabile. Al di là degli accordi che potranno arrivare, dopo il primo inconcludente conclave bruxellese, il rischio è che le istituzioni comunitarie escano ridimensionate in un’epoca di grandi sfide, prima fra tutte la guerra che si combatte ai nostri confini. Lo stallo trova le sue spiegazioni nei singoli interessi in conflitto dei protagonisti. Gli errori, le sottovalutazioni e le fughe in avanti sono evidenti. Saranno necessari molti sforzi e una robusta dose di buona volontà. Mai come adesso, inoltre, la politica si era abbattuta con tanta pesantezza sugli assetti dell’Ue, condizionando ogni mossa e facendo diventare pretese «di bandiera» le aspettative delle forze in campo. Tutto il negoziato in corso, iniziato ben prima delle elezioni per il nuovo Parlamento, è stato caratterizzato finora da alcuni strappi che hanno lacerato un tessuto fragile. Pur legittimata dalla presenza di una maggioranza simile all’attuale nell’emiciclo di Strasburgo, la conventio ad excludendum invocata dal presidente francese e dal cancelliere tedesco sta finendo per avere il senso di isolare un’Italia il cui governo è uscito rafforzato dal voto (ma è però indebolito, d’altra parte, dalla presenza al suo interno di una forza euro-antagonista come la Lega di Matteo Salvini). L’Italia ha il diritto di fare sentire la propria voce negli sviluppi dell’Unione (anche in virtù delle scelte compiute in politica estera, sostenendo l’Ucraina che dovrebbe iniziare a fine mese i negoziati di adesione) e non può essere lasciata ai margini. Sarebbe un grave sbaglio. Il dialogo deve andare avanti, tenendo conto della realtà. È nell’interesse di tutti, ma soprattutto della stessa Europa.
 
Francesco Bei, la Repubblica
Tricolore e Costituzione. Dietro queste due bandiere – scrive Francesco Bei su Repubblica – si è ritrovata in piazza l’opposizione, strappando di mano alla destra sovranista i simboli dell’unità nazionale. Un appuntamento importante, il primo unitario e di massa dall’inizio della legislatura. Organizzato in fretta dal Pd, forse senza nemmeno crederci troppo, in un luogo “identitario” per il centrosinistra ulivista ma fin troppo stretto, si è rivelato alla fine un successo. E potrebbe trasformarsi in un potente acceleratore di particelle. Anche al di là delle rivalità e delle competizioni interne che comunque continuano a frenare la creazione di un’alternativa di governo. Segno che qualcosa è successo dopo le elezioni dell’otto e nove giugno; qualcosa si è messo in moto nel profondo e forse neppure i leader sanno dove potrà portare questo movimento, questa sana rivolta civile contro una maggioranza che procede a spallate sul terreno più delicato, quello della democrazia. Ma certo colpiva che lo slogan più urlato in piazza, oltre al “Viva l’Italia antifascista” sia stato il coro “unità-unità-unità”. Stavolta tutti sembrano aver capito la lezione del 25 settembre 2022, persino quelli che – come Renzi e Calenda – in piazza ieri non ci sono andati. Eppure, in Parlamento, anche loro hanno votato contro il disegno di legge costituzionale detto “premierato”, di fatto lo smantellamento della Repubblica parlamentare nata dalla Resistenza. Il linguaggio bugiardo con cui gli apprendisti stregoni della destra propagandano la riforma della Costituzione prova a farci credere che in Italia il governo e il presidente del Consiglio siano la parte debole dell’architettura istituzionale, quando è vero esattamente il contrario. E non ci sono soltanto i 65 decreti leggi approvati dall’inizio della legislatura a dimostrarlo. C’è soprattutto un’evidenza oggettiva: non c’è un solo provvedimento immaginato da Meloni che abbia trovato un ostacolo in Parlamento, nemmeno uno. Tutti sono stati approvati o lo saranno presto.
 
Marco Follini, La Stampa
Sulla Stampa Marco Follini ricorda che il sale della democrazia è il riconoscimento dell’avversario, mentre nel Parlamento italiano maggioranza e opposizione – osserva – si trovano molto più a proprio agio coltivando la loro contrapposizione. Eppure la tradizione politica italiana contempla anche scenari meno bellicosi. Perfino Berlusconi e Prodi trovarono ai loro tempi il modo di confrontarsi sui commissari europei dell’epoca, stabilendo un discreto contatto e informandosi sulle reciproche trattative. Nulla che conducesse verso disdicevoli “inciuci” – la parola è perfino più brutta della cosa stessa – o che evocasse improbabili scenari centristi e/o consociativi. Solo una regola di fair play che la prima repubblica aveva lasciato loro in eredità e che era stata preservata ancor prima, nell’epoca turbinosa della guerra fredda. Peraltro si potrebbe osservare che la politica italiana ha sempre dato vita, e ancora più negli ultimi tempi, a una gran quantità di fantasiose combinazioni. E mentre gli eserciti delle attuali coalizioni sembrano volersi affrontare sempre più strenuamente, si assiste tuttora a quell’andirivieni di grand commis e funzionari di Stato che mettendosi a disposizione ora di questo ora di quello sono soliti attraversare le linee con una straordinaria disinvoltura. Così paradossalmente i governi e le coalizioni diventano ostaggi della loro impossibilità di collaborare. Mentre la flessibilità e il dinamismo degli apparati finiscono poi per attutire i loro contrasti senza darlo troppo a vedere. Sarebbe una buona ragione, anche questa, per sedersi a parlare. Ma toccherebbe alla Meloni fare un gesto, cercare una parola meno divisiva di tutte quelle che la campagna elettorale ha lasciato nell’aria. Converrebbe prima di tutto a lei, che ha vinto le elezioni e si gioca parte delle sue fortune sul palcoscenico europeo, alzare il telefono e confrontarsi con gli altri. E comprendere che quel suo compiacersi nel fare tutto da sola alla fine non le giova.
 
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