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Tre modi di intendere la pace

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 18/06/2024

Tre modi di intendere la pace Tre modi di intendere la pace Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Oggi, in Italia, commenta sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia, essere pacifista significa tre cose. Il primo significato è quello espresso dall’articolo 11 della nostra Costituzione. Significa cioè rifiutare per il nostro Paese qualsiasi politica aggressiva di stampo nazionalistico o colonialistico o che altro. Al tempo stesso, e di conseguenza, significa rifiutare l’idea e la prassi che le controversie internazionali possano essere decise a cannonate. In questo senso è indubbio che nel nostro Paese il fronte pacifista, chiamiamolo così, sia amplissimo Ma accanto a questo che ora ho detto esistono altri due tipi di pacifismo: il pacifismo secondo le circostanze e il pacifismo dell’irrealtà. Il pacifismo secondo le circostanze è quello che dai suoi adepti viene applicato a uno solo dei due belligeranti. Il modello classico di questo pacifismo sono i «partigiani della pace» di antica memoria, l’organizzazione dei Partiti comunisti, quindi anche di quello italiano, che negli anni della guerra fredda in obbedienza agli ordini di Mosca «difendeva la pace» dipingendo gli Stati Uniti come una sorta di aggressore in servizio permanente. Con le opportune varianti è il medesimo pacifismo che oggi intima agli ucraini di smetterla di difendersi o che sostanzialmente tace se Hamas attacca Israele nel modo che si sa e si guarda bene dal chiedere perfino che almeno vengano restituiti gli ostaggi catturati. Ma il pacifismo più diffuso è forse quello dell’irrealtà. Dell’irrealtà perché, contraddicendo arditamente millenni di storia umana, i suoi adepti sono convinti che la guerra non sia, ahimè, una tragica regola di quella storia, bensì l’eccezione. Dovuta sostanzialmente agli sporchi interessi di pochi (al primo posto i «mercanti d’armi») o alla perfida natura di qualche governante e delle sue idee folli. Ne consegue una mentalità dominata da un irenismo tutto compiaciuto per la propria irreprensibilità etica e che alla realtà sostituisce i buoni sentimenti. 
 
Andrea Bonanni, la Repubblica
Mentre le nomine europee restano in bilico nella notte, appese al braccio di ferro sulla scelta del presidente del Consiglio europeo, la cena dei leader Ue – scrive su Repubblica Andrea Bonanni – ha già decretato una doppia bocciatura per Giorgia Meloni relegata, anzi, sospinta nel calderone degli impresentabili. La riconferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione non appare, al momento, in discussione. Ma il suo nome rientra in un pacchetto che comprende anche la designazione dell’Alto rappresentante per la politica estera e del presidente del Consiglio dei capi di governo. La prima poltrona dovrebbe andare ad un esponente liberale, e la premier estone Kaja Kallas sembra l’unica in corsa. Per la seconda, invece, la candidatura dell’ex premier portoghese Antonio Costa, sostenuto dai socialisti, incontra obiezioni da parte degli esponenti del Ppe. Normale amministrazione, visto che da sempre le nomine dei vertici europei sono teatro di accanimenti negoziali e da sempre, alla fine, si trova un accordo e tutti si dichiarano soddisfatti. Chi non ha motivo di essere soddisfatta, al di là di quello che dichiarerà al termine dell’incontro, è la premier italiana Giorgia Meloni che si trova sotto un attacco concentrico da sinistra e perfino da destra. I leader europei socialisti, popolari e liberali l’hanno esclusa da ogni decisione sulle nomine, a partire dagli incontri informali tenuti durante il G7 che lei ospitava. «Non devo convincere Meloni. Abbiamo una maggioranza di centro con popolari, socialdemocratici, liberali. È più che sufficiente», ha detto il il premier polacco Donald Tusk, che negozia a nome del Ppe. E il cancelliere Scholz è stato ancora più duro: «È chiaro che in Parlamento non deve esserci alcun sostegno per il presidente della Commissione che si basi su partiti di destra e populisti di destra». Insomma, anche a livello dei capi di governo si preferisce fare senza l’Italia, almeno fino a quando è rappresentata da un’esponente di estrema destra.
 
Stefano Lepri, La Stampa
Perché preoccuparsi del deficit di bilancio italiano, con tutto lo sconquasso che sta avvenendo in Europa, si potrebbe dire… E invece no, afferma sulla Stampa Stefano Lepri, è vitale che stia attenta ai suoi conti l’Italia, che con vari altri Paesi euro domani a Bruxelles sarà sottoposta a «procedura di infrazione». Se le scelte di un nuovo governo francese scateneranno una crisi debitoria, per noi sarà peggio che per gli altri. Il rischio è pesante. Rifiutando per ora gli inviti a «melonizzarsi» che vengono dal padronato, il Rassemblement National di Marine Le Pen pur con i sondaggi che lo danno largamente in testa non ridimensiona il suo costosissimo programma elettorale. Il deficit pubblico francese, già oggi ben oltre la soglia del 3% sul Pil, andrebbe perlomeno verso il 6%. Nei giorni scorsi i mercati finanziari hanno chiaramente mostrato che una crisi non resterebbe circoscritta alla Francia. Mentre lo «spread» francese balzava da meno di 50 a oltre 74 punti base, quello italiano andava da circa 130 a oltre 150. Il rendimento dei BTp a 10 anni sfiora di nuovo il 4%, una soglia significativa se si vuole che il debito nel tempo non aumenti. Alla Bce questa reazione dei mercati la si considera tutto sommato contenuta. Nelle previsioni degli analisti finanziari, il programma elettorale lepenista non sarà applicato per intero perché il Rn, pur se vincitore, non avrà la maggioranza in Par- lamento. Ad esempio, Allianz ipotizza qualcosa di simile a quanto avvenne in Italia con il governo giallo verde del 2018, e spread francese a 120. Tutti i partiti francesi vedono «collera» nell’elettorato; certo sia l’estrema destra, sia la nuova alleanza di sinistra, vogliono placarla con massicce dosi di spesa pubblica; e parecchio promette anche la ex maggioranza macroniana. Ma è davvero questo che serve? O non sono piuttosto i partiti a reagire agli stimoli nell’unico modo che conoscono, inseguendo alla cieca le stesse vecchie ricette? Il ministro Giorgetti sostiene che non sarà troppo difficile adeguarsi alle richieste di correzione che la Commissione europea farà. Al fondo il problema resta però che negli anni prossimi all’Italia sarà difficile reggere il peso del debito se la sua economia non diverrà più dinamica, con un tasso di crescita più alto.
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