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I liberali aprono a destra e guardano ai soldi

Redazione InPiù 13/06/2024

Altro parere Altro parere Mario Ricciardi, il Manifesto
“Perché politici che si identificano come liberali preferiscono la destra alla sinistra?”. E’ il tema che pone Mario Ricciardi sul Manifesto: “La domanda non è solo di interesse accademico, ma – scrive Ricciardi - sta diventando saliente anche sul piano politico. E non solo in Italia, dove spesso, negli ultimi mesi, gli esponenti di quello che un tempo si chiamava ‘terzo polo’, e i riformisti del Pd, sembrano più disponibili al dialogo con Giorgia Meloni che con Elly Schlein, accusata di «radicalismo» o «massimalismo». Un atteggiamento simile si manifesta, sulle due sponde dell’Atlantico, attraverso il comportamento di figure importanti del centrismo liberale sul piano internazionale come Hillary Clinton. La risposta all’interrogativo si trova nell’evoluzione dal liberalismo dopo gli anni Settanta. Un fenomeno che ha origine negli Stati uniti, quando la crisi del partito Democratico e l’affermazione dei Repubblicani (prima con Reagan e poi con George Bush) segna una frattura tra la vecchia sinistra tendenzialmente socialdemocratica e la nuova, che riscopre l’individualismo libertario che appartiene da sempre alla tradizione politica statunitense. Questo processo – prosegue - si rafforza con la vittoria dei Conservatori nel Regno unito, che Margaret Thatcher trasforma in un partito totalmente appiattito sugli interessi della finanza e dei ceti più abbienti. Questo paradigma politico comincia a mostrare le prime crepe con la crisi finanziaria del 2008, e manifesta i suoi limiti più evidenti con la «policrisi» che ha un impatto sempre più pesante su ciò che rimane del modello socialdemocratico che aveva garantito un lungo periodo di relativa prosperità nel secondo dopoguerra. Nella nuova situazione, il centrismo liberale diventa il custode dell’ortodossia finanziaria e degli interessi dei ceti più abbienti, che influenzano in maniera sempre più pesante la politica attraverso mezzi di informazione compiacenti. Dopo l’invasione dell’Ucraina, e con l’ascesa della Cina come colosso economico (e, in prospettiva, militare) che contende agli Stati uniti il ruolo di potenza egemone sul piano internazionale, i liberali interpretano sempre più il proprio ruolo come quello di «gate-keepers» che devono sbarrare la strada a una sinistra che (prima con Corbyn, e poi con nuovi leader che si richiamano a uno spirito socialdemocratico rinnovato in Francia, in Spagna, e da ultimo anche in Italia) minacciano la stabilità del modello neoliberale. Nella situazione attuale – conclude - i liberali non sono più il partito dell’equità, come ai tempi di Keynes o di Galbraith, ma sono i garanti del potere economico”.
 
Carlo Valentini, Italia Oggi
Meloni deve farsi ministri migliori. E’ il ‘consiglio’ di Carlo Valentini su Italia Oggi: “La valanga di preferenze che ha ottenuto Giorgia Meloni – scrive Valentini - è il riconoscimento alla sua capacità di capo del governo ma anche alla sua abilità comunicativa. Una parte dei voti che sono confluiti su FdI sono personali, un po’ come con Silvio Berlusconi e Forza Italia. È stata premiata la leader più che una classe dirigente. Certo, non si può pretendere l’impossibile da un partito che in pochi anni è passato da sottozero alla guida del Paese. Ma è un nodo che lei deve cercare di sciogliere, cominciando a mandare sul banco di scuola quei ministri che risultano inadeguati. Dopo due anni di governo è lecito tratteggiare un primo bilancio ed è mancata a volte la necessaria coesione. Non a caso nella coalizione è lei l’unica vincitrice: come frontwoman di successo ha calamitato voti che ha riversato nel suo partito. Mentre, al di là dei brindisi di rito, Forza Italia non ha guadagnato rispetto alle politiche, ha semplicemente aggiunto la percentuale degli inglobati Noi moderati. Antonio Tajani deve ringraziare Matteo Salvini che, spostandosi a destra, gli ha regalato uno spazio centrista che ha consentito la sopravvivenza post-Berlusconi. Salvini  - osserva Valentini - si ritrova dietro a Fi, è riuscito ad evitare il tracollo grazie alla candidatura di Roberto Vannacci il cui ruolo nel Carroccio è ora tutto da verificare. Meloni si ritrova sola al comando, la presidenza del G7 confermerà le sue doti politiche internazionali ma è sul complesso del governo che sarà giudicata e quindi farà bene, come ha proposto uno dei suoi padri politici, il ministro Guido Crosetto, a fare un tagliando. Il Sud ha mostrato nelle urne la sua contrarietà all’autonomia differenziata e sul premierato c’è l’insurrezione dei costituzionalisti e non solo. Mentre languono quelle riforme che erano alla base del Pnrr: da una politica industriale per promuovere il salto tecnologico e digitale alla sanità da riformare e rinforzare, dalla giustizia (che procede a rilento) ai cantieri per le infrastrutture che faticano ad aprirsi. Il plebiscito che lei ha ricercato e ottenuto – conclude - non va solo festeggiato ma anche indirizzato verso un’azione di governo che necessita di meno sussulti e di una gestione accorta dei tanti nodi che ci sono da sciogliere”.
 
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