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Un'Europa costretta a scegliere

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 13/06/2024

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“La tempesta perfetta”. Lo scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera parlando di ‘un’Europa costretta a scegliere’: “Uno scenario tutt’altro che implausibile: l’antieuropeista, filoputiniana, Marine Le Pen presidente del Consiglio in Francia, Donald Trump presidente degli Stati Uniti. E l’Europa in mezzo, stritolata. Non esiste un piano B. Solo panico. In una fase di fortissima accelerazione della storia, l’Unione europea, abituata a funzionare a basso regime (sempre e soltanto un passo alla volta dopo lunghe e estenuanti trattative fra i governi europei) rischia oggi come non ha mai rischiato in precedenza. Il realismo può apparire brutale ma la retorica, oltre ad annoiare, impedisce di vedere i problemi e, di conseguenza, di cercare i mezzi per risolverli. L’Europa – sottolinea l’editorialista - soffre di un vizio d’origine. Il processo di integrazione europea, avviato durante la Guerra fredda, all’epoca della divisione fra i blocchi (atlantico e sovietico), si sviluppa all’insegna di una divisione del lavoro: agli americani spetta la protezione militare dell’Europa, gli europei sono liberi di investire le loro risorse in sviluppo e welfare. Nel momento in cui la protezione americana cessa di essere garantita, gli europei non sanno più a che santo votarsi. Non hanno i mezzi per proteggersi dalle minacce e dalle aggressioni, dei risorgenti imperi. Il test decisivo, ovviamente, è l’Ucraina: se Putin vince lì, l’Europa sarà sotto scacco. Senza vie di fuga. Fortunatamente, o sfortunatamente, la storia resta imprevedibile. Forse, di fronte a pericoli mai sperimentati in ottant’anni di pace, l’Unione europea riuscirà nei prossimi mesi (ma è una questione di mesi, non di anni) a uscire dalla routine, riuscirà a comprendere che sono gli stessi interessi nazionali degli Stati europei che per essere tutelati, richiedono cambiamenti radicali: un nuovo sistema di governo dell’Unione che le consenta di fronteggiare un mondo così radicalmente (e brutalmente) cambiato. L’idea che l’integrazione politico-militare sarebbe seguita, automaticamente, per effetto dell’integrazione economica, con cui tanti europei si sono trastullati per decenni, era un inganno, una illusione. Però, a volte – conclude - il pericolo aguzza l’ingegno, l’istinto di sopravvivenza si impone. Si deve sperare che ciò accada ora”.
 
Andrea Bonanni, la Repubblica
Andrea Bonanni su Repubblica parla della sfida del G7 a Putin (e alla Cina): “Cinquanta miliardi di dollari all’Ucraina entro l’anno. E per di più a spese del Cremlino. I sette leader dell’Occidente democratico, arrivati zoppicanti all’appuntamento italiano – scrive l’editorialista - si scambiano frecciatine elettorali e post elettorali sull’aborto. Ma in realtà cercano di ristabilire la gerarchia delle priorità in un mondo che, a casa e fuori, sembra voltare loro le spalle. Rimettere la guerra scatenata da Putin al centro della questione occidentale aiuta a raddrizzare le prospettive, a mandare i messaggi giusti agli interlocutori interni ed esterni e, forse, a zoppicare un po’ meno. Nei confronti del resto del mondo, in particolare di Mosca e Pechino, la mossa decisa ieri dal G7 ha almeno tre valenze. La prima è che, dopo oltre due anni di guerra, il sostegno dell’Occidente a Kiev non è affatto diminuito, come sperava Putin. Il secondo segnale è diretto alla Cina per farle capire che il suo sostegno, ormai piuttosto esplicito, all’invasione russa non verrà più nascosto sotto il tappeto degli interessi economici. Il terzo segnale – prosegue Bonanni - è volto a raggelare le speranze putiniane in una vittoria di Trump alle presidenziali americane d’autunno. Dopo che i repubblicani hanno bloccato per mesi la fornitura di armi a Kiev, Biden ha giocato d’anticipo creando un meccanismo di finanziamento all’Ucraina che Trump non potrà smontare se anche vincesse le elezioni. Ma questo è un discorso che non riguarda solo la sfida presidenziale in America. Anche i malconci leader della Ue, per diverse ragioni, hanno interesse a sottolineare come l’attacco della Russia (e della Cina) contro le democrazie sia, e debba restare, il principale discrimine valoriale nelle molte crisi politiche aperte dalle elezioni europee. Un ristabilimento delle priorità politiche in questo senso andrebbe anche a vantaggio della premier italiana. Giorgia Meloni è leader dei Conservatori europei, che riuniscono le destre estreme ma comunque ostili a Mosca. La presidente del Consiglio ha certamente vinto le elezioni in Patria. Ma in Europa – conclude - si trova in una posizione difficile, divisa tra la tentazione di formare una grande destra anti-europea che vada da Le Pen a Orbán, oppure di confluire in qualche modo nella maggioranza democratica che sosterrà Ursula von der Leyen”.
 
Stefano Stefanini, La Stampa
“Giorgia Meloni sta presiedendo un G7 storico. Storico per il motivo sbagliato: agenda forte e leader deboli”. Così Stefano Stefanini sulla Stampa: “In circa mezzo secolo di vertici – scrive l’editorialista - il tavolo non ha mai visto così tanta sproporzione fra posta in gioco e carte in mano ai giocatori. Partiamo dai  secondi. Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno appena preso un sonoro schiaffo alle elezioni europee. Rishi Sunak, al quale pure va il merito di limitazione dei danni fatti dai suoi due predecessori tory, sarà molto probabilmente fuori da Downing Street fra meno di un mese. La campagna elettorale di Joe Biden è in salita. Allargando lo sguardo al resto del tavolo: Fumio Kishida, è sceso a un minimo storico di popolarità in Giappone (21%); Justin Trudeau non è a rischio, ma il suo è un governo di minoranza. Almeno non hanno elezioni in vista. Quanto ai due Presidenti Ue: Charles Michel uscirà di scena a dicembre; Ursula von der Leyen è ben in corsa per il secondo mandato, ma deve pensare alla sua campagna elettorale fra capitali Ue e parlamentari europee, quindi muoversi con circospezione. Resta Giorgia Meloni, in questo momento, l’unica leader senza preoccupazioni interne, tranne forse – sottolinea Stefanini - quelle che vengono da qualche alleato, e sullo slancio del successo alle europee. Posta in gioco: pace e guerra (Ucraina, Gaza e Hamas); tenuta della globalizzazione (rapporti con la Cina), più la fitta lista di varie ed eventuali. Questo G7 ha un’agenda da far tremare i polsi. In cinquant’anni ci sono stati vertici in circostanze storiche eccezionali – pensiamo alla fine dell’Urss – ma sempre affrontate con una capacità dei Sette di proiettare determinazione e continuità. In Puglia la determinazione forse non manca. L’interrogativo è la continuità. Il problema della continuità è chiaramente e indissolubilmente legato alle elezioni americane. Il G7 è un misto di collegialità e di leadership. Nessuno dei Sette è in grado di esercitarla se non gli Stati Uniti. E nessuno ci ha mai provato, a parte qualche occasionale velleità francese o britannica. La presidenza di Joe Biden è stata all’altezza, e lo sta dimostrando anche in Puglia. Sul Medio Oriente, il G7 ha passato la mano affidandosi al tentativo americano di fare accettare il piano tregua a Hamas e a Gerusalemme. Ma quanto oggi Washington propone – conclude - sarà ancora valido il 21 gennaio del 2025?”
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