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Non si può far finta di niente

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 13/06/2024

Non si può far finta di niente Non si può far finta di niente Antonio Polito, Corriere della Sera
Nel dibattito televisivo post-europee circola la tesi, esposta da analisti e politici in genere orientati a sinistra, che in realtà non sia successo niente di così importante. Che il voto è stata una scelta «di stabilità»; che in fin dei conti nel Parlamento europeo non cambia quasi nulla; che c’è sempre, anche se sempre più risicata, la stessa maggioranza europeista a Strasburgo, composta da popolari, socialisti e liberali, e chi volesse entrarvi dovrà perciò prima bussare alla porta e accettare le regole della casa. È una tesi errata per due motivi. Il primo: sopravvaluta il ruolo del Parlamento nelle istituzioni dell’Unione, e sottovaluta quello del Consiglio europeo, dove sono i primi ministri a prendere le decisioni che contano e lo fanno sempre tenendo bene in mente i loro elettorati. Il secondo motivo è che questo affannarsi a sostenere che è tutto business as usual, pur se inteso come un argomento a favore dell’europeismo è in realtà il suo contrario. L’arena politica è diventata infatti ormai compiutamente paneuropea, ciò che succede nei singoli Paesi ha effetti su tutti gli altri. È perciò alquanto «nazionalistico» pensare che la rivoluzione politica in corso in Francia, dove potrebbero unirsi alle prossime elezioni gli eredi di De Gaulle e quelli di Vichy, o il terremoto annunciato in Germania, dove un movimento neo-nazista ha preso più voti del partito socialdemocratico più antico d’Europa, possano non influire sui destini dell’Unione. Sono vent’anni ormai che commettiamo l’errore di sottovalutare le manifestazioni elettorali della «rabbia». Dovremmo ormai invece aver compreso la lezione: l’elettorato si sta ribellando a un eccesso di regolazione, dirigismo e verticismo. E perciò imputa a Bruxelles il declino dell’Europa. È dunque giunto il momento per le élite europee di accettare questa realtà e di cominciare a distinguere tra politics e policies. Bisogna da un lato difendere la «politica dell’integrazione», che punta a quella «Unione sempre più stretta» di cui parlano i Trattati europei; ma devono essere riviste le «politiche dell’Unione» che, nel tentativo di guidare le transizioni verde ed energetica, o in nome di una sorta di religione dei diritti, hanno contribuito in questi anni a provocare malcontento e rigetto nelle popolazioni.
 
Paolo Garimberti, la Repubblica
ll G7, che si apre oggi nella sfarzosa cornice del resort di Borgo Egnazia, afferma su Repubblica Paolo Garimberti, è una riunione di anatre zoppe. Quattro su sette dei leader istituzionali (ai quali si aggiungeranno altri 16 capi di Stato o di governo, o di organizzazioni internazionali, tra i quali Papa Francesco) sono a rischio di schiaffo elettorale o lo hanno già preso. Il francese Macron ha ricevuto un cazzotto al mento dal voto europeo, che lo ha costretto alla rischiosissima scommessa di indire elezioni anticipate. Il partito del tedesco Scholz è stato addirittura superato dalla ultradestra Afd, che ha dilagato nell’ex Ddr, la Germania comunista prima del crollo del Muro. Il britannico Sunak sarà quasi certamente travolto dal voto del 4 luglio. E, ultimo, ma certo non per importanza, l’americano Biden, già dato in affannosa rincorsa di Trump nei sondaggi, è stato ulteriormente indebolito dalla fresca condanna del figlio Hunter. Se i quattro stanno male, anche altri due, il canadese e il giapponese, non si sentono tanto bene. E questo spiega in parte, sotto l’aspetto congiunturale, perché il G7 ha perduto quell’attrazione carismatica e quel potere decisionale che aveva quando veniva fieramente definito “summit delle democrazie a economia di mercato” e decideva le sorti del mondo libero, contrapposto a quello delle dittature comuniste e dell’economia di Stato. Sotto l’aspetto più duraturo del quadro economico e geopolitico, il G20 è ora più importante perché raccoglie e mette a confronto le potenze storiche e quelle emergenti, a partire da Cina e India. Perciò in questo consesso un po’ malinconico risalta ancora di più il sorriso dell’unica “anatra” saltellante, Giorgia Meloni, uscita vincitrice dalle elezioni europee. Talmente euforica (forse anche per la presenza di Francesco, un unicum senza precedenti) da spingersi a far cancellare dalla bozza del comunicato, presentata agli sherpa degli altri Paesi partecipanti, ogni riferimento al diritto all’aborto.
 
Massimo Adinolfi, La Stampa
Un nuovo bipolarismo. Fratelli d’Italia al 28, 8, partito democratico al 24, 1: più della metà dell’elettorato – commenta sulla Stampa Massimo Adinolfi – sceglie i primi due partiti, il cui ruolo egemonico nei rispettivi campi difficilmente verrà messo in discussione di qui alle prossime elezioni politiche. Il voto europeo mette chiarezza e semplifica: la leadership di Giorgia Meloni nel centrodestra è fuori discussione, e quella di Elly Schlein nel centrosinistra esce sicuramente rafforzata dopo il 9 giugno. Il dato appare incontrovertibile, e infatti torna in tutte le analisi e in tutti i commenti post-elettorali. Si possono e anzi si debbono fare ulteriori considerazioni, naturalmente. Ad esempio, quel cinquanta per cento di elettorato che vota Fdi o Pd comprende un numero di votanti mai così basso, vista l’affluenza: in pratica, è solo il cinquanta per cento di un cinquanta per cento. Oppure: il centrodestra presenta un profilo coalizionale decisamente più consolidato rispetto al centrosinistra, dove tutto, o molto, è ancora da costruire. O ancora: Giorgia Meloni ha preso quasi due milioni e mezzo di voti; Schlein circa duecentomila, e non è stata nemmeno la più votata nel Pd, il cui tratto leaderistico è, in effetti, molto meno accentuato che nel centrodestra. Fatte tutte queste precisazioni, resta il dato: dalle urne è emerso un sistema bipolare. Ma è un dato altrettanto indiscutibile che un simile esito si è prodotto grazie a una legge elettorale proporzionale, con una soglia di sbarramento al quattro per cento. Grazie allo sbarramento sono rimasti fuori dal Parlamento europeo Azione e il cartello “Stati Uniti d’Europa”, ma anche la lista di Michele Santoro, “Pace terra e dignità”, e altre formazioni più improbabili (Bandecchi, Cateno De Luca). Dopodiché, guardando i flussi, si vede bene che sono stati i comportamenti elettorali, ancor più dei meccanismi della legge, ad aver rafforzato il bipolarismo. Più precisamente, si è trattato di un travaso di voti dai Cinque Stelle al Pd, da un lato, e di uno spostamento di consensi dalla Lega a FdI. Il voto del nove giugno conferma tuttavia che non vale alcun automatismo: una legge proporzionale – meglio se assistita da correttivi del tipo soglia di sbarramento – non significa affatto frammentazione,
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