Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Un periodo difficile per Kiev

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 12/06/2024

In edicola In edicola Paolo Mieli, Corriere della Sera
“Cattive notizie arrivano per Kiev dai risultati delle elezioni europee”. Così Paolo Mieli sul Corriere della Sera osservando che “la maggioranza schierata a favore dell’Ucraina sostanzialmente ha retto, ma l’avanzata delle destre più estreme ha provocato da noi qualche non lieve scossa sismica e in Russia uno stato di euforia. Colpisce che lodi e incoraggiamenti (talvolta anche finanziamenti) a partiti inneggianti alle SS vengano da un Paese che, da due anni e quattro mesi, compie quotidianamente stragi al fine di «denazificare» l’Ucraina. Né tra i sostenitori della causa russa (nel nome della pace, beninteso) c’è qualcuno — magari qualche sincero antifascista — che si scandalizzi di questa esplicita solidarietà a forze che esplicitamente si richiamano all’esperienza hitleriana. Qualcuno - per dire—di quelli che due anni fa giustamente inorridirono al cospetto dei simboli nazisti tatuati sulle braccia dei combattenti del battaglione Azov o della riabilitazione di Stepan Bandera nell’intestazione di una piazza o una strada. Ciò che stupisce – sottolinea l’editorialista - è la scarsa sensibilità dei pacifisti nostrani a fronte dell’avanzata di partiti di destra, anche ultras, e la malcelata soddisfazione nel vedere umiliati i leader europei che pochi giorni fa hanno celebrato gli ottant’anni dallo sbarco in Normandia. Il tutto è accompagnato oltretutto da un auspicio — anch’esso esplicito — a che l’altro personaggio presente in Normandia, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, perda le elezioni di novembre a vantaggio dell’avversario Donald Trump. Trump che, lui sì, saprebbe trovar la «pace» in quattro e quattr’otto. Non osiamo neanche immaginare in quali condizioni per Zelensky e per coloro che hanno combattuto fino ad oggi per l’indipendenza e l’integrità territoriale del loro Paese. Da questo quadretto, traiamo la lezione che l’Europa (quel che, dopo le elezioni, resta in piedi dell’Europa) ha quattro mesi di tempo — da qui a novembre—per mettersi in regola con sé stessa. Così da trovarsi quando si terranno le consultazioni presidenziali negli Stati Uniti (e c’è ancora qualche ragione di essere ottimisti) pronta a fare la propria parte. Fino in fondo. E – conclude - potrebbe anche venirne fuori qualcosa di buono, oltre che per l’Ucraina, per l’Europa stessa. Vale a dire per il nostro futuro”.
 
Claudio Tito, la Repubblica
Claudio Tito su Repubblica analizza la situazione politica in Francia post europee e parla di ‘rischio paralisi per l’Europa’. “Lo stallo francese. Ecco – scrive l’editorialista - il vero rischio insito nella possibile vittoria del Rassemblement National di Marine Le Pen alle elezioni politiche che si terranno a fine mese. L’affermazione della destra reazionaria e antieuropea in Francia non potrebbe infatti non avere conseguenze sul resto del Vecchio Continente. L’allarme a Bruxelles e nelle istituzioni comunitarie — sebbene in attesa dei nuovi vertici — è già scattato. Un governo guidato dal pupillo ‘lepeniano’, Jordan Bardella, sarebbe un monsone capace di scaricare un temporale di incertezze sul prossimo futuro dell’Unione europea. Non tanto sugli assetti di vertice che saranno comunque determinati dagli equilibri stabiliti dal voto di domenica scorsa, quanto sul percorso che l’Ue potrebbe e dovrebbe imboccare. Un esecutivo dichiaratamente antieuropeo e la difficile coabitazione con Emmanuel Macron per i prossimi tre anni provocherebbero una paralisi nel processo di integrazione europea. Se qualcuno – prosegue Tito - immagina un ritorno al passato, si sbaglia. I passi avanti compiuti in questi anni, e soprattutto quelli successivi alla pandemia, sono in larga parte irreversibili. Il Covid e la guerra in Ucraina hanno dimostrato che le grandi crisi si possono affrontare solo con strutture sovranazionali. Ma inevitabilmente si assisterebbe ad una paralisi. E ancora di più si formerebbe il miraggio di un impossibile ritorno al passato. Ma che farebbe perdere tempo e indebolirebbe l’Ue nel confronto con la Russia. Uno stallo che l’Europa non si può permettere in questa fase. In cui l’ombra sovietica è stata perfettamente ereditata dalla Russia di Putin che annovera tra i suoi amici proprio la leader francese Le Pen. Anche la classe dirigente d’Oltralpe dovrebbe iniziare a porsi il problema anziché litigare come ‘i polli di Renzo’. Ma attendere tre anni, quando si terranno le presidenziali del 202 ndr) per il riscatto è un pegno troppo alto per tutti. Per i francesi e per gli europei”.
 
Flavia Perina, La Stampa
“Torna il bipolarismo, dicono tutti, e hanno ragione. Ma forse ‘torna’ non è il verbo giusto perché il bipolarismo dell’8 giugno 2024 è diverso da quello visto in qualche finestra del passato”. Lo scrive Flavia Perina sulla Stampa: “Innanzitutto: lo hanno deciso gli elettori, non le classi dirigenti dei due campi, che al contrario hanno interpretato la competizione proporzionale come occasione per regolare i conti tra di loro. Il duello Giorgia Meloni-Elly Schlein che ha polarizzato la campagna è stata la scelta di due leader in cerca di conferme. E tutti gli altri guardavano alla prova per il motivo opposto, per indebolirle e per ottenere cose: un rimpasto sostanzioso, la riconquista di una candidatura a premier, un nuovo potere di interdizione, una superiore utilità marginale da spendere nel gioco delle maggioranze. Insomma, ‘partitoni’ più deboli e mani più libere per gli altri. Ma adesso – sottolinea l’editorialista - le urne hanno parlato e definito uno scenario inaspettato. Nel governarlo, Meloni sarà senza dubbio avvantaggiata: a destra la formula bipolare è incardinata da oltre un ventennio, anche se poi ogni leader l’ha gestita come gli pareva, facendo accordi con gli avversari o sponsorizzando scissioni nelle coalizioni nemiche. A sinistra l’aria è diversa perché il bipolarismo non è mai piaciuto più di tanto. Tutti lo hanno sempre vissuto come una camicia di forza, l’imposizione di un’egemonia sgradevole a prescindere da chi la esercitava. Ostilità ideologica al modello del leader unico, correntismo, diffidenza per la politica personalizzata hanno sempre fatto del capo di turno un bersaglio da abbattere. La stessa Schlein era attesa al varco di queste elezioni e molti si erano precostituiti la polemica da lanciare un minuto dopo gli exit poll: ‘regresso verso un antagonismo identitario incoerente’, ‘tradimento della natura plurale del Pd’, azione che ‘svilisce la democrazia’. Il fatto è che questo bipolarismo è una sorpresa, non nasce dai predellini berlusconiani o dai Comitati Prodi, non è una scelta dall’alto. Arriva dal basso, dalla decisione (per il momento “una tantum”) degli elettorati. Trasformarlo in un dato strutturale è il lavoro che attende entrambe le signore della politica. Con un’avvertenza: quando a sostenere una formula sono meno della metà degli italiani, e meno del 40 per cento al Sud, è ovvio che la maggioranza del Paese si sente estranea a ogni proposta. È – conclude - un problema non da poco”.
Altre sull'argomento
Il giorno della verità per Ursula
Il giorno della verità per Ursula
Giovedì la votazione su Ursula Von der Leyen e i dubbi di Giorgia Meloni
Agenda della settimana
Agenda della settimana
Il presidente Mattarella in Brasile in visita di Stato (dal 14 al 20 luglio)
Contundente
Contundente
Miracolo
Le lacrime di Giorgetti e la cambiale di Giorgia
Le lacrime di Giorgetti e la cambiale di Giorgia
Sulla complicata manovra 2025 arriva l'aumento delle spese militari ...
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.