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Eshkol Nevo “L'accordo è l'unica via d'uscita ma dubito che Hamas accetti”

Fabiana Magrì, La Stampa. 5 giugno 2024

Redazione InPiù 08/06/2024

Eshkol Nevo “L'accordo è l'unica via d'uscita ma dubito che Hamas accetti” Eshkol Nevo “L'accordo è l'unica via d'uscita ma dubito che Hamas accetti” Da quando è arrivato – nuovamente – in Italia (prima a Roma, ieri a Napoli, stasera sarà al Palazzo Ducale di Genova) per un ciclo di presentazioni della sua raccolta di racconti Legàmi (edizioni Feltrinelli, collana Gramma) Eshkol Nevo (intervistato da Fabiana Magrì sulla Stampa del 5 giugno), come tutti gli israeliani, vive sospeso nell’attesa dell’accordo per una tregua fra il suo governo e Hamas. Un patto che, se suggellato, dovrebbe consentire la liberazione degli ostaggi, suoi connazionali, tenuti prigionieri a Gaza da 243 giorni. Il Qatar, co-mediatore nei colloqui, ha trasmesso alla fazione palestinese una proposta rivista da Gerusalemme, in linea con le posizioni espresse dal presidente Joe Biden. Il portavoce del ministero degli esteri di Doha, Majed Al-Ansa- ri, lamenta tuttavia che nessuna delle parti abbia deliberato «approvazioni concrete», sebbene le distanze si siano accorciate. Per il portavoce del Consiglio Usa per la sicurezza nazionale, John Kirby, «l’accordo proposto da Israele è buono per la popolazione a Gaza, è buono per gli israeliani. È molto serio. Il migliore per mettere fine a questo conflitto». Qual è la sua valutazione su questa intesa, che in Israele sta spaccando la coalizione di governo e l’opinione pubblica? C’è da augurarsi che vada in porto, come implorano i parenti degli ostaggi e i loro sostenitori? O il costo per lo Stato ebraico è troppo elevato e occorre perseguire fino in fondo l’obiettivo militare di distruggere Hamas, come insistono a dire le famiglie dei soldati caduti in questa guerra che va avanti da otto mesi? «Credo che sia auspicabile. E soprattutto penso che sia l’unica via d’uscita da questa situazione. Non credo affatto che sia la soluzione perfetta per Israele. Ma se riesce a far tornare a casa gli ostaggi ancora in vita e a far sì che il 7 ottobre non si ripeta mai più, allora ovviamente la ritengo desiderabile. Però io ho seri dubbi che Hamas la accetti. E quindi, mentre sono qui che dubito e aspetto, tengo le dita incrociate e prego la mia preghiera laica che una soluzione si trovi per risolvere un conflitto che dura ormai da oltre cent’anni». Spesso si racconta la società israeliana rappresentandola come spicchi di una mela: i militari, gli ortodossi, i coloni, i pacifisti, gli startupper. Più difficile è dare il senso della mela. Cioè far capire cosa tiene insieme la società israeliana come tale. Lei ci riesce, anche nello spazio breve di ogni singolo racconto. Come fa? «Sono sinceramente convinto che ciò di cui scrivo io sono sentimenti ed emozioni che non sono caratteristici dell’israelianità ma del fatto che siamo tutti esseri umani. Quello di cui scrivo è legato al nostro modo di desiderare e di desiderarci, di sentire la mancanza gli uni degli altri. Il fatto che a volte la distanza ci fa sentire più vicini. E del modo in cui la situazione politica esercita i suoi effetti sulla nostra vita privata. Ciò di cui scrivo io, dunque, sono sensazioni che sono universali, distintive non soltanto di noi israeliani. Sono uno scrittore israeliano, certo. Ma prima di tutto sono un essere umano. E queste che io cerco di affrontare sono questioni che esistono da ben prima di me. Quindi, forse, io non scrivo soltanto di una mela ma di un intero cesto di mele». Crede che “la mela” continuerà a esistere nella sua interezza anche dopo la crisi profonda che Israele sta attraversando e nonostante le nuove contraddizioni che si sovrappongono a quelle preesistenti – dalla spaccatura sociale tra laicismo e religione che viene sempre più a galla sulla questione della leva obbligatoria, ma anche la perdita di fiducia della base verso la classe dirigente, con un aumento degli israeliani con doppia nazionalità che lasciano Israele, almeno per un po’, in cerca d’aria? «Per me la questione chiave nel tempo che ci troviamo a vivere oggi, come israeliani, è: come si fa a combattere Hamas senza diventare Hamas. Questa è la sfida più importante con cui è alle prese la nostra società attualmente. La guerra è qualcosa che rischia di farti dimenticare le convinzioni più profonde e le più elementari. E i tuoi principi più basilari. Ecco perché, come narratore di storie, cerco di mantenere viva la capacità di noi israeliani di provare empatia nei confronti di chi è diverso da noi. Persino di chi chiamiamo nemico. La nostra empatia, la nostra comprensione nei confronti dei civili di Gaza, delle persone che pensano e si vestono diversamente da noi. Questa è sempre stata la sfida della nostra società a mosaico. Ora più che mai. Ma non è mai troppo tardi per essere o restare esseri umani». Nella raccolta Legàmi, uno dei collanti di tutte le storie è lo scorrere del tempo. Da un punto di vista filosofico, si rifà a una concezione di tempo in senso morale? Vede un percorso di miglioramento o di peggioramento nel passare del tempo? «Attorno ai 40 anni ho avuto una crisi personale. Di quelle che ti colgono a metà della vita. A un certo punto mi sono messo a pensare di essere prossimo alla fine, che mi restavano ancora pochi anni prima di essere vecchio. Oggi di anni ne ho 53 e mi sento totalmente vivo. Sento di avere tutta la vita davanti. La questione del tempo, a volte ci getta in confusione perché non può essere chiara, netta. Per questo mi è piaciuto scrivere una raccolta di racconti. Perché il risultato non è tutto bianco né tutto nero. È un caleidoscopio, una moltitudine di possibilità».
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