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Lawrence d'Arabia aveva giÓ previsto la strategia di Hamas

Redazione InPi¨ 05/06/2024

Altro parere Altro parere Luigi Curini, Italia Oggi
Come raccomanda su Italia Oggi Luigi Curini, rileggere Thomas Edward Lawrence, conosciuto ai più come Lawrence d'Arabia, è quanto mai utile di questi tempi. Il tenente colonnello Lawrence traccia infatti una chiara distinzione tra una guerra regolare, fondata sull'idea di confine, da attaccare o difendere, e la guerriglia, che agisce invece su un attraversamento costante delle linee militari (materiali o immateriali) per portare avanti atti continui di sabotaggio, con l’obiettivo di disorientare l'avversario. In questo quadro, la vittoria si deve anche alla capacità di implementare delle mosse erestetiche, atte a cambiare a proprio vantaggio la prospettiva del conflitto, che vanifica la forza dell'avversario sul terreno, aggirandola e rendendola inutile. Si può infatti vincere spostando la propria azione altrove, un altrove che può essere ben più propizio e non necessariamente geografico, senza la necessità di sparare un solo colpo. Rendendo l’azione militare del tuo avversario sempre più onerosa, fino al suo collasso, morale, prima ancora che militare. Coerentemente con questa prospettiva, Lawrence sosteneva che la carta stampata è l'arma più potente nell'arsenale di un comandante. Perché il guerrigliero deve tenere in considerazione la psicologia dell'avversario, ma ancor di più quella di chi gli sta dietro. Per Lawrence, una volta che hai convinto la maggior parte degli abitanti di una certa area (nel suo caso, i territori arabi sotto il gioco dei turchi-ottomani) che le tue ragioni sono giuste, hai già vinto. Perché, da quel momento, il tuo nemico avrà tutta la popolazione avversa e ogni sua mossa gli si ritorcerà contro. Insomma, non c'è alcuna vera discontinuità tra conflitto e consenso, essendo l'una la faccia dell'altro. Sostituiamo ora la carta stampata, con internet e i social media. E pensiamo allo straordinario successo su Instagram del post “All eyes on Rafah” tutti gli occhi su Rafah. E tutto quello sottolineato da Lawrence d'Arabia trova un suo compimento all'ennesima potenza. Perché ora la propaganda dei guerriglieri non tocca più solo una certa area geografica, ma copre tutto il mondo, in tempo reale.
 
Alessandro Sallusti, Il Giornale
Uno dei teoremi di Silvio Berlusconi, ricorda Alessandro Sallusti sul Giornale, era che le campagne elettorali si decidono nell’ultima settimana, addirittura negli ultimi due giorni prima del voto. Partire lunghi sono solo tempo, energie e soldi buttati. L’elettore fedele e motivato – è il ragionamento – non è certo condizionato dal dibattito elettorale; quello indeciso tra due partiti o addirittura che non sa se astenersi o no è invece disponibile al cambiamento fino all’ultimo, e probabilmente solo all’ultimo minuto ci mette su la testa. In questo meccanismo, che influisce anche sull’affluenza, si annida il margine di errore più o meno ampio dei sondaggi che a tutt’oggi danno un quadro molto simile a quello uscito alle ultime elezioni politiche del 2022. Difficile però che qualcuno dei concorrenti da qui a sabato cali il jolly tipo quel «se vinco tolgo le tasse sulla casa» con cui Berlusconi spiazzò Prodi all’ultimo secondo del faccia a faccia moderato da Vespa: le elezioni europee non offrono possibilità di promettere cose del genere, si gioca sui grandi temi privi di concretezza o di effetti immediati. Fa tenerezza Michele Santoro quando promette di avere la ricetta per portare la pace nel mondo - forte all’ultimo sondaggio pubblicabile dell’uno virgola - che ha messo in apprensione Putin e Zelensky; così come Netanyahu sta aspettando di vedere il risultato della pregiudicata per violenze Ilaria Salis e decidere se fermarsi o no a Gaza; poi c’è Conte che per la seconda volta gioca sul voto di scambio, promette di abolire la povertà (questa volta continentale) e sconfiggere l’inquinamento globale; e infine Marco Tarquinio che si impegna a combattere l’aborto e addirittura chiudere la Nato con la divisa del Pd. Tutte parole al vento, che al confronto le disquisizioni strampalate e ridicole del leghista Borghi sull’abolizione della Bce e forse dell’Europa intera potrebbero apparire più fondate, il che è tutto dire. L’unico senso di andare in Europa non è per distruggerla né di renderla non più buona e bella, una sorta di Bengodi, bensì un luogo politico e culturale più forte e coeso al suo interno e nel mondo, cosa che oggi non è.
 
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