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Gli strappi di troppo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 04/06/2024

 Gli strappi di troppo Gli strappi di troppo Roberto Gressi, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Roberto Gressi commenta l’episodio degli attacchi della Lega a Mattarella in occasione della festa del 2 giugno. Un episodio, scrive, che è molto di più di una scivolata sgradevole. Eccola la frase di Sergio Mattarella: «Con l’elezione del Parlamento europeo consacreremo la sovranità dell’Unione». Altro non è che un riferimento esplicito all’articolo 11 della Costituzione, della quale è il primo garante. Claudio Borghi, leghista con un eloquio che non conosce sfumature, insorge e chiede le dimissioni. Il suo segretario nonché vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini gli dà man forte, magari sperando di raggranellare qualche voto. Salvo in seconda battuta correggersi dicendo che il suo pensiero è stato travisato, e poi garantire al presidente il rispetto suo e del suo partito. La chiudiamo così? Magari ci piacerebbe dimenticare presto questa pagina spiacevole, ma purtroppo non dipende solo da noi. Gli strappi istituzionali non vanno via con un bucato, lasciano cicatrici, e contribuiscono a incollarci addosso un giudizio, che con tanta fatica abbiamo combattuto: «L’Italia è così, è inaffidabile». Per tanta parte è un luogo comune inaccettabile, ma episodi con quello dell’altro ieri aiutano a cementarlo, a farlo diventare duraturo. Il rischio della retorica è dietro l’angolo, ma è un fatto che il nostro Paese è cresciuto tutte le volte che la serietà e la convinzione di avere un destino comune hanno prevalso. Giorgia Meloni ha lavorato in silenzio per convincere il suo vice, Matteo Salvini, a fare marcia indietro. Non sarebbe stato male però, a caldo e subito dopo l’attacco, se Palazzo Chigi e i presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama avessero dato una risposta istituzionale. Scontate le critiche delle opposizioni, l’unico a dire esplicitamente no è stato l’altro vicepresidente, Antonio Tajani. Una reazione comune sarebbe stata preziosa, tanto più adesso, con il dibattito sulla forma di governo, il premierato, che rischia di spaccare in due il Paese.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Anche Stefano Folli si occupa del caso Borghi, e si chiede cosa abbia spinto il parlamentare leghista, nell’ultima settimana di campagna elettorale («solita pessima campagna elettorale») a esporsi in modo goffo su un tema tanto scivoloso, senza nemmeno un bagaglio minimo di cultura istituzionale. Se è tutta farina del suo sacco, alla ricerca di visibilità pre-elettorale, c’è da stendere un velo pietoso, afferma Folli. Se invece, come è più probabile, l’esponente leghista ha dato voce, alla sua maniera, alle conversazioni interne al partito, ai pour parler con il famoso Capitano, allora è peggio. Nel senso che si delinea un abbozzo di linea politica, un velleitario indirizzo che passa prima o poi attraverso la richiesta di dimissioni del presidente della Repubblica. O per meglio dire, accentua la pressione sul Quirinale accusato — certo in modo implicito e strumentale — di privilegiare il rapporto con il centrosinistra. Questo porta a un altro tema, non meno cruciale. La mossa del leghista, corretta in ritardo e assai svogliatamente da Salvini, dimostra la tendenza a radicalizzare lo scontro politico. Quando si tocca la figura del capo dello Stato, vuol dire che si punta ad accentuare il senso di ansia degli elettori, non a rassicurarli. Sul caso Borghi la premier Meloni è rimasta in silenzio troppo a lungo, ma sono queste le situazioni in cui le istituzioni devono prevalere sulle passioni. Ovvio, voleva evitare di lasciare campo libero a Salvini negli ambienti dell’estrema destra e si è astenuta finché ha potuto sulla questione Quirinale. È un errore, ma significativo di una certa atmosfera. Anche il Pd, a tratti, e ancor di più i 5S tendono a rendere più radicali le loro posizioni, sconcertando gli elettori non ideologici. Ma almeno lasciano in pace il presidente della Repubblica.
 
Vittorio Sabadin, Il Messaggero
Sul Messaggero Vittorio Sabadin si occupa del conflitto a Gaza. Hamas – scrive – ha accolto positivamente la proposta di cessate il fuoco a Gaza e ora anche Israele dovrà sedersi al tavolo della trattativa. A questo punto chi rifiutasse di farlo dovrebbe far fronte all’isolamento internazionale e perderebbe molti sostenitori. Ma sedersi al tavolo non vuol dire che un’intesa verrà trovata: si prenderà tempo, perché entrambi i contendenti ne hanno bisogno, ma ci si terrà pronti a sbattere la porta non appena l’avversario offrirà un’occasione per farlo. Giovedì scorso Joe Biden ha chiamato Benjamin Netanyahu dalla Casa Bianca. Erano presenti anche la vicepresidente Kamala Harris, il segretario di Stato Antony Blinken e il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan. E’ stata la telefonata più dura che Biden abbia mai fatto, hanno raccontato alcune fonti. Il presidente ha detto chiaramente che senza un piano di pace gli Stati Uniti non sarebbero stati più in grado di sostenere Israele. In sostanza: le elezioni di novembre si avvicinano e sarà difficile vincerle, se le stragi dei civili di Gaza continuano utilizzando armi americane. Dopo che Biden ha presentato a sorpresa il piano venerdì sera, attribuendolo a Israele, Netanyahu ha fatto di tutto per chiarire che lui non ne era l’autore, ma solo un socio molto riluttante. Una pausa è comunque necessaria, ma quanto durerà? Nella bottiglia presentata da Biden c’è molto vino vecchio, osservano alcuni analisti americani. La prima delle tre parti del piano era già stata discussa al Cairo un mese fa e respinta dalle delegazioni. Ma allora mancava una presa di posizione così determinata da parte di Biden, di molti stati arabi, dei paesi europei che appoggiano l’iniziativa. Discutere, liberare ostaggi, portare a Gaza medicinali e cibo e far tacere le armi sarebbe già un bel passo avanti. Ci sono forti dubbi, però, che possa essere risolutivo senza una forte pressione internazionale: Hamas ha il record di cambiamenti radicali nella sua posizione durante le trattative e il capo di Gaza, Yahya Sin- war, non ha mai nascosto che più morti ci sono e più aumentano le possibilità che la regione in fiamme incenerisca anche Israele
 
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