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L'incubo del terzo fronte

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 23/05/2024

L'incubo del terzo fronte L'incubo del terzo fronte Guido Santevecchi, Corriere della Sera
Guido Santevecchi su Repubblica parla dell’incubo del Terzo Fronte sullo scacchiere geopolitico: “A che cosa punta Xi Jinping con le Manovre militari che accerchiano Taiwan? Un obiettivo politico è dichiarato dalla propaganda: punire il nuovo presidente William Lai Ching-te, che definisce «un traditore da inchiodare alla colonna dell’infamia». Il tono è più duro del passato, brutale, ma l’odio anche personale del Partito comunista verso Lai era noto. In realtà, Xi in queste ore sta agitando la sciabola della guerra di riunificazione per mostrarla agli Stati Uniti e agli alleati in Europa e nel Pacifico. In sostanza – scrive l’editorialista - mette in scena lo spettro del Terzo fronte, dopo Ucraina e Medio Oriente. Una prospettiva che spera possa intimorire, dividere e paralizzare il campo occidentale. Dagli Anni Settanta tutti i presidenti degli Stati Uniti si sono trincerati dietro la cosiddetta «ambiguità strategica»: invocano il mantenimento dello status quo, che è la separazione di fatto tra Pechino e Taipei, senza rivelare se rischierebbero le vite dei soldati americani per difendere l’isola lontana. Xi, dunque, ha motivo per pensare che l’ipotesi di un Terzo fronte giochi a favore della superpotenza cinese. A differenza di Vladimir Putin, finora non è stato un giocatore d’azzardo. Sa aspettare. Ha detto ai compagni del Politburo che la questione della riunificazione non può più essere lasciata alle generazioni politiche future: ma siccome il suo mandato è senza limiti di durata, ha ancora tempo per consegnarsi alla storia. La scelta di tempo di questi giochi di guerra  - dice Santevecchi - è significativa. L’ordine è arrivato tre giorni dopo il discorso di insediamento di Lai. Ed è presentato come una «punizione» per le sue parole. Che cosa ha detto di così grave Lai Ching-te? Il 20 maggio davanti alla folla di Taipei, in 30 minuti ha citato per 31 volte la parola democrazia, ricordando ai suoi 23milioni di cittadini la grande differenza con i cinesi che non possono scegliere il loro governo. La propaganda cinese ha colto l’occasione, cavalcando la sfumatura di linguaggio per gridare all’«inganno indipendentista» e lanciare queste grandi manovre militari. Xi ha osservato il dibattito in Occidente, che sia con l’Ucraina sia con Israele a volte non distingue più la legittima ragione di sopravvivenza dell’aggredito nei confronti dell’aggressore e – conclude - considera la vittima corresponsabile se non colpevole”.
 
Carmelo Lopapa, la Repubblica
“Giovanni Toti è un amministratore con i giorni contati, al più con una manciata di settimane”. Così Carmelo Lopapa su Repubblica sottolineando che “se sarà davvero così ostinato, riuscirà a occupare la poltrona fino alle Europee dell’8 e 9 giugno. Perché da storie come questa, per dirla col ministro Guido Crosetto di qualche giorno fa, non ne esci mai bene sul piano politico. Il destino è segnato e somiglia inesorabilmente a un piano inclinato che porta dritto verso l’uscita di scena: proprio quella alla quale l’ormai ex giornalista non vuole rassegnarsi. Ma la politica è un’altra cosa: ha a che fare con l’opportunità, col rispetto delle istituzioni, molto più semplicemente col buon senso. E una cosa è certa, in questa vicenda: al di là delle dichiarazioni di circostanza, Giovanni Toti è un ‘potente’ del centrodestra di governo improvvisamente ritrovatosi solo, come spesso accade a chi ha la sventura di infrangersi in una vicenda giudiziaria di tale portata. Oltre la difesa d’ufficio dell’amico Matteo Salvini – scrive Lopapa - c’è il vuoto. È venuta meno la sua ‘maggioranza’, per usare un’espressione parlamentare. Non una buona notizia per la premier Giorgia Meloni. Avrebbe preferito liberarsi della “zavorra” giudiziaria ligure prima della consultazione di “midterm” di giugno. Elezioni che sembravano destinate a trasformarsi in una marcia trionfale per la leader della destra e adesso rivelatesi un po’ più complicate del previsto. E restano ancora due settimane di imprevedibile campagna elettorale da affrontare. Il macigno giudiziario genovese non è destinato certo a far andare a fondo la coalizione e il governo. Ma sta comunque spiazzando parecchi elettori, anche di centrodestra. Per la destra meloniana un campanello d’allarme da non sottovalutare. Per la politica tutta, quel senso di sconforto e rassegnazione che monta, costituisce forse la grande emergenza democratica da affrontare prima che sia troppo tardi. Perché è nello sconforto e nel disinteresse collettivo che il potere più spregiudicato occupa spazi e pretende legittimazione. Una legittimazione – conclude - che diventa a-politica, perché priva di rappresentanza vera. E il potere che ne deriva non conoscerebbe regole, né argini costituzionali”.
 
Elena Loewenthal, La Stampa
Elena Loewenthal sulla Stampa commenta quanto accaduto nell’Università di Torino definendolo “un incidente grave nel tempio della laicità”: “Che la situazione sia sfuggita di mano – scrive l’editorialista - è soltanto un pallido eufemismo, perché quanto è successo venerdì scorso entro i confini dell'Università di Torino è ben di più, ben di peggio. E che il rettore Geuna si schermisca con l'argomento che la sede degli studi superiori piemontese è occupata, dunque al di fuori della sua giurisdizione, non aiuta certo a scendere a patti con questo grave incidente. Venerdì scorso gli studenti/occupanti hanno invitato all'Università Brahim Baya a celebrare la preghiera e il suo sermone inneggiante alla guerra santa. Com'è possibile che in una istituzione laica per definizione degli studenti che protestano in nome di una loro visione del progresso – civile, politico e sociale – decidano che una certa confessione abbia spazio e quasi tutto il resto no? Università non dovrebbe significare ‘universalità’? Dialogo? O forse – sottolinea Loewenthal - fa molto, troppo più comodo a questi studenti (che detto fra parentesi non sono tutti e forse neanche la maggioranza, però occupano e dettano legge), semplicemente scimmiottare quanto accade negli atenei d'oltre oceano, giusto o deprecabile che sia? E quindi, dopo aver scrollato qualche video sui social, hanno deciso che anche a loro spettava la preghiera islamica, così da far schizzare le visualizzazioni? Il sermone di venerdì scorso all'Università di Torino era tutt'altro che un discorso di pace, di fede, di spiritualità. Nella migliore tradizione di cui l'Iran degli ayatollah è ormai quasi l'unico erede, l'imam non nomina mai Israele. Come ripeteva Amos Oz, il conflitto fra Israele e i palestinesi è una tragedia perché è un confronto non fra un torto e una ragione bensì fra due ragioni. Quanto è accaduto all'interno dell'Università di Torino venerdì scorso è l'ennesima testimonianza di uno scollamento sempre più grande fra i sacrosanti diritti dei due popoli a un futuro vivibile e delle proteste sempre più avulse dalla realtà, dalla complessità di questo conflitto”.
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