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Politica e violenza, il senso della misura

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 17/05/2024

Politica e violenza, il senso della misura Politica e violenza, il senso della misura Antonio Polito, Corriere della Sera
La politica nei futuri Stati Uniti d’Europa sarà percorsa dallo stesso rivolo di violenza che ha insanguinato quella degli Stati Uniti d’America? È la domanda che solleva Antonio Politico sul Corriere della Sera. L’attentato a Robert Fico – scrive Polito – fa vivere a noi europei sentimenti di sconcerto e di paura che l’opinione pubblica americana ben conosce. Quattro presidenti assassinati, e tra di loro due miti fondativi come Abramo Lincoln e John Kennedy. Uno dei più grandi leader del Novecento, Ronald Reagan, seriamente ferito in un attentato. Altri quattro capi di Stato sfuggiti per un soffio a un tentativo di ucciderli. Ci stiamo avviando su quella strada? La violenza politica in America ha infatti un tratto che la distingue. In America l’uomo qualunque con la pistola, l’insospettabile che si vendica dei torti subiti dalla società, il taxi driver disadattato del film di Scorsese che compra un’arma per far fuori un senatore al comizio, rappresentano un filone particolare della violenza, più esistenziale e individualistica che organizzata e terroristica. Di sicuro la radicalizzazione della lotta politica, l’estrema polarizzazione che soprattutto negli ultimi decenni ha segnato la vicenda americana, ha svolto un ruolo decisivo nell’eccitare i più facinorosi tra gli spettatori del grande show. L’assalto al Congresso del 2021 ne resterà per sempre un’inconfutabile e storica testimonianza. Il contagio in Europa è evidente. Un tempo il bipolarismo spingeva i leader a cercare consensi al centro dell’elettorato, lì dove funziona un discorso moderato. Era così che si vincevano le elezioni. Oggi invece le elezioni si vincono mobilitando i settori più estremi della società, incitandoli all’odio per l’avversario, scimmiottando una guerra civile permanente, demonizzando il nemico, che non basta più battere nelle urne ma va eliminato, annichilito, asfaltato, rottamato, perché è il vero cancro della società ed eliminato lui o lei tutto tornerà a funzionare in giustizia e armonia, come al bel tempo che fu. Anche un’altra invenzione americana, quello «stile paranoide nella politica» che diede il titolo a un celebre saggio del secolo scorso, sta facendo scuola nella nostra vecchia Europa, e a casa nostra. Teorie cospirative, complottismi, campagne di fake news, tifo scatenato per questo o quel combattente delle guerre altrui, creano, cementano e agguerriscono fazioni di fanatici. La razionalità è bandita dal dibattito pubblico. Forse sarà il caso di darci una calmata. A partire dai media.
 
Alberto D’Argenio, la Repubblica
Anche Alberto D’Argenio, su Repubblica, si occupa dell’attentato a Robert Fico, sottolineando come la Commissione europea abbia lanciato da Bruxelles l’allarme sulle prossime elezioni continentali: la disinformazione sta sensibilmente crescendo “in qualità e in quantità”. Lo stesso giorno la direttrice dell’intelligence americana, Avril Haines, ha affermato a Washington che “Russia, Cina e Iran sono i principali attori stranieri che cercano di influenzare le elezioni negli Stati Uniti”. Dunque nell’anno elettorale più cruciale di sempre per gli equilibri globali, il 2024, le due votazioni più importanti in Occidente, le Europee e le presidenziali Usa, sono sotto attacco delle autocrazie guidate da Putin, Xi e Khamenei. La posta in gioco è la tenuta democratica delle nostre istituzioni. Tanto che ormai da mesi Mosca, Pechino e Teheran hanno lanciato un’operazione per favorire la vittoria dei candidati più divisivi e anti sistema, in grado di aumentare le spaccature nelle nostre società e di favorire la guerra di Putin in Ucraina. In Europa, spiegano i vertici delle istituzioni comunitarie, il livello di manipolazione delle operazioni di influenza delle tre potenze anti occidentali è persino cresciuto rispetto alle consultazioni del 2019. Ma l’Unione dispone oggi di strutture e misure più solide per contrastare le intossicazioni che mirano a condizionare gli elettori. Tanto che quando Bruxelles ha annunciato una ulteriore stretta contro i media che propagano la narrativa del Cremlino, attesa per i prossimi giorni, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha reagito con veemenza promettendo “ritorsioni rapide e dolorose”. Toni che fanno ben capire quanto le operazioni di influenza siano centrali per le strategie espansioniste del Cremlino. Non stupisce allora che, secondo un rapporto del Network Contagion Research Institute, ambienti legati alla Cina avrebbero contribuito a fomentare le pur legittime proteste negli atenei Usa in favore della Palestina. Lo schema è sempre lo stesso: partire da fatti veri o verosimili e usarli per dividere le opinioni pubbliche. Cavalcare dibattiti, anche accesi, ma normali nelle nostre società, e renderli più estremi possibile per spargere caos, violenza, senso di insicurezza e dunque favorire il voto ai partiti populisti, sovranisti e filorussi.
 
Flavia Perina, La Stampa
Sulla Stampa Flavia Perina commenta invece il caso del dibattito tv Meloni-Schlein, che non si farà più, almeno sulla Rai. Il voto per il futuro dell’America – scrive – passerà per almeno due duelli tv. Joe Biden e Donald Trump, testa a testa nell’ultimo sondaggio Reuters, si sono già accordati per un primo confronto sulla Cnn e per un secondo su Abc News. Il voto per il futuro dell’Italia in Europa passerà per non si sa cosa: salvo colpi di scena non sembra più possibile né il dibattito tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, né quello tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte, né un dibattito tra i leader di tutte le liste, né alcun tipo di dibattito diretto, mediato, singolo o plurimo tra i titolari delle diverse proposte politiche, leader o non leader che siano. È una colossale prova di inefficienza democratica del nostro sistema. È (temiamo) una nuova dimostrazione dello scarso coraggio dei partiti perché i paletti interdittivi che ciascuno ha posto al tipo di incontro proposto dagli altri significa una sola cosa: fifa, paura, desiderio di lasciare le cose come stanno e amen, gli elettori si arrangino. L’ultimo vero confronto politico registrato nel nostro Paese è il Berlusconi-Prodi del 2006, diciotto anni fa, poi più niente. Questo dovrebbe dirci qualcosa sul leaderismo italiano che spesso si presenta come titolare di un coraggioso rinnovamento ma poi, nella sua intima essenza, si tiene strette le vecchie prudenze democristiane e svicola davanti alle sfide a viso aperto. È un tipo di renitenza al rischio che si registra solo da noi. In Francia il lepeniano Jordan Bardella e la macroniana Valerie Hayer si sono già scontrati in diretta tv all’inizio di maggio e torneranno a farlo. Restano memorabili le battaglie televisive tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, così come quelle tra Merkel e Martin Shultz o tra Theresa May e Jeremy Corbin all’epoca del referendum sulla Brexit. Ovunque è normale che i capi di un partito o di uno schieramento si espongano al contraddittorio con i loro per fornire elementi di giudizio al corpo elettorale. In Italia no, non succede. I Numeri Uno vanno in televisione con precauzioni esagerate, mai faccia a faccia con i competitori e sempre soli con i conduttori, in un rituale così prevedibile da far crollare gli ascolti e forse anche la partecipazione al voto.
 
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