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Obiettivo: dividere l'Europa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 14/05/2024

In edicola In edicola Danilo Taino, Corriere della Sera
“Una volpe s’è aggirata per l’Europa. O era forse un lupo? Il viaggio dei giorni scorsi di Xi Jinping tra Parigi, Belgrado e Budapest era stato considerato da molti osservatori come molto astuto”. Ne parla Danilo Taino sul Corriere della Sera: “L’anno scorso, Emmanuel Macron era andato a Pechino e aveva clamorosamente preso le distanze dagli americani sulla difesa di Taiwan e ora Xi ha ricambiato: per qualche mese non imporrà dazi esagerati sulle importazioni di cognac in Cina. Poi, è stato più generoso nelle due visite ad amici (suoi e di Putin), una in Serbia e una in Ungheria: la prima in un Paese fuori dalla Ue e dalla Nato, la seconda in uno che fa parte di entrambe le organizzazioni ma le ostacola dall’interno. Probabilmente, a Pechino il tour si continua a vederlo così: diplomazia raffinata. E in Occidente anche: da noi europei, i governanti cinesi sono sempre visti come abili e smaliziati. Volpi. Calmate le onde sollevate dallo strano itinerario dell’uomo forte di Pechino, si può cercare di dare un giudizio a freddo della sua strategia e della sua tattica. La prima è preoccupante, la seconda non sembra poi così geniale e sottile. L’obiettivo non celato dei dirigenti confucian-comunisti cinesi – sottolinea Taino - è quello di dividere gli europei, sia nella Ue sia nella Nato, e di conficcare (per quello che è possibile) un cuneo nella relazione transatlantica. Il messaggio: chi in qualche modo si svincola da Bruxelles e Nato sarà ricompensato con l’amicizia della Cina e soprattutto con i suoi investimenti. Successi tattici facili, tutto sommato, a Belgrado e a Budapest. L’incontro più rilevante, quello con Macron, è invece stato tutto meno che un trionfo per Xi. Il risultato del curioso viaggio europeo del leader cinese è la certificazione del suo desiderio di dividere Ue e Nato e di allontanare l’Europa dagli Stati Uniti. Ed è la certificazione del suo appoggio all’aggressione russa all’Ucraina: non è forse una forzatura dire che non è, come sostengono alcuni, l’Occidente a usare Kiev per attaccare la Russia ma è Pechino a usare Mosca per indebolire l’Occidente. Sul piano tattico, però, ha sì distribuito premi a Belgrado e a Budapest ma la sua inattesa ed esibita aggressività ha fatto alzare avvisi di pericolo a Parigi e in tutta Europa. Che ora – conclude - sono forse più consapevoli di prima della portata della sfida cinese. Non sempre è una volpe quella che arriva da Pechino”.
 
Francesco Bei, la Repubblica
Francesco Bei su Repubblica prende spunto dal caso Toti per parlare di finanziamento alla politica e corruzione: “Al di là del destino personale dell’indagato, che si ha l’obbligo di considerare innocente fino a prova contraria, il caso Genova impone una riflessione seria e non contingente sul quadro che emerge dai rapporti tra imprenditori e amministratori e, soprattutto, sulle forme del finanziamento alla politica. Ipotizziamo solo per un momento che non siano stati commessi reati. Ammettiamolo pure e accettiamo la parte che ci suggeriscono i commentatori e gli esponenti del centrodestra, ovvero quella di Alice nel Paese delle meraviglie. Il problema – scrive Bei - resta comunque grande come la diga del porto. Perché mai un’impresa privata dovrebbe finanziare un amministratore locale se non in cambio della promessa di un trattamento di favore in sede di appalti o concessioni pubbliche? È la grande questione del finanziamento della politica, che a trent’anni da Mani Pulite ancora non ha trovato una soluzione. E siamo ancora fermi a quel punto, al conflitto di interessi macroscopico fra il politico che riceve i soldi con la mano destra, mentre con la sinistra concede un appalto pubblico (in maniera diretta e senza gara, perché in Italia la deroga delle regole è l’unica regola) a quello stesso imprenditore che l’ha finanziato. Generando così in un solo momento un’ingiustizia verso le altre imprese, un uso distorto dei soldi dei contribuenti ed esponendo sé stesso al rischio di commettere un reato. È un circuito perverso che produce diseconomie e illeciti, che droga il mercato e porta inevitabilmente a una spesa pubblica fuori controllo. Ora, non si vuole qui arrivare a dire di ripristinare il vecchio finanziamento pubblico ai partiti. L’opinione pubblica probabilmente non lo accetterebbe e nessuna forza politica appare oggi in grado — salvo voci isolate come Pier Ferdinando Casini — di assumersi l’onere di riproporlo. Eppure il problema di una regolamentazione esiste ed è urgente affrontarlo nell’unico modo possibile, ossia sul lato dei privati. È tempo di immaginare – conclude Bei - un argine tra la politica e l’impresa, in modo che quest’ultima non possa pensare di sedersi a capotavola dopo aver assoggettato l’amministrazione con finanziamenti e regali”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
“Ci sono varie ragioni per cui le parole di Liliana Segre a proposito della riforma Meloni sul premier elettivo, attualmente in discussione in Parlamento, resteranno a lungo nella memoria del Paese”. Lo scrive Marcello Sorgi sulla Stampa: “La prima – dice l’editorialista - è, ovviamente, la personalità della Segre: senatrice a vita, chiamata a presiedere con assoluta imparzialità la prima seduta del Senato, prima che sullo scranno più alto di Palazzo Madama si accomodasse, con stile assolutamente diverso come si è visto fin dai primi giorni, Ignazio La Russa. Ma Segre ha anche cercato di interpretare il suo mandato in modo, per così dire, tematico : prevalentemente legato alla sua terribile esperienza da bambina nel lager nazista e alla necessità di tenere sempre vivo il ricordo dell’orrore della Shoah. Stavolta invece la sua voce si è alzata in difesa della Costituzione e dei rischi a cui, dal suo punto di vista, la esporrebbe l’approvazione della legge costituzionale che introduce l’elezione diretta del presidente del consiglio. Va detto che sono quasi tutti dubbi condivisibili, inutilmente ripetuti in Senato dai maggiori costituzionalisti italiani chiamati in audizioni dai parlamentari prima di dare il via alla discussione formale e all’eventuale approvazione del testo. Fin qui – osserva Sorgi - Segre ha detto cose che con diversi termini, senza la stessa passione, erano già emerse durante l’esame preliminare della riforma, insieme ad altri problemi irrisolti. Poi, si può essere d’accordo o no sul fatto che ‘le Costituzioni si interpretano e si applicano’, prima di cambiarle, come ha insistito a conclusione del suo discorso la senatrice. Ma naturalmente la strada maestra resta quella del confronto: che consentì 75 anni fa ai Padri Costituenti, provenienti da culture diverse, cattolica, socialista e liberale, e oppressi dalla ‘sindrome del tiranno’ di trovare un compromesso per reintrodurre la democrazia dopo oltre un ventennio di dittatura. È su questo – conclude - che Meloni dovrebbe riflettere per evitare a qualsiasi costo le forzature, e soprattutto in materia costituzionale. Ascoltando il saggio consiglio della senatrice a vita Segre, che ieri coraggiosamente ha dato voce alla coscienza civile del Paese”.
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