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Tre indizi per capire quando nel processo mediatico scatta l'ora del cialtrone

Redazione InPiù 13/05/2024

Altro parere Altro parere Claudio Cerasa, il Foglio
“Arriva sempre un momento, durante un’inchiesta che ha grande rilievo sui media, in cui le accuse non sono più sufficienti a sfamare la pancia dell’opinione pubblica”. Lo scrive Claudio Cerasa sul Foglio osservando che “nell’inchiesta sulla corruzione in Liguria, è arrivata quella fase durante la quale le inchieste giudiziarie vengono affiancate sui giornali da allusioni gratuite, da aggettivi fuori luogo e da una serie di parole ricorrenti –tre in particolare –il cui utilizzo segnala con una certa precisione un passaggio ricorrente durante la fase di un’inchiesta: l’ora del cialtrone. Il primo indizio per capire se la fase appena citata sia presente o no all’interno del dibattito pubblico è quando improvvisamente le pagine delle cronache giudiziarie si riempiono di intercettazioni penalmente irrilevanti. Accanto alla diffusione capillare di intercettazioni irrilevanti – scrive Cerasa - vi è poi un altro passaggio importante che permette di mettere a fuoco la presenza di una fase pericolosa all’interno di un’inchiesta ed è quella in cui i giornali utilizzano l’espressione ‘spunta’. Nell’inchiesta, spunta. E ciò che spunta, che quasi mai ha a che fare con le indagini, aiuta sempre a portare acqua al mulino della tesi dell’accusa e aiuta sempre a conquistare la fiducia di un organo importante all’interno di un processo mediatico: il tribunale del popolo. Ma c’è qualcosa che non va anche quando un magistrato sceglie di utilizzare in un’ordinanza espressioni da scrittore (significa che le prove non parlano da sé e che per farle parlare è necessario giocare con le parole). L’utilizzo di espressioni che esprimono una condanna fino a prova contraria dei protagonisti, miscelate con intercettazioni penalmente irrilevanti, unite a loro volta a demonizzazioni dei contesti descritti attraverso la trasformazione, per esempio, del lusso in veicolo inevitabile di malaffare aiuta a rafforzare un meccanismo cruciale all’interno del processo mediatico: permette all’accusa di poter conquistare un ottimo spazio mediatico, sottrae alla difesa occasioni per mostrare le eventuali debolezze dell’accusa e crea un habitat naturale per far sì che i giudizi etici e morali possano saldarsi con le ipotesi di reato, creando un mondo osceno all’interno del quale chi è accusato deve dimostrare la sua innocenza, non il contrario, e all’interno del quale – conclude - la dittatura dello spunta, dinanzi al tribunale del popolo, conta più del rispetto dello stato di diritto. Avanti il prossimo”.
 
Carlo Valentini, Italia Oggi
Carlo Valentini su Italia Oggi parla della questione della natalità che va risolta, spiega, solo con aiuti concreti: “Le questioni morali sono assai importanti. Ma a volte – sottolinea Valentini - non possono risolversi in un esercizio solamente teorico bensì debbono trovare un ancoraggio nella realtà. Anche su un tema delicato come la natalità si tende a sottolineare solo l’aspetto virtuoso del problema. Manca un secondo piede del tavolo. Quando si parla di natalità affiora spesso il problema dell’aborto, certamente complesso e con molteplici implicazioni anche etiche, ma ci si dimentica di sottolineare l’assenza di politiche per la natalità, cioè di sostegno a chi vorrebbe avere figli. Non raramente la decisione di abortire o comunque di non procreare dipende dalla solitudine sociale in cui la donna, e la famiglia, si ritrovano. to impedire alla ministra Eugenia Roccella di pronunciare il suo discorso agli Stati generale della natalità, leggendo l’intervento scritto e da lei poi diramato non sarebbero mancati gli spunti di discussione. A cominciare dal fatto che  - osserva Valentini - l’importanza della procreazione non va celebrata con belle parole ma creando un sistema di asili funzionante (solo il 14% dei bimbi frequenta un nido pubblico) una sanità pediatrica pubblica sulla quale si possa fare affidamento, una scuola che non sia un parcheggio ma già prepari bambini e ragazzi al loro inserimento sociale, la possibilità di accedere a mutui agevolati per la casa, ma pure sgravi fiscali per gli aiuti domestici così come un supporto economico per i redditi più bassi poiché l’allargamento della fascia di povertà, o semi-povertà, è spesso causa del non allargamento del nucleo familiare. Invece dell’impegno profuso nel fare approvare il confuso provvedimento dell’inserimento delle organizzazioni ti-abortiste nei consultori o dei tanti convegni sulla famiglia e sul ruolo delle donne (dove c’è sempre chi le vorrebbe a casa e non al lavoro) sarebbe forse il caso di avviare finalmente un piano concreto che incentivi a procreare, invece di aumentare l’Iva sui prodotti per l’infanzia o cancellare, non dando corsi ai decreti attuativi, il Family Act, ennesimo tentativo fallito di promozionare la natalità. Sarebbe ora di finirla coi vacui appelli familistici e – conclude - predisporre invece adempimenti in grado davvero di incidere sulle scelte delle coppie”.
 
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