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Cambiare (in meglio) la riforma

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 13/05/2024

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“È impossibile che Giorgia Meloni non abbia capito che la riforma del premierato così come è stata fin qui elaborata e proposta dal governo non va, non funziona proprio”. Così Angelo Panebianco sul Corriere della Sera chiedendosi “perché allora si ostina a sostenerla in questa forma, perché non introduce i correttivi che ne farebbero un progetto credibile e, probabilmente, vincente? Al momento, plausibilmente, non ritiene di poter fare questo passo perché non vuole correre il rischio di destabilizzare la maggioranza di governo. Si immagina però che Meloni abbia ben chiaro il fatto che se, a elezioni europee avvenute, quei correttivi non ci saranno, allora ella si troverà a rischiare grosso in un eventuale, probabile, referendum costituzionale. Se la riforma non cambiasse in meglio è facile immaginare quali sarebbero gli schieramenti nel referendum costituzionale. Ci sarebbe l’opposizione intransigente dei soliti noti, quelli che «non si tocca la Costituzione nata dalla Resistenza», quelli che «la nostra è la Costituzione più bella del mondo». Dall’altra parte, certo, ci sarebbero il governo e la sua maggioranza. Il loro punto di forza – sottolinea l’editorialista - starebbe nel fatto che a tanti italiani piace l’idea di eleggere direttamente i governanti. Il principale punto di debolezza consisterebbe nelle crepe al loro interno. Ma se la riforma sottoposta a referendum mantenesse la forma attuale, ci sarebbe anche — e sarebbe un guaio per Meloni — un terzo gruppo. Composto da coloro che, da un lato, sarebbero ben lieti di stappare bottiglie di champagne se i fan della «Costituzione più bella del mondo» (i conservatori costituzionali) venissero sconfitti, se fosse possibile finalmente superare la forma di governo attuale ma che, dall’altro lato, non potrebbero votare a favore di una riforma mal concepita e mal congegnata. Lo sbaglio di Meloni potrebbe essere quello di ignorare la necessità di, si perdoni il bisticcio, riformare la sua proposta di riforma. D’altro canto gli sbagli dei conservatori costituzionali sono tanti. Il principale è che l’Italia si è potuta permettere una forma di governo che favoriva l’instabilità e la breve durata degli esecutivi quando navigavamo in acque internazionali tranquille. Oggi rullano da ogni parte i tamburi di guerra e le tempeste in atto non sembrano destinate a placarsi. Alla democrazia – conclude - servono esecutivi stabili”.
 
Luigi Manconi, la Repubblica
Luigi Manconi su Repubblica commenta la vicenda Toti e la questione del garantismo parlando di realtà aumentata: “Questo perché – scrive l’editorialista - nella discussione intorno alla recentissima indagine giudiziaria sulla presunta corruzione a Genova, era improvvisamente comparso Claudio Burlando, ex sindaco della città ed ex presidente della Regione Liguria. Era comparso, pur non c’entrandoci affatto, in quanto evocato dalla destra politico-mediatica come uno di coloro che l’indagato Aldo Spinelli ha ricevuto nel proprio yatch. In quel contesto la figura di Burlando ha assunto una fisionomia fantasmatica: sia perché l’insinuazione a proposito di una qualche sua corresponsabilità è frutto di immaginazione ostile e di fantasia diffamatoria; sia perché, come spiegano le discipline della psiche, il tirarlo in ballo corrisponde all’elaborazione di desideri inconsci da parte degli avversari. Più banalmente, il richiamo a Burlando è l’espressione dell’eterno «buttarla in caciara» o della pretesa di un improbabile pari e patta. Ovvero: dalla nostra parte c’è una lunga teoria di persone che si recano su quello yatch e noi, per ripicca o rappresaglia, agitiamo il trofeo di un esponente dell’altra parte che, a sua volta, sarebbe salito su quell’imbarcazione. Ma Burlando è fuori dalla politica attiva esattamente da quando ha concluso il suo mandato di presidente della Regione (9 anni fa) e ha spiegato con persuasiva semplicità il motivo di quella visita ad Aldo Spinelli. E questo rende ancora più grottesca una situazione dove la totale incapacità di autocritica politica si combina a forti tentazioni giustizialiste. Mi spiego. La proclamata fede garantista si esercita nei confronti del Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ma una simile intransigenza verso il rispetto delle regole crolla miseramente quando, dalle carte dell’inchiesta, fa capolino un nome attribuibile al campo avverso.  Così il garantismo — che trova fondamento nella sua natura universalistica — viene ridotto a farsa dozzinale: e perde ancora una volta l’occasione di mostrare le sue ragioni profonde. A sinistra, tutto ciò viene praticato scarsamente e occasionalmente, e da parte di pochi e isolati galantuomini. A destra – conclude - il garantismo è giusto una proclamazione arbitraria e settaria, incapace di cogliere le ragioni dell’altro da sé”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
“Non sarà certo la fine di un’amicizia – per quel che poi valgono le amicizie in politica”. Così Marcello Sorgi sulla Stampa sottolineando che “certo, fa un po’ impressione vedere Ursula von der Leyen atterrare a Roma, tappa strategica della corsa per la riconferma alla presidenza della Commissione europea, e guardarsi bene dall’incontrare Giorgia Meloni. Dopo tutto quel che hanno fatto insieme, tra Lampedusa, l’Egitto e la Tunisia. Dopo tante e tante conferenze stampa e photo-opportunities. Ieri invece, silenzio. Eppure c’è una ragione chiara del plateale allontanamento tra queste sue donne che rivestono un ruolo strategico in Europa. Con l’approssimarsi del voto dell’8-9 giugno – osserva l’editorialista - Meloni ha progressivamente abbandonato l’immagine europeista che aveva costruito nel primo anno e mezzo di governo, tra impegno filo-Nato e filo-Usa nello scenario tremendo della guerra in Ucraina e ruolo di fiancheggiamento (come altrimenti definirlo?) delle complicate decisioni delle autorità di Bruxelles dopo i mesi dell’emergenza Covid. Fino al passaggio delicato dell’introduzione del nuovo Patto di stabilità e alla scelta contraddittoria di bocciarlo. Due passi avanti e uno indietro: questa è stata per Meloni la strategia in Europa. E l’ostentata amicizia con VdL, come chiamano la presidente uscente della Commissione, ne ha fatto parte a pieno titolo. Ma anche Von der Leyen ha ricavato qualche vantaggio dall’avvicinamento di Meloni. Di qui a dire che tra Giorgia e Ursula si sia consumata una rottura, però, ne corre. In Italia tutta la propaganda del destra-centro finora è stata un gioco degli specchi. Insomma, c’è un che di pirandelliano tra il dire, il fare e l’apparire di questa campagna elettorale: e proprio Meloni sembra essersi appropriata di certe tecniche salviniane: simulare uno spostamento, un allontanamento, un raffreddamento, per poi recuperare all’indomani del voto, a risultato incassato. Ma – conclude - se Salvini ci ha ormai abituato da tempo a questo genere di comportamenti, e al sacrificio della sua credibilità personale di uomo delle istituzioni, Meloni, lo stesso prezzo, non può consentirsi di pagarlo. Una campagna condotta così lascerà cicatrici, che si vedranno a occhio nudo all’indomani del voto”.
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