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Ben Jelloun: «La causa palestinese degli studenti non è contro gli ebrei»

Danilo Ceccarelli, La Stampa, 3 maggio

Redazione InPiù 03/05/2024

Tahar Ben Jelloun Tahar Ben Jelloun «E' assolutamente normale che i giovani di oggi si mobilitino per dare il loro sostegno ai palestinesi». Intervistato da Danilo Ceccarelli per La Stampa del 3 maggio, lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, parlando del movimento pro-Gaza emerso negli Stati Uniti, evoca una nuova tendenza nata come conseguenza della crisi in corso. Un movimento arrivato anche in Europa ma a far discutere sono state soprattutto gli sgomberi negli atenei americani, con il presidente Biden che ha condannato «il vandalismo e le proteste violente», garantendo che «l’antisemitismo» non ha posto nelle università. La protesta scoppiata in diverse università statunitensi sembra decisa a continuare nonostante il pugno duro delle autorità. Come si spiega la nascita di un movimento così forte in America? «È la prima volta che si verifica una mobilitazione simile a favore della Palestina come quella che stiamo vedendo in questi giorni. È un fenomeno di protesta contro Israele esploso un po’ ovunque, non solo negli Stati Uniti ma anche in altri Paesi come Inghilterra, in Italia o qui in Francia e questo fa riflettere. Anche perché la protesta in atto non riguarda solo gli studenti, ma anche alcuni professori che si sono uniti alla contestazione». La polizia americana ha fatto ricorso alla forza per sgomberare l’Hamilton Hall, nella Columbia University a New York, dove ci sono stati centinaia di arresti, mentre nel campus della Ucla, in California, ha smantellato un accampamento di manifestanti facendo ricorso a proiettili di gomma. Un confronto sereno al momento sembra impossibile. «Questa sfortunatamente non è l’epoca del dialogo. Ci sono troppe tensioni, troppi scontri sul conflitto in corso che non permettono di intavolare una discussione». Ma perché questa protesta è scoppiata proprio ora, a diversi mesi di distanza dall’inizio della risposta di Israele all’attacco subito da Hamas? «È arrivata in questo momento a causa dell’intensità dei bombardamenti su Gaza, che ha rivoltato le coscienze».
 
Ad alzare la voce in Occidente sono stati gli studenti. Come mai proprio questa categoria si sta mostrando così sensibile alla questione? «I giovani di oggi hanno trovato una causa, che è quella palestinese, alla quale bisogna rendere giustizia. I ragazzi e le ragazze hanno scoperto che c’è una colonizzazione portata avanti con la violenza, con l’embargo e con delle ingiustizie contro il popolo palestinese. Poi c’è stato l’attacco di Hamas del 7 ottobre, orribile come il modo con il quale ha risposto Israele, che ha assassinato con consapevolezza colpendo la popolazione civile di Gaza. Circa il 40 percento delle vittime sono donne e bambini, colpiti mentre dormivano nelle loro abitazioni. Una situazione che ha scandalizzato e ha smosso le coscienze. La mia generazione, invece, era molto preoccupata per la guerra in Vietnam, contro la quale manifestavamo per le strade di Parigi». Pensa sia possibile stabilire un parallelo con le proteste sessantottine, come hanno fatto molti osservatori? «No, perché quella che si è tenuta durante il maggio parigino è stata una protesta nata per rimettere in discussione solamente la società francese».
 
Non c’è il rischio di una deriva antisemita in questi movimenti pro-Gaza? «Si cerca di sviare la protesta indirizzandola verso quell’argomento. Questo è un modo per fare pressione sui giovani e per snaturare la loro rivolta, che non è contro gli ebrei ma contro l’occupazione dei territori palestinesi. Anche in Francia ho visto importanti personalità sostenere che quelle pro-palestinesi sono manifestazioni antisemite. Oggi in questo Paese appena si critica Israele si viene trattati da antisemiti, è intollerabile. Poi magari tra le fila dei militanti ci possono essere delle persone con idee antisemite, ma quelle sono ovunque». Sembra avercela con le autorità francesi. Come giudica la loro gestione di questa contestazione? «Erano contrarie alle iniziative a sostegno di Gaza già prima che queste azioni arrivassero nelle università. Il ministero dell’Interno nei mesi scorsi ha negato più volte l’autorizzazione a manifestare in strada». Resta il fatto che il blocco delle università da parte dei contestatari impedisce a tutti gli studenti di seguire le lezioni. «Quella all’università Sciences Po di Parigi non è stata una grande mobilitazione. Stiamo parlando di un centinaio di studenti e studentesse che ancora resistono. C’è stato solo un caso, riguardante una studentessa ebrea alla quale è stato impedito di entrare nell’anfiteatro occupato. È un episodio che si vuole utilizzare per generalizzare la questione».
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