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Generale Masiello: «L'Esercito va potenziato, dobbiamo fare in fretta»

Rinaldo Frignani, Corriere della Sera, 3 maggio

Redazione InPiù 03/05/2024

Carmine Masiello Carmine Masiello «L’Esercito deve essere rivisto sotto diversi profili. Sono cambiati gli scenari, le minacce e, quindi, le esigenze, anche degli altri Paesi Nato. Vanno rivisti soprattutto i principali sistemi d’arma, potenziati gli strumenti, adeguate le strutture e le procedure d’impiego. Bisogna sbrigarsi, perché non sappiamo cosa accadrà. Mentre politica e diplomazia fanno il loro lavoro, noi dobbiamo impegnarci a farci trovare pronti, sperando di non dover mai entrare in azione: l’Italia deve diventare una nazione con una capacità di deterrenza reale e credibile». Il generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, da febbraio Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, lo dice chiaramente in un’intervista rilasciata a Rinaldo Frignani del Corriere della Sera alla vigilia del 163° anniversario della creazione dell’Esercito italiano, avvenuta il 4 maggio 1861. Generale, la guerra in Ucraina cosa ci insegna? «Ha cambiato i paradigmi sul campo: siamo tornati al confronto fra unità meccanizzate e corazzate, all’uso delle artiglierie, carri armati, macchine specializzate per la mobilità e contro-mobilità. Perfino alle trincee. Per noi europei, che veniamo da anni di missioni di pace, è stato dirompente. A ciò si uniscono l’uso massiccio di droni e l’importanza dei nuovi domini, della guerra cibernetica, della disinformazione per orientare le opinioni pubbliche e il morale dei combattenti. Scambiare informazioni con l’Intelligence è fondamentale, bisogna attrezzarsi per i grandi cambiamenti nel modo di combattere».
 
Come? «Tecnologia, addestramento, valori. Saranno i filoni del mio mandato. Per troppo tempo l’Esercito non è stato considerato una forza armata tecnologica. Bisogna invece stare al passo con i mezzi a disposizione di eventuali avversari. Va recuperato anche un gap con le ‘sorelle’, la Marina e l’Aeronautica. E occorre accorciare i tempi di individuazione delle tecnologie necessarie, sburocratizzare le procedure di acquisizione, aderire alla velocità del mondo che evolve. E che l’industria della Difesa, compresa quella europea, capisca il momento e faccia gli investimenti necessari. Il ministro Crosetto si è già adoperato proprio per accelerare le procedure». C’è una priorità? «Fra le tecnologie più urgenti quelle sull’integrazione delle capacità collegate al dominio cibernetico e alla gestione dello spettro elettro-magnetico per consentire alle nostre unità di essere protette dalla minaccia proveniente dalla terza dimensione, con droni e munizioni ‘intelligenti’: noi la chiamiamo “bolla tattica”. Ma penso anche alla difesa aerea del territorio nazionale, come in Israele».
 
Anche l’Italia corre rischi? E ha abbastanza soldati? «Chiariamoci: non siamo in guerra, ma in una competizione ‘sotto soglia’, senza superare mai certi limiti, un confronto ibrido che usa ogni possibilità, non solo militare, per danneggiare alcuni Paesi e agevolarne altri, che possiamo meglio affrontare con un quadro normativo e strumenti giuridici diversi rispetto agli attuali. A oggi però l’organico non è sufficiente, i due scenari di guerra - Ucraina e Striscia di Gaza - ci insegnano che serve la massa, perché le forze si logorano e vanno rigenerate: un problema che si affronta con un incremento anche modesto delle consistenze delle singole forze armate - servono almeno 10 mila soldati in più, come affermato dall’ammiraglio Cavo Dragone, Capo di Stato Maggiore della Difesa -, a cui bisogna inevitabilmente affiancare riserve, per aumentare gli organici all’esigenza». Che vanno addestrate. «È la garanzia che sappiamo fare il nostro lavoro. Ho chiesto ai miei comandanti di trovare ogni occasione utile per addestrarsi. Chi combatte deve sapere che accanto a lui c’è una persona preparata, di cui fidarsi».
 
È anche una questione di valori? «Certamente. Cambiano gli scenari, le armi, il modo di combattere, ma non i valori. Sono il filo conduttore della storia di un’istituzione militare e non ammettono deroghe, esitazioni o ripensamenti. La condivisione di questi valori mantiene unito un esercito e lo rende forte e resiliente nei momenti di crisi, oltre i legami gerarchici. Ho chiesto a tutti di contribuire con le proprie idee, dal caporale al colonnello. Il mio slogan è ‘le idee non hanno gradi’». Su chi punta? «Sui giovani, gli unici capaci di intercettare i cambiamenti. Hanno idee da vendere, saranno ascoltati. E potremo proporle anche alla società civile. Cercheremo di salvaguardare il nostro patrimonio professionale, formato nelle nostre scuole, e di renderlo più competitivo con il mercato del lavoro. Ma ci sono tanti ragazzi e ragazze che, anche di fronte a uno stipendio più alto, preferiscono le stellette. Questione di valori, appunto». Ci sarà una diminuzione dell’impegno all’estero? «Non ne vedo il motivo. Anzi. Non c’è solo il Medio Oriente in subbuglio. Oltre al fianco est dove siamo impegnati con la Nato, dobbiamo guardare alla vicina Bosnia ed Erzegovina e alla sponda sud del Mediterraneo, con i problemi di stabilità interna e i conflitti in alcuni Paesi, ma anche il Sahel preoccupa. Ci sono interi territori in mano ai terroristi, è forte la destabilizzazione dell’area con la penetrazione militare russa e quella economica cinese. Immaginiamo cosa vorrebbe dire ritirare il nostro contingente-cuscinetto fra Israele e Libano. Le missioni all’estero e il Piano Mattei per l’Africa in questo senso sono fattori di stabilizzazione».
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