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La guerra nelle urne

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 03/05/2024

La guerra nelle urne La guerra nelle urne Andrea Bonanni, Repubblica
Le dichiarazioni di Emmanuel Macron su un possibile invio di soldati francesi sul fronte ucraino "hanno il merito di portare la guerra e il fattore Putin nel cuore della campagna elettorale europea". Lo scrive su Repubblica Andrea Bonanni. "Sono più di due anni che si combatte nel cortile di casa una feroce aggressione contro le democrazie scatenata dalla Russia. I rischi per la sopravvivenza stessa dell’Europa sono gravi ed evidenti. Ma finora le forze politiche hanno fatto finta di niente. Come se l’unico vero crinale politico non fosse schierarsi con la democrazia, oppure con i loro nemici in armi. Tra i molti struzzi europei che nascondono la testa sotto la sabbia, l’Italia è in prima fila – sottolinea Bonanni -. Il nostro governo nasce da una coalizione in cui gli amici di Putin hanno un ruolo chiave ma questo non sembra turbare nessuno. Mentre la premier si dice impegnata a difendere l’Ucraina, Salvini si affretta a dichiarare che «mai un soldato italiano» sarà coinvolto nel conflitto: un’assicurazione che pregiudica la deterrenza della Nato. Sul fronte dell’opposizione, del resto, si continua a chiacchierare di un possibile ‘campo largo’ tra Pd e M5s” perché “il fatto che Conte si sia ripetutamente dichiarato contrario ad inviare armi all’Ucraina in nome di un pacifismo a senso unico non sembra essere un impedimento alla coalizione. È chiaro che l’uscita di Macron ha anche motivazioni elettorali. L’opposizione francese di estrema destra è da anni legata alla Russia. Il messaggio che Macron manda ai suoi elettori, ma anche agli oltre trecento milioni di europei, è semplice e chiaro: attenti a considerare le elezioni di giugno l’occasione per esprimere un voto di protesta.  Affidare il proprio scontento a partiti che odiano l’Europa, e che sarebbero pronti a piegare la schiena di fronte alla prepotenza di Mosca, può avere conseguenze fatali”.
 
Massimo Gaggi, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Massimo Gaggi parla delle lacerazioni nel sistema delle università americane. “I professori di molte accademie sono costretti ad autocensurarsi in un clima di paura: minacciati da sinistra dalla «cancel culture» di molti studenti radicalizzati e dai docenti decisi a portare nelle aule la loro ortodossia progressista, e da destra dai politici degli Stati conservatori che impongono limiti all’insegnamento nei college pubblici, con violazioni punibili penalmente. Gli scontri nei campus per la guerra a Gaza, le accuse di antisemitismo, le occupazioni in decine di atenei, gli interventi della polizia in assetto di guerra per sgomberare gli occupanti, fino all’intervento del presidente Biden a difesa della libertà di manifestare pacificamente, ma in un clima di rispetto della legalità, sono stati il detonatore di un conflitto, una guerra culturale fredda, che da tempo ha cominciato a compromettere i caratteri essenziali dell’università americana: l’indipendenza dell’insegnamento e l’assoluta libertà nella circolazione delle idee. Nelle grandi università private, costosissime e ormai divenute strutture con patrimoni di decine di miliardi di dollari, pesano sempre di più i ricchi finanziatori capaci di modificare un orientamento accademico semplicemente minacciando di ritirare il loro sostegno. Così, in campus nei quali anno dopo anno sono cresciuti in modo esponenziale i costi si è spesso sviluppata, senza trovare argini adeguati, anche l’intolleranza per pensieri diversi da quelli dell’ortodossia di sinistra. Una situazione sempre più insostenibile, denunciata anche da molti docenti progressisti e che ha aperto un’autostrada ai governatori e ai parlamenti degli Stati conservatori che hanno trovato ampio consenso per le loro politiche illiberali nelle università statali. Vari Stati conservatori hanno varato leggi che vietano certi tipi di insegnamento in materia di razzismo, sesso, identità. Altri hanno azzerato il sostegno ai programmi miranti all’estensione dei diritti allo studio”.
 
Veronica De Romanis, La Stampa
Sulla Stampa Veronica De Romanis critica la politica economica fondata sui bonus. “I bonus – scrive - non dovrebbero essere adottati. Per un motivo molto semplice: trasformano i cittadini in sudditi. Le misure che distribuiscono risorse creano un legame di dipendenza tra il governo che le introduce e i beneficiari. Un legame che diventa ancor più stretto quando queste misure sono temporanee. E qui si arriva alla seconda criticità dei bonus: l’efficacia. Perché mai i cittadini dovrebbero cambiare i loro comportamenti a fronte di misure che oggi ci sono domani chissà? Anche questo governo ha scelto di replicare il solito schema: la tentazione, del resto, è irresistibile a pochi mesi dalle elezioni. Due giorni fa il Consiglio dei ministri ha annunciato l’adozione di diversi provvedimenti di spesa” tra cui “il bonus da cento euro per chi ha un figlio a carico e un reddito inferiore a 28mila euro. L’attivazione, però, è rimandata al 2025” perché “non ci sono le coperture. Sorprende che in un Paese dove vengono spesi oltre mille miliardi l’anno non ci siano risorse da destinare a nuove misure. Se un governo ritiene che sia necessario introdurre un ennesimo bonus può decidere di togliere risorse da un altro. Si chiama riallocazione della spesa e un esecutivo come quello attuale, che ha davanti l’intera legislatura, è nella posizione migliore per farlo. Le scelte, però, hanno un costo in termini di perdita di consenso perché qualcuno avrà a disposizione meno risorse di prima. E, allora che fare? Semplice, nessuna riallocazione e soprattutto, nessun taglio: le risorse vanno prese a prestito. Così, i bonus, oltre ad essere delle misure temporanee, diventano anche delle misure incerte, perché finanziate con risorse che non ci sono. L’incertezza legata al reperimento delle coperture ne mina ancor di più l’impatto. Il risultato ultimo lo conosciamo bene: molto debito e poca crescita”.
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