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Altro parere

Quel che manca alla Liberazione

Redazione InPiù 26/04/2024

Altro parere Altro parere Danilo Paolini, Avvenire
La Liberazione ancora da conquistare è possibile. Anzi, è doverosa, afferma su Avvenire Danilo Paolini. Ce l’ha spiegato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, celebrando il 25 aprile a Civitella in Val di Chiana, uno dei luoghi simbolo delle stragi nazifasciste. Un discorso tra memoria da non scalfire e futuro da costruire. Proprio per questo, un discorso da declinare al presente. La Liberazione ancora da conquistare è quella dai veleni e dalle incrostazioni ideologiche di un fascismo tramandato di generazione in generazione, mitizzato e idealizzato a destra per decenni da vecchi nostalgici e da giovani che nulla sapevano (volevano sapere) di quella tragica dittatura. Ed è la Liberazione, anche, dall’antifascismo “esclusivo”, usato in democrazia da sinistra contro l’avversario di turno: dopo la scissione socialista di Palazzo Barberini del 1947, l’appellativo più gentile per Giuseppe Saragat (partigiano, futuro capo dello Stato) era «socialfascista»; la Democrazia Cristiana, che pure nella visione di Alcide De Gasperi era «un partito di centro che si muove verso sinistra», era non di rado definita «fascista» nei cortei dal ‘68 in poi; il socialista Bettino Craxi nel 1984, durante la furiosa battaglia politica e sindacale pro o contro la “scala mobile” per i salari, fu chiamato da manifestanti comunisti «balilla fascista» e «Rex-Dux-Crax». Per entrambe quelle parti - i fascisti che non si rassegnavano alla democrazia ma volentieri approfittavano della libertà di espressione che essa comporta e gli eredi politici di chi fece la Resistenza sognando la rivoluzione proletaria - l’antifascismo faceva rima con comunismo: per gli uni l’antifascista era in fondo un comunista, per gli altri un non comunista era in fondo un fascista. Strabismi ideologici durati fin troppo e di cui, ancora, si vedono gli strascichi. È qui il caso di ricordare nuovamente, allora, il contributo fondamentale che tutte le anime della lotta partigiana, non soltanto quella comunista, e gli eserciti Alleati diedero per il ritorno alla democrazia della nostra Patria. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio e leader di un partito che si definisce conservatore ma mantiene nel simbolo la fiamma della destra ex-repubblichina, ieri ha reso omaggio alla Liberazione sottolineando che «la fine del fascismo pose le basi per il ritorno della democrazia». È un passo avanti rispetto alla lunga e un po’ involuta lettera dello scorso anno. Dargliene atto, da parte dei suoi avversari, sarebbe un altro passo.
 
Marcello Veneziani, La Verità
Passato il 25 aprile, con la sua onda di veleni, odio e rancori, resta nei fondali della comunità italiana un tema di fondo: quali sono i fondamenti irrinunciabili della nostra società, e dunque della nostra democrazia? Il partito unico del 25 aprile non ha dubbi: è l’antifascismo, solo l’antifascismo. A cui si sottomettono, con viltà e ipocrisia in tanti, anche governativi. Il corollario è che la nostra democrazia è nata dalla Resistenza, la nostra Costituzione è antifascista, dunque non si può governare il nostro Paese o rappresentarlo senza un preciso, inequivocabile atto di fede nei confronti della religione antifascista. Ma l’Italia può definirsi solo a partire dall’antifascismo, la sua identità, i suoi valori necessari e condivisi, si risolvono nell’antifascismo? Abbiamo solo quel valore oggettivo, supremo e indiscutibile su cui fondare tutto il resto? L’Italia – sottolinea Veneziani – è una civiltà antica o comunque si fonda su una civiltà. Una civiltà millenaria che solo a voler limitare il nostro orizzonte storico alla nascita di Roma, ha profonde radici romane e cristiane, lo Stato romano, il diritto romano e la civitas christiana e cattolica. Si può essere italiani e disconoscere, negare o disprezzare quelle radici? In tanti lo fanno e nessuno li accusa di negare i fondamenti della nostra convivenza civile. La libertà dei moderni ha riconosciuto la separazione tra la sfera religiosa e la sfera laica, si può essere non credenti, possiamo non dirci cristiani, anzi possiamo attribuire al cristianesimo tutte le nefandezze della storia, e ciò nonostante - nel nome della libertà - possiamo dirci cittadini italiani. Perché questa laicità, ammessa per una religione che permea da duemila anni il nostro popolo, non deve valere in tema di antifascismo? Non essere antifascisti, si replica, vuol dire non accettare la libertà e la democrazia; ma anche non essere cristiani vuol dire non riconoscere i suoi principi e la sua pratica di carità ed amore, di valori morali e rispetto della vita. Se è possibile osservare questi valori pur senza essere o professarsi cristiani, perché dovrebbe essere impossibile rispettare la libertà e la democrazia senza essere o professarsi antifascisti?
 
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