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Le università e le proteste ignoranti

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 26/04/2024

Le università e le proteste ignoranti Le università e le proteste ignoranti Roger Abravanel, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Roger Abravanel si occupa delle manifestazioni nelle università contro il bando di collaborazione con Israele, le quali stanno portando a occupazioni violente di rettorati e pressioni sui senati accademici degli atenei. Il bando è scaduto ad aprile, ma le manifestazioni continuano. Alcuni coraggiosi atenei hanno resistito, altri hanno capitolato. Queste manifestazioni sono ignoranti, afferma Abravanel, portate avanti da ignoranti e sono spesso dibattute in modo ignorante. Ignoranza numero 1. I manifestanti non sembrano al corrente che chi partecipa a un bando non è l’ateneo dove insegna e lavora il ricercatore ma il singolo ricercatore o team di ricerca. Per cui, anche se gli atenei italiani volessero bloccare un bando ( quello con Israele come quello con chiunque altro ) i loro ricercatori che lo vincessero non avrebbero difficoltà a trovare un altro ateneo, magari all’estero, per portare avanti la propria ricerca. Ignoranza numero 2. Nel caso specifico del bando di collaborazione tra ricercatori italiani e israeliani, chi manifesta ignora che queste scelte portano a un danno e a perdite di opportunità per gli atenei italiani, per i loro ricercatori e anche per il nostro Paese. Ignoranza numero 3. Gli studenti contestatori si oppongono al «dual use» della tecnologia (le stesse tecnologie possono servire per utilizzi civili e militari)che li porta a preoccuparsi che la ricerca possa servire a finanziare la tecnologia israeliana che poi la utilizza per il presunto genocidio dei palestinesi. Purtroppo ignorano che la ricerca accademica è generalmente accessibile a chiunque perché gli istituti di ricerca pubblicano i risultati delle loro ricerche in riviste scientifiche peer-reviewed (riviste da altri scienziati ) e le presentano a convegni pubblici. Per cui vengono poi utilizzate da chiunque, incluse le applicazioni militari.  È triste – conclude Abravanel – vedere che i templi della sapienza diventano teatri dell’ignoranza . 
 
Carlo Galli, la Repubblica
All’indomani della Festa di Liberazione, su Repubblica Carlo Galli sottolinea come il 25 aprile, data che per decenni è stata divisiva, oggi sia invece ufficialmente celebrata da tutte le forze politiche e da tutte le cariche istituzionali, al rischio di scolorire in una litania formalistica, formulare, scontata. Il significato della Resistenza e dell’antifascismo è così pesante – scrive Galli – che risulta comodo darvi un ossequio di maniera, superficiale, inerte, ipocrita, e facile farne un uso improprio, inflativo, sprecarlo nella polemica politica quotidiana. Se è il principio della democrazia, l’antifascismo deve invece conservare un valore e un rigore che ne facciano veramente l’anima della nostra vita politica e sociale. Il che significa non vedere “fascismo” ovunque ma individuare, là dove sono all’opera, situazioni, condizioni, tentazioni, analoghe — in tempi nuovi, e in nuove forme — a quelle che un secolo fa generarono anche il fascismo, e che questo coltivò e organizzò in determinate modalità, oggi come tali non replicabili. Insomma, dal prezioso antifascismo storicamente operante dovremmo apprendere l’altrettanto preziosa capacità di utilizzare quella esperienza per orientarci nel mondo di oggi. È poco produttivo ipotizzare un “fascismo eterno”, sempre in agguato; lo è molto di più saper riconoscere nuove violenze, nuove minacce alla libertà, nuove sopraffazioni, nuove spinte alla passività, e iniziare a porvi rimedio chiamandole col loro nome. Un antifascismo che sia autentico lievito di democrazia è meno interessato a estendere oltre misura il concetto di “fascismo” e semmai è più incline a contrastare lo scivolamento della politica verso la “post-democrazia”, cioè il progressivo depotenziamento degli istituti democratici, la crescente disaffezione dei cittadini all’esercizio della libertà (anche elettorale).
 
Francesca Sforza, La Stampa
Quello che Mario Draghi ha detto con la forza delle analisi economiche sul futuro della competitività europea prima a Bruxelles e poi a La Hulpe la settimana scorsa, il presidente francese Macron – evidenzia sulla Stampa Francesca Sforza – lo ha ripetuto ieri con le parole della politica. Il senso è lo stesso: l’Unione Europea deve costruire una maggiore autonomia strategica se non vuole finire schiacciata da una concorrenza – cinese e americana in particolare – che preferisce gli investimenti alle regole finanziarie e il mercato alle normative etiche. Che speranze ha – si chiede in altre parole Macron – un’Europa che riesce a rispettare i limiti delle emissioni nocive limitando la produzione di auto se poi si ritrova invasa dalle macchine elettriche cinesi non avendo sufficientemente investito nel settore delle batterie e dei microchip? O che detiene il primato della regolamentazione più illuminata del mondo nel settore dell’intelligenza artificiale ma non è in grado di imporlo ai colossi che sull’intelligenza artificiale macinano profitti? O che dipende, per la sua sicurezza, dalle politiche del Congresso americano non essendo riuscita a mettere insieme un progetto coerente di difesa comune pur avendo la Russia dietro il cortile di casa? Il fatto che Macron abbia deciso in modo squisitamente tattico di rispolverare la retorica europeista in prossimità delle elezioni europee per fronteggiare una sua oggettiva debolezza interna sarà senz’altro vero, ma non risponde a questi interrogativi. Analogamente, pensare che si tratti di una strategia per rimettere la Francia al centro significa ragionare in un’ottica pre-pandemica, quando il problema era rendere competitivi paesi come l’Italia o la Grecia con il gigante tedesco e puntare a un’armonizzazione dei mercati. Oggi la situazione è diversa: con la creazione di strumenti permanenti per l’emissione di debito comune come il Recovery Fund si è inaugurata una nuova fase, e quello che Macron ha voluto intendere con il suo messaggio all’Europa è proprio la possibilità di replicare questo modello in futuro, e anzi di estenderlo ad altri settori strategici per evitare la deindustrializzazione, per governare l’avvento dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro, per garantire la sicurezza dei nostri confini.
 
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