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Una via d'uscita

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 16/04/2024

In edicola In edicola Danilo Taino, Corriere della Sera
“L’idea che gli ayatollah iraniani siano politici provetti e grandi strateghi si è dissolta nella notte tra sabato e domenica”. Così Danilo Taino sul Corriere della Sera: “Israele – scrive l’editorialista - stava perdendo la guerra di Gaza e ora, dopo l’attacco di Teheran, ha ripreso in mano l’iniziativa ed è tornata a raccogliere solidarietà internazionale. È questa la ragione per la quale Benjamin Netanyahu e il suo governo dovrebbero evitare una risposta eccessiva al lancio di missili e droni che ha colpito il Paese. Per stabilire la legittimità di un’eventuale ritorsione massiccia, alcuni funzionari israeliani domandano cosa farebbero gli Stati Uniti se subissero un’aggressione del genere: contrattaccherebbero, rispondono. L’argomentazione ha una sua forza ma impallidisce di fronte alla situazione che si è creata: una guerra, quella a Gaza, che per Gerusalemme sembrava persa o vicina a esserlo, ora ha prospettive del tutto diverse. Sta al governo israeliano non gettarle via. Fino a pochi giorni fa, l’isolamento politico e diplomatico di Israele aveva raggiunto un’ampiezza mai vista prima. Critiche così esplicite, giuste o sbagliate che fossero – sottolinea l’editorialista - dalla Casa Bianca non erano mai uscite. Per non parlare dell’Europa, dove le argomentazioni israeliane faticavano ad arrivare a Bruxelles e nelle maggiori cancellerie. L’attacco ordinato dall’ayatollah Khamenei ha avuto l’effetto di togliere dal tavolo la possibilità che l’America smetta di sostenere gli israeliani e di fornire loro armi, ha affievolito le critiche di Londra e scosso il torpore degli europei. Per parte loro, i regimi arabi temono che i conflitti nel Medio Oriente prendano la strada di una escalation difficile da controllare. Per quel che riguarda il versante interno, gli ayatollah hanno aumentato la repressione in parallelo al lancio dei missili e dei droni, non diversamente da come fa Putin contro gli oppositori quando lancia un’aggressione. Il regime dell’Iran ha festeggiato l’attacco (a dire il vero senza troppa convinzione) ma è evidente che le sue conseguenze politiche non sono affatto buone. Ha trasformato un vantaggio che stava accumulando contro Israele in un mezzo disastro. Se Netanyahu decidesse di fare prevalere la vendetta, la rappresaglia a 360 gradi o comunque dura – conclude Taino - in effetti getterebbe via il vantaggio che inaspettatamente si è ritrovato”.
 
Andrea Bonanni, la Repubblica
“L’Europa non sta perdendo la sfida economica con le altre potenze globali, Cina e Stati Uniti. L’ha già persa, a causa della propria frammentazione. Se vuole recuperare terreno per salvare il proprio modello sociale e politico deve pensarsi come un’unica entità sovranazionale”. Andrea Bonanni su Repubblica cita il rapporto di Draghi che, scrive l’editorialista, “è molto articolato ed entra nel dettaglio di tutti i settori in cui l’Europa ha perso competitività. Ma la critica di fondo a quanto è stato fatto finora è più generale e filosofica. Insomma, per decenni gli europei si sono fatti concorrenza tra loro, mentre il resto del mondo, «che non rispetta più le regole», faceva concorrenza all’Europa. Inutile dire chi ha vinto. «Ci manca una politica industriale unica. Ci manca una strategia su come tenere il passo in una corsa sempre più spietata per la leadership nelle nuove tecnologie. Oggi investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina, anche per la difesa, e abbiamo solo quattro attori tecnologici europei globali tra i primi 50 a livello mondiale». La sua visione federalista dell’Europa – ricorda Bonanni - non è certo un segreto da quando, come presidente della Bce, salvò l’euro dagli assalti speculativi dei mercati internazionali con il suo famoso «whatever it takes». Ma la tempistica dell’intervento di ieri fa assumere un significato particolare alle sue parole. Non è un segreto che il nome dell’ex capo del governo italiano sia entrato nella rosa ristretta che si trova sul tavolo dei leader europei per la nomina del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio Ue. A suo favore gioca una reputazione internazionale indiscussa di competenza, serietà e acume politico. Contro di lui c’è il fatto che non appartenga a nessuno dei tre gruppi politici, popolari, socialisti e liberali, che di solito si spartiscono le poltrone al vertice della Ue. Come è nel suo carattere, solo apparentemente sommesso, ha lanciato una sfida ai governi e anche ai partiti europei. Certo ciò non gli spiana necessariamente la strada. Ma, a partire da ieri, il suo nome sta in una casella a parte nella rosa dei candidati. Scegliere lui – conclude - vuol dire scegliere di cambiare la storia dell’Europa, e anche il suo destino”.
 
Salvatore Rossi, La Stampa
Anche Salvatore Rossi sulla Stampa plaude quella che definisce ‘la scossa’ di Draghi all’Europa: “In realtà – scrive l’editorialista - fa molto più che tratteggiare una filosofia, espone un vero e proprio manifesto. E inizia, sembrerebbe con ironia, citando un premio Nobel per l’economia che trent’anni fa definì la competitività una «pericolosa ossessione». Non si pensi a una sterile polemica dottrinaria. Che una nazione ottenga il suo sviluppo economico di lungo periodo grazie a guadagni di produttività, cioè di efficienza produttiva, e non a miglioramenti, gioco forza temporanei, della propria posizione commerciale rispetto ad altre nazioni, è stata per decenni una convinzione diffusa e accettata non solo nella professione economica ma anche in quella politica e nelle opinioni pubbliche più avvedute. Lasciare le imprese libere di competere e commerciare in tutto il mondo senza interferenze dei governi era, è, un valore che fa parte degli statuti della democrazia. Ma, avverte Draghi, tutto questo si basa su un assunto: che tutti seguano le regole di una libera e corretta competizione. Sfortunatamente non è così, non è più così. Almeno due paesi colossali come gli Stati Uniti e la Cina intendono l’attività delle loro imprese come strumenti di confronto internazionale e la influenzano in molti modi. L’Europa, la vecchia Europa, se ne sta solo ora accorgendo. Ma non reagisce, o per lo meno non lo fa con la prontezza e l’energia che sarebbero necessarie. È come una bella addormentata che viene svegliata a ceffoni e ne è intontita. Draghi usa parole dure per descrivere lo stato delle cose da noi. Guardiamo verso l’interno del nostro cortile, ci consideriamo in concorrenza solo l’uno con l’altro, non spingiamo lo sguardo verso ciò che accade fuori d’Europa, impediamo che le nostre imprese crescano nelle dimensioni e nelle ambizioni per sfidare i grandi conglomerati del resto del mondo. Dunque, dice insomma Draghi, occorre un cambiamento radicale, per di più urgente, perché non possiamo permetterci il lusso di aspettare la prossima revisione dei Trattati europei. E qui – conclude Rossi - introduce coraggiosamente un concetto molto controverso in Europa: se non si può fare altrimenti, allora si proceda fra chi ci sta”.
 
 
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