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Doppiezze etiche

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 15/04/2024

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
“L’avvicinarsi del 25 aprile riaccende i paralleli tra la nostra Liberazione e quella degli altri”. Lo scrive Antonio Polito in un editoriale sul Corriere della Sera dove parla di ‘doppiezze etiche’: “È infatti prevedibile – sottolinea - che nei cortei risuonerà lo slogan «Palestina libera», e si inneggerà alla «resistenza» di quel popolo. Ma si può star sicuri che analogo interesse non susciterà la resistenza degli ucraini. Secondo un paradosso ben sperimentato nel nostro dibattito pubblico: per cui proprio coloro che sono più impegnati a contestare l’occupante israeliano, sono anche i più comprensivi delle ragioni dell’occupante russo. Nonostante Gaza non fosse affatto occupata prima che scoppiasse la guerra, mentre il Donbass lo era e lo è. Ma ciò che davvero colpisce è che un tale ragionamento nega in radice il diritto alla resistenza del più debole, che è invece giustificato proprio dall’inferiorità numerica o militare di chi subisce un torto o un’ingiustizia. Non so se i fautori di questa tesi – osserva Polito - si rendano conto che così finiscono per rinnegare modelli di eroismo come quello dei trecento spartani che alle Termopili difesero la libertà dei greci di fronte all’immensa forza militare persiana; o quello dei vietcong che sul sentiero di Ho Chi Minh alla fine sconfissero il gigante americano; e perfino la disperata resistenza degli indiani d’America che, piuttosto di finire confinati in una riserva, preferirono battersi su un campo di battaglia. Insomma: se il più debole non ha diritto a difendersi, l’intera storia dell’umanità va riscritta. Proprio la vicenda del conflitto arabo-israeliano, iniziato 76 anni fa, dovrebbe invece insegnare che la pace non è una vittoria militare, che non basta un’annessione di territori o la resa del nemico per garantirla. «Non c’è pace senza giustizia». Lo ha detto anche Giovanni Paolo II. Aggiungendo: «Non c’è giustizia senza perdono». Chi si appresta a sporcare il ricordo della nostra lotta di Liberazione per giustificare l’oppressione altrui, o per fare due pesi e due misure a seconda dell’invasore – conclude - provi a ricordare queste parole il 25 aprile”.
 
Claudio Tito, la Repubblica
Claudio Tito su Repubblica prende in esame ‘l’ombra di Pechino’ sullo scenario internazionale: “C’è un filo rosso che lega la guerra in Ucraina, il conflitto israelo-palestinese e l’attacco dell’Iran a Gerusalemme. Un minimo comun denominatore che si può definire un tentativo di indebolire l’Occidente. I suoi ideali, i suoi valori e la sua economia. Sono effetti – scrive l’editorialista - che si possono considerare inizialmente collaterali ma che diventano principali in una fase successiva. Se si guarda al contesto globale. Soprattutto se si osserva come la Cina, il vero antagonista mondiale degli Usa e dell’Ovest nel terzo millennio, sta sfruttando le diverse crisi belliche. La preoccupazione dell’Unione europea, degli Usa e del G7 che si apprestano a confermare a Gerusalemme la richiesta di moderare la risposta a Teheran, è essenzialmente questa. Il regime degli Ayatollah ha ribadito di fatto la sua scelta di campo a favore di Mosca e Pechino. Non lo si può ignorare. Non si può trascurare nemmeno che la storia degli ultimi 110 anni ci ha insegnato che le guerre mondiali sono state scatenate da una miccia appiccata nell’est europeo: a Sarajevo e nei Sudeti. È quindi la Cina a conquistare i dividendi maggiori di questa situazione. Paradossalmente sostiene Mosca, che punta ristabilire l’equilibrio di Yalta, con l’obiettivo esattamente di sovvertire le sfere d’influenza fissate quasi ottanta anni fa. Lo fa a modo suo. Di tutti conflitti in corso in questo momento, le truppe di Xi non sono presenti in nessuno. Sono osservatori interessati. E avvantaggiati. Si incuneano nelle fessure più critiche per allargarle e scendere nella competizione globale con l’Occidente senza appesantimenti. Senza fardelli di alcun tipo. Sfruttano le vulnerabilità dall’esterno. E lo fanno in un momento di particolare fragilità ‘democratica’ del sistema occidentale. Anche l’Europa sta facendo i conti con questi pericoli. E con tutte le sue difficoltà. Nei prossimi giorni tenterà di emanare nuove sanzioni contro Teheran (ma solo personali e non allo Stato) evitando di compromettere il dialogo. E – conclude - nella consapevolezza che la sua capacità di mediazione è ridotta”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
“Da qualche giorno la politica italiana è alle prese con i ‘cacicchi’. Cacicchi del Nord, che per bocca del Fondatore Bossi contestano per la prima volta apertamente il leader della Lega Salvini. Cacicchi del Sud che rischiano di far saltare i nervi alla segretaria del Pd Schlein”. Così Marcello Sorgi sulla Stampa: “Qualcuno – scrive l’editorialista - potrebbe dire - ed è vero - che il problema non è nuovo, e già D'Alema oltre vent'anni fa denunciò l'esistenza dei ras locali. Ma oggi, qual è il vero piano dei cacicchi? Cominciamo dalla Lega in cui, pur restando nell'ombra, i governatori del Nord hanno condiviso l'uscita del vecchio Bossi. Una sorta di canto del cigno del leader fondatore. Ecco: Zaia, Fedriga (il più probabile successore in caso di crisi al vertice del partito) dovrebbero ricordarsi le circostanze in cui si arrivò alla scelta di Salvini. La Lega era ancora alle prese con lo scandalo dei bilanci truccati e dei 49 milioni percepiti illegittimamente dallo Stato che aveva portato Bossi alle dimissioni. La cosiddetta ‘notte delle ramazze’. Ideata da Maroni per segnare un nuovo punto di partenza – ricorda Sorgi - non aveva dato grandi esiti, forse anche perché lo stesso Maroni era sempre stato considerato il braccio destro del Senatur. La soluzione Salvini prevalse con un artificio giuridico, chiamiamolo così, per cui alla vecchia Lega restavano i debiti e i guai giudiziari, mentre il nuovo segretario costruiva una nuova organizzazione a sua immagine e somiglianza. Quanto ai cacicchi del Pd, si tratti di De Luca o Emiliano- Bonaccini, come presidente del partito, ha una collocazione a parte -, è chiaro che sono seduti sulla sponda del fiume aspettando che passi il tempo della segretaria. Sotto sotto, il governatore pugliese non è neppure dispiaciuto della rottura con Conte: tanto, è sicuro che l'intesa con i 5 stelle, di cui è stato un antesignano, prima o poi si ricostituirà. La sconfitta del Pd e la perdita del Comune di Bari, dopo vent'anni ininterrotti di amministrazione di centrosinistra, sicuramente gli dispiacerebbe. Ma sarebbe una dimostrazione, pagata a caro prezzo, che senza Emiliano, senza le sue maniere spicce, non si vince. Così – conclude - finalmente è chiaro dove vanno i cacicchi: diritti contro un muro”.
 
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