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I migranti e l'Europa più forte

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 11/04/2024

In edicola In edicola Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
“Non è stato un bello spettacolo, ma alla fine il Parlamento europeo ha votato sì: tutte e dieci le misure del nuovo Patto sull’Immigrazione e l’Asilo sono state approvate l’altro ieri”. Maurizio Ferrera commenta questa decisione e parla di ‘Europa più forte’: “Le reazioni sono state molto diverse, dal trionfalismo acritico alla condanna senza appello. Per un giudizio ragionato di sintesi conviene utilizzare criteri, per così dire, di sistema. Ad essere in gioco sono infatti elementi costitutivi di ogni comunità politica (inclusa la Ue, dunque): i confini territoriali e il loro controllo. In che misura il Patto rafforza la condivisione di sovranità su questo delicato fronte, sotto la guida della Ue? ll Patto approvato mercoledì – osserva l’editorialista - non abolisce Dublino, ma lo tempera sotto almeno tre profili. Primo, uniforma per tutti i Paesi le procedure di screening alle frontiere esterne, rendendole più veloci ed efficaci. Secondo, crea un sistema di condivisione degli oneri: una quota di irregolari «in eccesso» può essere trasferita da un Paese ad un altro. Se quest’ultimo non è disponibile, deve almeno fornire un contributo finanziario. Terzo, l’Ue stipula (ha già iniziato) dei partenariati con Paesi terzi, in modo da facilitare i rimpatri. Insieme alle operazioni della già vigente Guardia costiera comune, con il Patto la Ue compie un piccolo ma importante passo in avanti in termini di sovranità condivisa. Le nuove misure chiudono poi una spaccatura politica profonda che si era aperta a metà del decennio scorso proprio sul tema dei confini. Il massiccio incremento di rifugiati provocato dalle crisi libica e la guerra in Siria aveva messo a nudo due drammatiche impossibilità: quella di una gestione puramente nazionale delle frontiere e quella di procedere verso una gestione più centralizzata. Va dato atto a Ursula von der Leyen di aver saputo ricucire gli strappi, dando il via a un lungo e paziente negoziato a partire dal 2020. Il tema esplosivo dell’immigrazione esterna – conclude - è stato trasformato da una questione di principio difficilmente sanabile (l’opposizione binaria fra sovranità nazionale o condivisa) ad un confronto più maneggevole e costruttivo sui termini specifici della gestione in comune”.
 
Stefano Cappellini, la Repubblica
Stefano Cappellini su Repubblica parla della ‘faida’ tra M5S e Pd: “Le indagini giudiziarie sono per il Movimento 5 Stelle quel che gli sbarchi di migranti sono per la Lega: un sempreverde, un cavallo di battaglia, un ricostituente”. Gridare al politico corrotto e alla politica ladra è da sempre un elemento centrale delle campagne elettorali grilline. Non stupisce dunque che, alla viglia di una tornata elettorale di enorme valore come le Europee di giugno, e con inchieste fresche come quelle in Puglia e a Torino, Giuseppe Conte abbia deciso di presentarsi al voto cavalcando l’argomento che, con termine quantomai improprio, da noi si definisce ‘questione morale’. La differenza rispetto al 2018, non da poco, è che nel mirino di Conte c’è il Partito democratico, un partito che sei anni fa era un nemico assoluto e ora è un potenziale alleato, pur con tutte le ambiguità di un rapporto mai realmente definito. Il Movimento di Conte – osserva l’editorialista - è sicuramente cambiato rispetto a quello di Grillo, ma non ha perso la tendenza alla semplificazione e alla strumentalizzazione. Non a caso, appena scoppia la grana pugliese, Conte si guarda bene dall’affrontarla con le modalità proprie di un alleato del Pd e sceglie di annullare unilateralmente le primarie con i dem per la scelta del candidato sindaco a Bari. Ieri Conte ha annunciato l’uscita del M5S dalla maggioranza che governa la Puglia, atto che, al limite, sarebbe stato più urgente dell’annullamento delle primarie. L’obiettivo di Conte è chiaro: colpire il Pd, trasmettere il messaggio che l’alleato è sporco e che c’è un solo partito intransigente con la malapolitica. Ma la sporcizia c’è davvero, è l’ovvia obiezione. Certo, ma la politica non dovrebbe essere né un tribunale né un confessionale, nel senso pretesco, e se ogni inchiesta potesse essere usata per colpire indiscriminatamente un partito, si potrebbe agevolmente sostenere che l’era Appendino a Torino e quella Raggi a Roma sono state due epoche di malaffare. La verità – conclude Cappellini - è che nel metodo grillino, in questo senza grandi differenze tra Conte e Grillo, il merito delle vicende, il contesto, le proporzioni non sono mai importanti”.
 
Montesquieu, La Stampa
“Da ora in poi, le parole lasciano il posto ai voti, nelle due Camere, per due approvazioni coincidenti: e, forse con un referendum in mezzo, potremmo trovarci a dover scegliere direttamente il capo del governo”. Lo scrive sulla Stampa l’editorialista che si firma Montesquieu parlando di ‘Costituzione irrisa’: “Una novità che trasforma la nostra Costituzione su un tema fondamentale, come si forma il governo: uno dei pochissimi, nell’ordinamento dove Carta scritta e pratica coincidono. Ad oggi, resiste il ruolo di regia e decisione del capo dello Stato; una figura sopportata con diffidenza, dalla rispettiva nascita, proprio da quei partiti che oggi scalpitano per l’elezione diretta. Non a caso i primi governi di centrodestra si spesero per condizionare il ruolo centrale del capo dello Stato: nella scelta del capo del governo, come nella nomina dei ministri. Così nella promulgazione. Sarà l’unico capo di governo democratico eletto con voto di popolo; eletto da chi, popolo sovrano, non ha più il diritto di scegliere i propri rappresentanti nelle Camere, che da tempo rispondono ai veri, incontrastati nuovi sovrani, capi quasi mai eletti di comunità che continuiamo a chiamare partiti. Convivono da tempo due Costituzioni – sottolinea Montesquieu - una da esposizione, da elogio pubblico, cerimoniale; e una mai scritta, conosciuta solo nei palazzi, vigente in luogo della prima. È così sospesa, si spera solamente, dalla vita istituzionale la separazione tra i poteri, in primo luogo tra Parlamento e governo. Premessa e base, indefettibile, di un ordinamento democratico. La prima su cui allunga le mani ogni aspirante autocrate. l vero dramma, in un sistema come il nostro, è trovarsi davanti ad un potenziale rischio di decadimento democratico, e sapere di non poter contare sulle forze della politica, che se ne servono. Anzi, il contrario: perché, diversamente, nulla sarebbe più facile e rassicurante che tornare al rispetto di norme già scritte, senza nemmeno doverne approvare di nuove. Rimuovere dagli archivi delle Camere prassi e precedenti in conflitto con la Costituzione, abbandonare cattive abitudini. Per tornare ad avere, se non la più bella Costituzione del mondo – conclude - quella che ha fatto apparire il regime fino al giorno prima imperante e tragico, un ricordo del passato, superato”.
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