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I poteri dei nostri atenei

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 10/04/2024

In edicola In edicola Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera
“Nelle ultime settimane da un lato il comportamento a dir poco timido degli organismi di governo di molti atenei di fronte alle agitazioni studentesche contro Israele, dall’altro certi toni di queste hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sull’Università italiana”. Lo scrive Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera: “Era ora – osserva l’editorialista - perché da troppo tempo l’istituzione universitaria è entrata in un cono d’ombra che ha tenuto in gran parte nascosta la sua crisi. Che invece è vasta e profonda. Una crisi che dipende in misura decisiva da un fattore soprattutto: la concessione di una estesa autonomia alle singole sedi universitarie. La questione è assai delicata in quanto, in specie trattandosi di istituzioni culturali, è ovvia in molti di noi l’istintiva preferenza per la loro autonomia piuttosto che la dipendenza dal potere centrale. E tuttavia a mio parere, qui come ad ogni livello dell’amministrazione di un bene pubblico, la soluzione migliore dovrebbe essere quella suggerita dalla risposta alla domanda-chiave: tra il potere centrale e un potere autonomo, quale dei due garantisce la maggiore tutela dell’interesse pubblico? Se si dà a un gruppo di docenti il potere di decidere sostanzialmente a proprio piacere quali corsi di laurea un ateneo debba aprire, con quali insegnamenti, e per giunta quali nuovi docenti debbano essere assunti, togliendo di fatto ogni possibilità di controllo al potere centrale, quante possibilità esistono che il suddetto potere operi in funzione dell’interesse generale o invece degli interessi dei docenti in questione — volontà di favorire propri allievi, simpatie, amicizie, logiche di scambio ecc.? In pratica nell’università italiana, in un grande numero di materie insegna chiunque la semplice maggioranza di un consiglio di dipartimento ha deciso che può farlo. In nome per l’appunto dell’autonomia universitaria. È lecito chiedersi in che senso tutto ciò rappresenti un vantaggio, e quale, per l’interesse generale del Paese? Elemento peculiare ed esemplare dell’autonomia universitaria nostrana – conclude - è la trasformazione, avvenuta all’incirca negli ultimi due decenni, della figura del rettore: mutatosi in genere dal «primus inter pares» di un tempo non troppo lontano in un dominus autocratico”.
 
Carlo Galli, la Repubblica
Giorgio Galli su Repubblica commenta le nuove norme sulla Par condicio in vista delle elezioni europee e parla di 'democrazia delegittimata': “La Commissione parlamentare di Vigilanza ha modificato, per quanto riguarda la Rai, le norme deliberate dall’Agcom per l’emittenza privata. Un soggetto politico, la Commissione, che decide a maggioranza, non ha rispettato le determinazioni di un’Autorità di garanzia, organo tecnico super partes. È la prima volta che succede dal 2000, da quando la ‘par condicio’ è stata introdotta per legge. Le modifiche apportate a colpi di maggioranza alle regole dell’Agcom – scrive Galli - garantiscono al governo, ai ministri e ai sottosegretari, un accesso privilegiato alle trasmissioni Rai, perché l’attività dell’esecutivo venga resa nota ai cittadini; e consentono al servizio pubblico di mandare in onda interi comizi, discrezionalmente, purché in un format che li distingua dall’informazione vera e propria. Ma in realtà la questione trascende gli interessi di parte, pur legittimi, delle opposizioni, e assume una rilevanza generale. La parità di parola è infatti un valore universale in una democrazia, una prerogativa incomprimibile di chi parla, cioè delle forze politiche, che oggi vedono quello che deve essere un diritto eguale per tutti trasformarsi in privilegio di alcuni e in danno per altri. In senso ancora più vasto e pregnante si pone il problema per coloro ai quali quelle parole sono rivolte: ossia tutti i cittadini. Che non possono non sentirsi mortificati dal fatto che la loro libertà di ascolto, da cui in buona parte dipende la loro capacità di conoscere, di interpretare, di criticare, è sbilanciata fin dall’origine. È vulnerato, insomma, quell’elementare senso di equità che è uno dei pilastri di una democrazia, uno dei fattori che determinano la sua legittimazione nelle menti dei cittadini. In realtà, che la distorsione del gioco democratico vada al di là della sua stessa utilità politica contingente non è per nulla un buon segno. Significa che – conclude Galli - la sprezzante ostentazione di sicurezza della destra cela in sé un disagio davanti all’esigenza di accettare fino in fondo le logiche dell’uguaglianza democratica, come se di fronte a queste la destra si sentisse in condizioni di minorità che neppure i suoi successi del presente riescono a placare”.
 
Giorgia Linardi, La Stampa
“L’approccio del nuovo patto europeo sulle migrazioni predispone un dispositivo anacronistico, che vota al ribasso sulla tutela dei diritti umani, in particolare del diritto di asilo”. Così Giorgia Linardi sulla Stampa sottolineando come il patto rifletta “un approccio che continua a trattare la migrazione come un’eccezione, un’emergenza, invece di riconoscerla come un fenomeno strutturale dei nostri tempi, decidendo, così, di non gestirlo, ma di spazzarlo come polvere sotto a un tappeto. Il Patto europeo si concentra sul potenziamento delle politiche di contenimento dell’immigrazione in Nord Africa, di respingimento in mare e di rimpatrio o deportazione. Ciò a discapito del diritto umano all’asilo, il diritto prisma, che dà accesso a tutti gli altri diritti. La riforma del quadro normativo europeo sull’immigrazione doveva essere un’enorme opportunità, che non solo è andata sprecata, ma che getta le basi per legittimare le violazioni in corso alle frontiere esterne dell’Unione e che permetterà agli Stati membri di agire in maniera ancora più lesiva dei diritti umani. Un’opportunità persa – scrive Linardi - che di fatto non va a riformare il già problematico regolamento di Dublino che di fatto lasciava soli i paesi di primo arrivo e che non garantisce una gestione veramente comunitaria, veramente europea. Il nuovo patto istituisce delle riforme fondamentalmente discriminatorie, dunque contro i valori stessi dell’Unione europea. Il Parlamento che si verrà a formare dopo le nuove elezioni sarà posto davanti alla sfida primaria di riconoscere che vi sia un problema di razzismo, alla base di una riforma che va completamente controtendenza rispetto a quello che è lo sviluppo naturale dell’Europa, che non può che essere verso una società fondata sull’inclusione. Il patto alza il muro della fortezza Europa e così facendo si isola dal suo stesso naturale sviluppo. Il parlamento uscente – conclude - consegna al nuovo una presa d’atto fondamentale: dobbiamo occuparci di un problema di razzismo strutturale che sta chiaramente minacciando il futuro dell’Europa stessa”.
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