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La “par condicio” è un'ossessione ma non sposta voti

Redazione InPiù 10/04/2024

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, Il Giornale
L’ossessione della politica per la «par condicio» mediatica (diritto di parola per pari minuti) in campagna elettorale è vecchia come la politica stessa, sottolinea sul Giornale Alessandro Sallusti. Chi è in maggioranza, e quindi si presume possa influire sui mezzi di informazione pubblica, prova a tenere la posizione di vantaggio, chi è minoranza strepita e sgomita per farsi largo. È l’ultima eredità di un mondo che non esiste più, se non nella testa dei politici, quello in cui la televisione, sia pubblica sia privata, aveva il monopolio dell’informazione rivolta alle masse. Nei fatti oggi non è vero che chi è al governo, per quanti trucchetti o forzature possa mettere in campo, si può avvantaggiare a scapito delle povere opposizioni. Nel 2022 Giorgia Meloni e il centrodestra vinsero alla grande le elezioni dopo una campagna elettorale in cui due dei tre tg Rai (Tg1 e Tg3) e la trasmissione di punta (Inmezz’ora di Lucia Annunziata) misero in scena un vero e proprio plotone di esecuzione contro il centrodestra per tirare la volata alla sinistra, allora socio di maggioranza del governo Draghi e quindi della stessa Rai. È proprio così: Giorgia Meloni vinse le elezioni senza poter contare in Rai neppure sull’aiutino di un usciere, così come due anni scarsi prima il premier Giuseppe Conte venne mandato a casa pur controllando i vertici della tv di Stato e avendo un suo uomo di fiducia alla guida del Tg1 (Giuseppe Carbone). E non è che nelle tv private le cose siano andate diversamente: la benevola attenzione di Mediaset per il centrodestra non ha impedito i quattro rovesci elettorali della coalizione guidata allora da Silvio Berlusconi ma ancora di più la sfacciata faziosità dei programmi di punta di La7 non ha mai contribuito a ribaltare la situazione a vantaggio della sinistra. Chi ancora oggi pensa che un’elezione si vinca in base al «minutaggio» in tv o al numero di titoli sui giornali è sulla strada sbagliata. Se così fosse, Renzi e Calenda sarebbero maggioranza assoluta, Bersani sarebbe da tempo presidente della Repubblica, Di Battista capo assoluto dei Cinque Stelle.
 
Luigi Curini, Italia Oggi
Ha fatto molto discutere – commenta su Italia Oggi Luigi Curini –  la dichiarazione del ministro dell'istruzione Giuseppe Valditara sull'opportunità di limitare il numero degli studenti stranieri nelle classi italiane al fine di migliorare l’integrazione di chi italiano non è. Al di là della polemica spicciola, il tema sollevato dal ministro è assai serio. D'altra parte, in Nord America e in Europa il numero di migranti è aumentato di circa il 50% negli ultimi 20 anni, un trend che le previsioni non danno in decrescita. Sostenere un elevato livello di coesione sociale in questo contesto di sempre maggiore diversità richiede allora essere in grado di sviluppare fiducia e comprensione al di là delle rispettive diversità religiose ed etniche. La scuola pubblica rappresenta l'istituzione chiave a questo riguardo. Rispetto però ad una visione molto semplicistica che sottolinea come la semplice copresenza di diversi gruppi etnici, e la loro conseguente interazione, promuova di per sé integrazione, recenti studi hanno mostrato che gli esiti attesi sono in realtà meno lineari. Uno studio appena uscito sul contesto tedesco è da questo punto di vista particolarmente interessante. Analizzando 60 scuole secondarie tedesche, gli studiosi riscontrano come un ruolo cruciale nella creazione di un contesto foriero di integrazione e fiducia venga svolto da due fattori. Ovvero da quanto i gruppi che interagiscono in classe sono culturalmente distanti tra di loro, e, seppur in modo meno scontato rispetto a quanto sottolineato da Valditara, proprio dalla loro relativa dimensione. In particolare, lo scenario peggiore in termine di integrazione e fiducia reciproca si registra in quei contesti in cui una leggera maggioranza di autoctoni convive con una sostanziale minoranza di immigrati musulmani, specie se rapportato a quello che accade in contesti in cui i nativi sono una forte maggioranza, oppure una maggioranza contenuta che però interagisce con studenti immigrati con una cultura non così distante dalla propria. Un esito negativo, il primo, che è il prodotto dello sviluppo di stereotipi che l'interazione quotidiana, invece che stemperare, finisce per rafforzare. Una conclusione scoraggiante che invita però anche a pensare a misure per contrastarla, invece che semplicemente negarne in partenza la possibilità, come accaduto in questi giorni.
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